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16 dicembre 2009 - Incontro del Forum delle Associazioni professionali dei docenti e dirigenti della scuola (FONADDS) col MIUR sui nuovi Regolamenti per i Licei - Regolamento Licei - Allegati B - C - D - E - F- G
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'Techne ed eros'
Risposta alla “lettera agli
insegnanti” di James Hillman
*INSEGNARE,
IMPARARE, EDUCARE*
di Giovanni Massidda*
Della lettera di James
Hillman agli insegnanti italiani l’aspetto sicuramente più entusiasmante e
capace di suscitare profonde riflessioni negli animi avvezzi
da molto tempo più alla tristezza burocratica che alla passione creativa è la
distinzione fra l’imparare e l’apprendere da un lato e, dal lato opposto,
l’Educazione.
La fondamentale distinzione tra i due campi consiste
nella differente natura delle due cose in questione: l’imparare e l’apprendere sono, in linea con la particolare declinazione hillmaniana
della teoria psicanalitica di Jung, forme archetipiche complementari. Come dire
che esse sono scritte nell’anima (altra nozione cara ad
Hillman e decisiva nella propria impostazione teoretica), sono strutture
dell’esistenza, si potrebbe tradurre con linguaggio diverso da quello della
psicanalisi. Al contrario, l’Educazione rappresenta
l’aspetto esteriore e misurabile sulla base dell’utilità, dell’efficienza,
dell’organizzazione.
Da
questa primaria differenza tra la radice intima ed archetipica
dell’insegnamento/apprendimento (qualcosa di simile alla naturale tendenza al
sapere con l’affermazione della quale Aristotele apre la propria Metafisica) e la sua trasformazione
organizzata nell’Educazione discende una serie di opposizioni
secondarie e derivate. Quelle che appaiono maggiormente definite nel
ragionamento di Hillman sono le coppie
cultura/civilizzazione, tradizione/educazione, casuale/metodico, contingente/necessario.
Ma l’opposizione più interessante è quella che non viene esplicitata e che in un certo senso chiarisce e
definisce il senso di tutte le altre distinzioni. In realtà Hillman pone in
rilievo, di quest'ultima e decisiva coppia di opposti,
unicamente uno dei due poli e precisamente quello, per così dire, positivo.
Esso prende il nome di eros e rappresenta la dimensione nella quale misteriosamente ed
inaspettatamente trova rifugio la possibilità di un insegnamento e di un
apprendimento realmente capaci di realizzare quella trasformazione dell’anima intera nella quale già Platone
identificava l’essenza della formazione.
Rimane invece sullo sfondo il polo per così dire
negativo della coppia essenziale: si tratta dell’aspetto organizzato dell’apprendere
e dell’insegnare, la sua parte metodica
che, per analogia con la derivazione greca del termine greco eros, si potrebbe definire come la techne dell’insegnare e dell’apprendere.
Eros e techne appaiono allora come i due aspetti contrapposti dell’attività
dell’insegnante. Da un lato la passione e l’incontro casuale
ed inaspettato che consente la comunicazione più immediata e profonda tra il maestro e
l’allievo, dall’altro lato la burocratizzazione dell’insegnamento e la sua
traduzione in formule docimologiche o apparati organizzativi nei quali spesso
la complessità dell’organizzazione è direttamente proporzionale all’inefficacia
didattica.
Da questa essenziale coppia
di opposti deducibile dall’impostazione fornita da Hillman del problema
dell’insegnare e dell’apprendere discendono tutte le altre opposizioni e
contraddizioni, alle quali già si è fatto rapidamente cenno.
Ma soprattutto a questa coppia di opposti
è riconducibile il decisivo divario fra l’archetipica e naturale tendenza
all’apprendere ed all’insegnare e la connotazione pratica di questa tendenza
nella sua realizzazione all’interno della scuola o di qualunque apparato
educativo.
