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16 dicembre 2009 - Incontro del Forum delle Associazioni professionali dei docenti e dirigenti della scuola (FONADDS) col MIUR sui nuovi Regolamenti per i Licei - Regolamento Licei - Allegati B - C - D - E - F- G
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considerazioni del prof. Antonio Porcu,
Responsabile del Centro studi APEF
“Insegnare, imparare, educare” è il titolo di un discorso
ricco, complesso e suggestivo, che J. Hillman rivolge esplicitamente agli
insegnanti per proporre loro una sua
tesi sulla natura profonda della relazione “insegnare-imparare”, nella
convinzione che “la base dell’insegnamento nel XXI secolo non è diversa da
quella di qualunque altro [secolo], anche se il contenuto e la forma
dell’educazione subiscono le esigenze della storia”; e che “le enormi difficoltà che stanno schiacciando le scuole nel mondo
non sono radicate nell’insegnare e nell’imparare” ed anzi “l’immediatezza di
quel rapporto è un porto sicuro, una salvezza dai problemi dell’educazione”.
La base dell’insegnamento, che Hillman chiama anche “ciò che giace nell’anima
dell’educazione”, è “l’affinità innata tra l’insegnare e l’imparare”:
l’Insegnante e lo Studente” formano infatti, a suo giudizio, una “coppia
archetipica”, dalla cui affinità “dipende la techne e la praxis di
tutti i programmi educativi, la realtà di ogni adempimento, qualunque cosa
venga proposta da chiunque, ovunque”. Egli desidera appunto che questa base
“resti viva nell’anima” e ciò gli sembra necessario perché l’educazione tende
non solo ad oscurarla, con la confusione terminologica e concettuale che si
opera comunemente tra il suo concetto e quello significato dalle altre due
parole,”insegnare” ed “imparare”, ma può persino impedire la relazione di “insegnamento –apprendimento”. Di fatto, poi,
per Hillman la impedisce, se, come sostiene, l’educazione è oggi un “disordine generale
dell’imparare”, per cui appaiono comprensibili la resistenza e la
ribellione dei discenti (rifiuto della scuola, violenza e i desasparecidos): sono infatti i sintomi di una relazione “malata”, ed è
malata perché ha perso il riferimento a questa sua base profonda.
Il discorso è rivolto
ai soli insegnanti, che in verità sono solo un lato della relazione
“insegnamento-apprendimento”, sia per incoraggiarli nelle difficoltà presenti,
sia perché evidentemente Hillman ritiene che spetti soprattutto a loro prendere
coscienza della vera causa delle “enormi difficoltà che stanno schiacciando le
scuole del mondo”, e porvi rimedio opponendosi alla falsificazione della
relazione operata dall’educazione con un ritorno alla natura: da “insegnanti”,
insomma, devono ridiventare “Insegnanti”, cioè incarnare una delle facce della
coppia archetipica, Non c’è invece bisogno
di rivolgersi all’altro lato della relazione, a coloro che desiderano imparare,
cioè agli alunni: essi infatti le si
offrono con un atteggiamento sempre naturale e verginale, sono sempre “Alunni”,
mai “alunni”:“Gli studenti –precisa infatti l’Autore- mettono in contatto i loro cuori affamati con
la loro sete di conoscenza”. Pertanto l’unico contributo che possono dare,
è quello che già danno con gli atteggiamenti ribelli, sintomi, come detto,
della malattia dell’educazione.
La
base profonda- sostiene Hillman- della relazione “insegnamento-apprendimento” (
o meglio “apprendimento-insegnamento”, giacché in realtà nella sua esposizione
stessa il desiderio di apprendere sembra il prius logico- temporale rispetto
all’impulso ad insegnare, e questo non è senza significato) è nella natura:
infatti al desiderio di sapere, naturale , corrisponde inscindibilmente il
bisogno di insegnare, altrettanto naturale, come due facce della stessa
medaglia; e il desiderio e il bisogno nella loro primordialità e addirittura
animalità, si ricercano naturalmente: come un fratello ed una sorella, come
Hansel e Gretel, sperduti in un bosco, esemplifica suggestivamente Hillman, e
il loro incontro non può essere pianificato ma essere solo il risultato del
caso. Questo dipende dal fatto che “la relazione tra l’imparare e
l’insegnare è animale, naturale, data, dotata di ubiquità; non è tanto il
prodotto della civilizzazione e della cultura quanto la loro base”.
