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16 dicembre 2009 - Incontro del Forum delle Associazioni professionali dei docenti e dirigenti della scuola (FONADDS) col MIUR sui nuovi Regolamenti per i Licei - Regolamento Licei - Allegati B - C - D - E - F- G
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Sciopero degli insegnanti: Approfondimenti
- parte prima -
di Antonio Porcu, Centro Studi Apef
Quanto ha scritto S. Gigliotti, presidente dell’Apef, nella lettera pubblicata su “Italia Oggi” del 22 ottobre scorso, a proposito degli ultimi scioperi della scuola, rappresenta per così dire il versante pratico e operativo della questione docenti in Italia. Con questa nota intendo esplicitarne quello più teorico a cui esso è collegato. In particolare mi sembra importante esaminare le ragioni della necessità per gli insegnanti, sottolineata da Gigliotti, di “decidere se perpetuare il modello di rappresentanza sindacale tradizionale o dar luogo ad un’Associazione professionale analoga a quelle che rappresentano e tutelano le professioni in Italia e nel mondo”. Mi sembra davvero la decisione fondamentale, dalla quale discendono tutte le altre, alcune delle quali elencate dallo stesso Gigliotti perché particolarmente attuali e significative. Ad essere precisi, non solo ne discende l’individuazione dei problemi ma anche il modo di affrontarli.
Perché questa decisione è fondamentale? Perché vi è collegata la qualifica dei docenti come lavoratori subordinati oppure non. I sindacati tradizionali, infatti, sono le tipiche organizzazioni del lavoro subordinato quale è definito dall’art. 2094 del codice civile: “E’ prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore”. Di queste organizzazioni, e dunque dei lavoratori subordinati, è strumento di lotta tipico ed ordinario lo sciopero. Al di là dell’uso e abuso di questa parola nel linguaggio ordinario , “un’astensione collettiva dal lavoro disposta da una pluralità di lavoratori si configura come sciopero solo quando sussista un rapporto di lavoro subordinato, pubblico o privato” (Grande dizionario UTET, alla voce “sciopero”). Che i sindacati tradizionali abbiano assunto la rappresentanza dei docenti significa che per essi sono lavoratori subordinati e coerentemente li chiamano a scioperare, come coerentemente li vogliono nello stesso comparto insieme ad indiscutibili lavoratori subordinati come i dirigenti ed il personale ata (anche se per i dirigenti la situazione è cambiata ed essi proprio per questo sono usciti dal comparto e dal sindacalismo tradizionale): che i sindacati abbiano guadagnato e molto e sotto molti aspetti è indiscutibile. Che il responsabile del sistema istruzione, cioè lo Stato, cioè il potere politico che lo gestisce, abbia accettato questo tipo di rappresentanza e abbia considerato lo sciopero come normale strumento di conflitto (salvo renderlo del tutto inefficace trasformandolo in una sorta di referendum costoso per gli scioperanti), significa che anch’esso li considera lavoratori subordinati: anch’esso ha tratto cospicui vantaggi da questa acquiescenza. Infine, farsi rappresentare da sindacati tradizionali ed usare lo sciopero, significa che i docenti stessi si considerano lavoratori subordinati: che vantaggi ne hanno tratto, se ne hanno tratto? E’ certo un fatto, tuttavia, che essi, periodicamente si lamentano di sentirsi ogni giorno di più “impiegatizzati”. Questa lamentela esprime, a mio parere, la percezione che la loro attività è sottoposta alle condizioni del lavoro subordinato e che così non dovrebbe essere, anche se poi, continuando ad affidarsi ai sindacati tradizionali come loro rappresentanti e aderendo più o meno numerosi agli scioperi che indicono, si rivelano incapaci di scorgere i nessi profondi tra i due fatti. Di passaggio, l’art. 2095 del c.c. mette gli impiegati al terzo posto tra le quattro categorie dei “prestatori di lavoro subordinato”: dopo i dirigenti e i quadri e prima solo degli operai. Gli insegnanti dunque sono considerati nient’altro che “impiegati civili dello Stato”: puri e semplici lavoratori subordinati e di terza categoria!
Ma gli insegnanti sono davvero lavoratori subordinati? Cioè la loro attività concreta ha i caratteri tipici del lavoro subordinato, quelli che discendono dalla definizione dell’art. 2094 del codice civile ed in particolare quello distintivo e assolutamente preminente della completa subordinazione gerarchica al “datore di lavoro”? e la natura degli obiettivi per cui prestano la loro opera è compatibile col principio della subordinazione gerarchica? La domanda può essere riproposta in altra forma: il trattamento da lavoratori subordinati che sindacati e Stato riservano ai docenti è nient’altro che la registrazione di un fatto, oppure è una sorta di camicia di forza, molto vantaggiosa per chi la impone, imposta ad un’attività lavorativa che per sua natura non la tollera? Dell’alternativa, se è vero il primo corno, nulla quaestio: i docenti si sbagliano a lamentarsi dell’impiegatizzazione progressiva e fanno bene ad affidarsi ai sindacati tradizionali e a scioperare; se è vero il secondo, la “camicia di forza” impiegatizia si traduce in conseguenze gravi non solo per i docenti ma per tutta la funzionalità del sistema scuola nel nostro Paese: per i primi sia perché la regolamentazione minuziosa della loro attività tipica del lavoro dipendente e fonte non ultima di continua conflittualità, soffoca la creatività, l’impegno, il senso di responsabilità, il bisogno di migliorare continuamente e favorisce l’appiattimento, la passività, la ripetitività e il disimpegno, e sia perché essa comporta perdita di prestigio sociale e immiserimento retributivo; per il secondo, perché ogni tentativo di mettere in essere un sistema di istruzione e formazione moderno, che richiede la partecipazione attiva dei docenti, è destinato a fallire per l’atteggiamento “passivo” di questi: la passività tipica del lavoratore dipendente, che si limita a stare agli ordini del “principale” avendo come unico obiettivo di arrivare a “tirare quattro paghe per il lesso”, di carducciana memoria, o i famosi soldi “pochi, maledetti ma sicuri”.