Fin qui l’idea di insegnamento
di Hillman appare caratterizzata, per sua stessa definizione, dall’intento
descrittivo di una situazione certamente nota e sperimentata, seppure in
maniere ed a livelli diversi nell’infinita varietà delle esperienze personali,
da chiunque dedichi la propria esistenza all’insegnamento. Hillman non intende
quindi fornire un modello teorico prescrittivo ma pare piuttosto voler porre
l’accento su alcuni snodi decisivi delle funzioni psicologiche archetipiche
dell’insegnare e dell’apprendere e sulla loro trasformazione, ad opera della civilizzazione, in Educazione.
Tuttavia l’intento fenomenologico lascia lo spazio,
nella visione di Hillman, ad alcune considerazioni che, per la loro forza e per
la loro vicinanza a temi decisivi della contemporaneità, si presentano in
realtà anche come suggerimenti ideali verso un cammino diverso dell’insegnare e
dell’apprendere, cioè verso una direzione che non
ponga necessariamente l’attività dell’insegnante e dell’alunno sotto la
tirannia dell’Educazione, e non implichi la trasformazione di un naturale
istinto di apertura al mondo in organizzazione tecnica del sapere.
È su queste considerazioni che giova riflettere per
comprendere come l’ideale dell’insegnamento/apprendimento che emerge
dall’entusiastica ed entusiasmante visione di Hillman
presenti in realtà, sotto un certo punto di vista, la stessa fragilità che
spesso traspare nelle riflessioni che il tardo Occidente svolge su se stesso e
sui propri cardini ideali. Si tratta di una fragilità derivante,
fondamentalmente, dalla dimenticanza delle origini di quegli stessi cardini,
dei quali la formazione (per non usare il termine educazione, che ha assunto in
questo contesto un proprio senso negativo) fa
sicuramente parte.
In particolare sono due le considerazioni di Hillman
che pongono in rilievo questa fragilità della comprensione storica che
l’Occidente ha di se stesso e che mettono spesso in crisi la possibilità di
ripensare la propria storia e la propria struttura ideale (archetipica direi,
se mi interessasse sintonizzare il mio linguaggio con
quello della psicanalisi) in maniera adeguata e profonda, cioè non appiattita
dalle bandiere etiche del presente (leggi: valori consolidati, politicamente
corretto, etc.).
La prima considerazione di Hillman riguarda la
sottomissione dell’educazione alla dinamica del
mercato ed alle sue esigenze: questo fenomeno sarebbe tra le cause scatenanti
del rifiuto o comunque dei disturbi dell’apprendere da parte degli alunni e
della crisi di identità e di motivazione da parte degli insegnanti. Il punto
toccato da Hillman ha sicuramente una rilevanza molto grande, specialmente in un
paese come l’Italia nel quale il vetusto dibattito sull’antagonismo o sulla
complementarità fra cultura e utilità o, come si dice con slogan ancora più
efficace (e quindi ancora più drammaticamente privo di significato), fra sapere
e saper fare, trova continuamente nuova linfa e nuovi motivi di
ispirazione per la consueta zuffa ideologica.
Al di là di questa triste condizione
però, la rilevanza del tema posto in luce da Hillman riguarda in effetti un
problema reale, ma non nei termini in cui esso emerge qui, cioè non nei termini
della lotta per la supremazia fra una sorta di formazione pura e libera dai
condizionamenti e una sorta di prostituzione (questo è il termine di Hillman)
del sapere e dell’insegnare ad altre funzioni eterogenee ed estranee all’archetipica
coppia dell’insegnare/apprendere.
Innanzitutto i termini del problema non mi sembrano
posti correttamente perché non ritengo accettabile, neanche come iperbole
retorica, l’equiparazione dell’ingerenza delle leggi del
mercato nell’organizzazione dell’istruzione al controllo dell’educazione ed al
suo asservimento da parte dei totalitarismi: l’operazione compiuta da Hillman
nell’identificare i due aspetti mi pare segnata da una discutibile vena di
relativismo storico e culturale. I condizionamenti consci o inconsci del
mercato sono comunque qualcosa di molto diverso
dall’occlusione delle coscienze tentata dei totalitarismi (e in questa
diversità non intendo esprimere un giudizio di maggiore o minore pericolosità
per la società aperta), almeno per il fatto che anche il più bieco educare in nome
di una funzione economica (ammesso che esso esista nella realtà dei fatti) non
mi pare possa condurre di per sé al vero dramma ed alla vera tragedia del
totalitarismo, che è la perdita e l’oblio del senso dell’individualità.
Può sembrare piccola distinzione e magra
consolazione, dal punto di vista ideologico nel quale le diversità e le misure
non contano, poiché lo sguardo è fisso verso l’Idea, tuttavia può non essere
secondario per chi ancora ritrova nella riaffermazione assoluta dell’individuo
non il peggior male ma piuttosto l’unico grande bene
dell’Occidente. Voglio dire, più semplicemente, che anche una cruda ed
utilitaristica educazione per la piazza
del mercato può avere, per la misteriosa eterogenesi dei fini alla quale
diamo il nome di volontà personale, un ruolo ben diverso dalla massificazione
del sapere e dalla riduzione dell’uomo ad automa consumante: perché infatti la spinta verso l’affermazione di sé dovrebbe
condurre alla rovina morale piuttosto che allo sviluppo di tutti? Non è forse
altrettanto naturale ed archetipica, accanto alla coppia insegnare/apprendere,
anche la dinamica opposizione tra prevaricare/convivere sulla quale si basa la
storia delle nazioni, del diritto, dell’economia? E
non è forse l’incanalarsi di tale opposizione nell’economia a costituire il motore dell’Occidente almeno fin da quando
questo si è liberato dall’immobilismo delle strutture feudali?
La seconda constatazione di Hillman che intendo mettere in rilievo in quanto tocca un altro dei nervi
scoperti dell’attività formativa riguarda la necessità evidenziata dall’autore
di superare il nichilismo etico nel quale sfocia l’organizzazione oggettiva ed
asettica (priva cioè di eros nel
senso che il termine assume per contrapposizione a techne) dell’educazione.
Mi pare di poter interpretare lo spunto in questo
modo: una formazione libera dal formalismo tecnico o comunque
non incentrata su esso come se questo ne costituisse la reale essenza potrebbe
essere in grado di condurre colui che apprende attraverso un vero percorso di
formazione, senza ridurre i suoi anni di scuola allo sterile apprendimento
degli strumenti con i quali riuscire a ritagliarsi il proprio posto sulla
piazza del mercato. Attraverso questo percorso di formazione, caratterizzato
dalla passione e dall’eros dell’apprendere/insegnare, sarebbe possibile
riempire la forma vuota dell’apparato educativo, cioè,
appunto, superare il nichilismo etico che accompagna il vuoto dell’oggettività
e del tecnicismo nel campo dell’istruzione.
Ma, se comprendo correttamente
lo spunto di Hillman, mi pare piuttosto chiaro che ciò che è in grado di
riempire un vuoto morale e di contrapporsi al nichilismo etico merita,
naturalmente, il nome di valore.
Tirando le somme: la scuola dell’eros contrapposta alla scuola della techne porterebbe l’apprendimento
lontano dalla crudezza delle leggi economiche, insegnerebbe la libertà e
additerebbe la strada dei valori.
In questo modo lo sforzo dell’insegnare e
dell’apprendere si tradurrebbe nella fatica di perpetuare una sorta di umanesimo dei valori, cioè nella conservazione di quanto
la storia ha trasmesso sotto i nomi del buono, del bello, del giusto.
Ne deriva quello che lo stesso Hillman chiama 'un
modo di pensiero umanista': la perplessità che sorge di fronte a questa
prospettiva umanistica dell’insegnare e dell’apprendere riguarda la possibilità
di considerare davvero i valori come il contenuto e la sostanza capaci di dare senso alla techne,
all’attività programmata, all’oggettivazione del risultato o, in una parola,
all’educazione nell’accezione negativa in cui il termine è utilizzato da
Hillman.