A me non pare dubbio che dell’alternativa la seconda ipotesi sia quella vera, come vere ne siano le conseguenze esposte e dunque la decisione di cui parla Gigliotti sia necessaria non solo per salvaguardare i docenti, ma lo stesso sistema scolastico. In Italia, abbiamo assistito proprio all’imposizione sui docenti della camicia di forza impiegatizia, ma poiché questa è strutturalmente incompatibile con la natura della professione docente, che è quella delle professioni intellettuali autonome, ed anzi è forse intrinsecamente la più autonoma di tutte, ne è derivata una serie di contraddizioni insanabili, alcune delle quali si sono risolte in comportamenti furbeschi da parte di sindacati e Stato congiuntamente: ad es., trattare gli insegnanti da subordinati e pretendere da essi un’attività da professionisti autonomi o almeno contare che, in ogni caso, gli elementi indipendenti della professione, ineliminabili, si sarebbero comunque manifestati in qualche modo, come in effetti è avvenuto e avviene, senza bisogno di “pagarli”. La contraddizione più evidente, oggi, è tra la figura professionale di insegnante richiesta dalla scuola dell’autonomia e il rapporto di lavoro subordinato, rappresentato dai sindacati tradizionali. La scuola dell’autonomia, responsabile dei risultati di formazione, sottoposta a controllo sociale oltreché specifico, tendenzialmente concorrenziale nel sistema integrato statale- paritario, richiede un impegno e una creatività professionali, un’organizzazione didattica, una capacità di “stare sul territorio” che mandano a gambe all’aria tutte le minute regolamentazioni governativo-sindacali, tutte le questioni di salvaguardia e dilatazione “drogata” di posti di lavoro, di garanzie e controlli burocratiche, di doveri, diritti e retribuzioni “spezzatino”, di egualitarismo, di responsabilità attribuite a casaccio e così via. E corrispettivamente vanno all’aria comparto scuola, Rsu e contratti di istituto, contratti regionali, contratti integrativi generali e specifici, nazionali e locali, contratti intercompartimentali, contratti nazionali e consulenze sindacali ed esoneri, semiesoneri, permessi, delegazioni sindacali e via dicendo. Anche se nessuno ancora ha il coraggio di dirlo, se l’autonomia scolastica e il sistema integrato vogliono essere un fatto produttivo e non un’operazione gattopardesca per cambiare tutto perché tutto resti immutato, il rapporto di lavoro dei docenti dovrà arrivare ad essere un contratto d’opera intellettuale all’interno della struttura scuola-autonoma, di cui il dirigente, dotato di completa autonomia, è colui che cura le condizioni generali di funzionalità e i docenti tutta la parte relativa all’organizzazione didattica: il che significa anche differenziazione di funzioni. La solidarietà professionale dei docenti è assicurata non da astratti appelli, ma dal fatto che se la scuola non funziona scompare.
Sul contratto d’opera intellettuale riporto il passo di S. Mazzamuto (in “Istituzioni di diritto privato, a cura di M.Bessone, Giappichelli, Torino 1996):
“La disciplina del contratto d’opera intellettuale è fondamentalmente incentrato sul paradigma delle professioni liberali, le quali sono tradizionalmente “protette”, giacché il loro esercizio ancorché caratterizzato da una forte autonomia, si carica di valenze pubblicistiche alla cui salvaguardia sono in prima istanza deputati i singoli ORDINI PROFESSIONALI, dotati di poteri disciplinari sugli iscritti e di poteri di TUTELA degli INTERESSI ECONOMICI E DEONTOLOGICI”.
Come si vede, alla tutela degli interessi e economici e deontologici provvede l’ordine professionale e non i sindacati. La scelta che sta davanti agli insegnanti è dunque precisamente questa: se accettare la condizione di lavoratori subordinati, che ha molti vantaggi per i mediocri e gli incapaci e nessuno per i capaci, o quella di professionisti, che premia la capacità. Ma la scelta non è limitata ai docenti: essa coinvolge lo Stato, cioè l’interesse generale e da questo punto di vista non ci dovrebbero essere esitazioni. Ovviamente c’è da attendersi una feroce resistenza da parte dei primi e di tutto il mondo sindacale che ad ogni tentativo di modifica della situazione opporrà…ovviamente degli scioperi - referendum.