Detto ancora più radicalmente: davvero ha senso
considerare la techne, cioè l’aspetto per il quale il sapere diviene trasmissibile
e razionale, stabile e utilizzabile, come un vuoto contenitore che necessita di
essere riempito da valori?
E se invece l’errore e il
tradimento nella naturale tendenza al domandare ed al rispondere
(all’apprendere ed all’insegnare) consistesse proprio nell’aver determinato
quest'ultimo come la necessità di spingere l’individuo verso il riconoscimento
di valori che, per il fatto stesso di essere diventati tali, stanno fatalmente
al di fuori del mondo fantastico autonomamente creato dal soggetto che ancora deve compiere i passi
decisivi nella produzione del proprio io e della propria interpretazione della
realtà?
Tra i diversi esempi e richiami storici Hillman utilizza anche il riferimento ai Sofisti, la cui educazione
si colloca agli antipodi dell’insegnamento socratico; ma questa antiteticitá
non è provocata dal fatto che la sapienza dei primi si riduce a metodo, a vuoto
formalismo, a techne, mentre il
secondo condurrebbe il proprio interlocutore verso un sapere sostanziale,
additando quindi valori di riferimento. E' Socrate stesso,
ad esempio nel Gorgia, a richiamare
l’impossibilità di considerare l’insegnamento sofistico come una vera techne, in quanto essa non conduce ad
una reale conoscenza.
La differenza fra l’insegnamento dei sofisti e
quello di Socrate è invece illustrata molto bene nel primo libro della Repubblica. In esso
assistiamo allo scontro fra Socrate ed il sofista Trasimaco: l’affermazione con
la quale quest'ultimo esordisce nel dialogo è l’accusa mossa al maestro di
Platone di essere capace unicamente di porre domande piuttosto che di fornire
risposte e, di conseguenza, l’esposizione della convinzione sofistica secondo
la quale il domandare è sicuramente più facile del rispondere.
La vera differenza di Socrate rispetto ai sofisti
consiste nel primato che egli assegna al domandare rispetto al rispondere.
Questo ci porta a mettere in dubbio che la vera antinomia ed il vero problema
intorno al quale si gioca il futuro dell’istruzione sia legato al contrasto fra
eros e techne, cioè fra passione umanistica e
formalismo economico e oggettivante. Se questa
contrapposizione sicuramente si avverte nella pratica quotidiana
dell’insegnamento, essa tuttavia non è né originaria né essenziale.
Per questo motivo la stimolante
indicazione di Hillman, con l’accento posto sull’aspetto più affascinante e
decisivo dell’insegnare/imparare, rischia di perdere mordente e importanza se
diventa unicamente un’esortazione alla conservazione della purezza archetipica
della meraviglia che guida l’apertura della mente umana verso la realtà o se pone
come proprio punto di riferimento l’idea di valore come barriera al nichilismo
etico.
Quest’ultimo infatti, nel
tempo in cui gli dei progressivamente si rivolgono lontano dalla storia e dalla
cultura, non può più essere interpretato come un vuoto di valori che sia
necessario riempire, ma piuttosto come la possibilità stessa del porre domande
in senso radicale.
Un certo umanesimo che definisce se stesso in
funzione antinichilista, oggi, non fa che evitare di porre queste domande,
proponendo le risposte che la storia ha creato nel suo faticoso percorso ma
che, non per questo, rappresentano, per dirla con Montale, “la formula che
mondi possa aprirti”.
Non si aprono mondi a coloro che
cercano maestri o semplicemente risposte indicando loro la strada dei
valori, perché in tale modo l’eros dell’insegnare, la passione dell’accomunare
l’interlocutore a ciò che per noi ha costituito la fiamma e il senso, rischia
di far tacere l’eros del domandare, cioè l’eros nel senso proprio, nella sua
natura interrogante che gli deriva dall’essere figlio di Povertà.
Concludendo, mi sembra di estrema
importanza che l’affascinante prospettiva sull’educazione disegnata da Hillman
non perda la propria forza e non si precluda la possibilità di raggiungere il
cuore del problema per il fatto di rimanere, se non nelle intenzioni
dell’autore sicuramente nelle possibilità interpretative che essa dischiude,
impigliata nella rete della semplicissima e troppo condivisibile opposizione
tra essere e dovere essere, laddove l’essere sarebbe rappresentato dalla techne e dalla sua natura esteriore e
formalistica e il dovere essere sarebbe identificato nell’eros come passione interiore.
Il problema reale non mi pare più, a questo punto,
quello di decidere in favore della contro-educazione basata sull’eros o dell’educazione basata sulla techne, né tantomeno mi sembra utile il
suggerimento della mediazione fra le due, perché quest’ultima soluzione è ciò
che l’istinto di sopravvivenza ha già da tempo
additato agli insegnanti.
La questione più essenziale mi pare invece connessa
ad un’idea decisiva che non ho trovato, neppure in controluce, fra le righe di
Hillman, cioè l’idea che il vuoto o il pieno
dell’insegnare e dell’apprendere, ovvero
il senso o la mancanza di senso di queste due decisive strutture dell’esistere,
non dipendano innanzitutto dal grado di empatia che si stabilisce fra esse,
quanto piuttosto dalla responsabilità
che le guida. Quando parlo di responsabilità, non intendo qui riferirmi
retoricamente ad un valore morale caratterizzato dall’abnegazione e dal
sacrificio ma, in maniera molto più semplice e neutra,
intendo segnalare la caratteristica essenziale a partire dalla quale qualunque eros e qualunque techne divengono capaci di costruire l’Io e, quindi, il mondo.
Responsabilità qui significa, in senso quasi letterale, rispondenza a se stesso, cioè capacità di
portare interamente, nel pensare e nel fare, nell’insegnare e nell’apprendere,
l’integrità della propria ansia di domandare del mondo a partire da se stessi e
non a partire dall’astrattezza del valore.
Credo pertanto che rappresenti un pericolo troppo
grande il tentativo di trovare punti fermi sui quali fondare l’attività
formativa diversi dall’unico elemento di base al quale siamo sicuri di non
poter rinunciare: l’individualità assoluta dell’insegnante e dell’allievo.
Sostituire con i valori questo elementare punto fermo che costituisce forse la più
grande scoperta della nostra tradizione (la libertà e l’assolutezza del
soggetto) significa già, in un certo senso, privare l’insegnare e l’apprendere
della propria reale carica sovversiva
che non consiste nel contrapporre un valore storico ad un altro, ma piuttosto
nel contrapporre ad ogni tentativo di ipostatizzare l’esistenza nella retorica
dell’Educazione l’irrinunciabile certezza dell’unicità e dell’assolutezza della
strada che il soggetto sceglie per formare se stesso: allora realmente potremmo
parlare di formazione nel senso in cui i Greci, fondatori della nostra
tradizione, declinavano l’aspetto essenziale della loro storia, la paideia intesa non come tecnica
educativa ma come rivolgimento dell’anima del singolo verso la corrispondenza a
se stesso ed al proprio mondo.
* Nato a Genova il 13/10/1971
Docente di storia e
filosofia presso il L. S. S. “E. Fermi” di Genova.
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Si
tratta di una iniziativa che si attua nell'ambito
del convegno mondiale sull'istruzione
organizzato dalla Fondazione Liberal. Edizione 2003
(14-17 maggio, sempre a Milano). Nella scorsa edizione Hillman
scrisse agli insegnanti italiani: nella prossima gli insegnanti italiani,
ATTRAVERSO LE ASSOCIAZIONI PROFESSIONALI, sono invitati a rispondere alla
lettera di Hillman.
Le
cento migliori lettere saranno oggetto di una
pubblicazione della Fondazione, e le migliori 3 saranno lette e premiate, con
500 euro per ciascuna, il 15 maggio.