Prodotto della civilizzazione e della cultura è semmai l’educazione nel significato
particolare, almeno in Italia, con cui Hillman la impiega. La usa, infatti ad
indicare la relazione “
insegnare-imparare” istituzionalizzata, cioè programmata, uniformizzante,
burocratizzata: in sostanza ciò che noi chiamiamo “sistema scolastico o
educativo”. Per ciò scrive che “l’educazione esteriorizza e sistematizza la
relazione nella scuola (istituzioni educative). Tenta di mettere in contatto i
giusti (qualificati) insegnanti con i giusti (selezionati) allievi […]; che per
il suo intervento “La vocazione innata diventa una professione
accreditata”; che “l’educazione richiede
un intero esercito di amministratori, esperti, specialisti; divisioni in
classi, unità, soggetti, discipline, dipartimenti; conseguimento di traguardi,
gradi, prove, valutazioni e naturalmente bilanci preventivi…”; e che
“l’educazione oggi assorbe il 5% del prodotto mondiale nazionale lordo;
l’educazione è la più grande industria del mondo”. L’educazione, intesa in
questo senso, sotto l’apparenza ragionevole di facilitare la relazione
insegnare-imparare, in realtà la corrompe profondamente rispetto alla sua base
naturale: essa è propriamente la strega “dall’insaziabile appetito” che nel
bosco cattura Hansel e Gretel, cioè il
desiderio di imparare e il bisogno di insegnare, sottraendo loro la casualità
della reciproca ricerca ed incontro che sono guidati in natura solo
dall’affinità reciproca.
Se,
come ho capito, è posta in questi termini, la questione sollevata da Hillman
sembra essere “solo” un aspetto della più generale problematica sul rapporto
tra natura e cultura, o tra pulsioni istintuali e regolamentazione sociale, o
anche tra libertà e pianificazione: problematica sulla cui rilevanza nella
cultura moderna, soprattutto a partire dalla seconda metà del Settecento e in
particolare nel campo pedagogico, non c’è davvero necessità di soffermarsi. Per
semplificare ed esemplificare, diciamo che assomiglia al problema del
giusnaturalista davanti alla legislazione positiva. In questo caso è
giustificato rivolgersi agli insegnanti, anche col rischio di una stima
eccessiva delle loro possibilità operative: la loro azione collettiva,
stimolata magari proprio dalle considerazioni di Hillman, potrebbe certo dare
un contributo importante (al di là dell’iniziativa individuale e solitaria
degli insegnanti dei tre esempi presentati) ad una configurazione del sistema
scolastico, cioè dell’educazione, in forme più attente alla base “naturale”,
“data”, “archetipica”, della relazione “insegnare-imparare” migliorando la sua
situazione: evitando, in particolare, che “ a causa del potere degli istituti
educativi, l’imparare debba nascondersi all’interno dell’educazione” e che
“impariamo ciò che è ufficialmente insegnato e re-impariamo il contrario”
cosicché “il vero imparare, analogamente alla psicanalisi, diventa sovversivo”
e all’educazione si sostituisce la “contro-educazione. Infatti Hillman, pur
rappresentando in termini molto negativi la situazione attuale dell’educazione,
cioè della relazione insegnare-imparare istituzionalizzata, non sembra
escludere possibilità di miglioramenti: solo dichiara di non prendere posizione
tra i diversi modelli di educazione perché, sostiene, se lo facesse,
diventerebbe un educatore mentre intende parlare solo da psicologo che cerca di
“descrivere ciò che giace nell’anima dell’educazione piuttosto che prescriverne
la forma”. Ciò che gli interessa è che la consapevolezza della base naturale e
animale, della relazione deve essere in ogni caso “precedente ai progetti
per la riforma dell’educazione, alla certificazione degli insegnanti, alle
missioni e agli scopi dei programmi educativi, ai contenuti dei curricola, e agli altri dibattiti che
impegnano cittadini ed esperti”: deve precedere tutte queste cose, cioè,
suppongo, condizionarle nel senso di metterle veramente al servizio della
realizzazione del rapporto naturale di insegnamento-apprendimento, che è
l’anima dell’educazione: dunque, non escluderle.Tanto più che Hillman non
sembra neppure prendere in considerazione la possibilità che il rapporto
“naturale e animale” sia mai esistito, esista o possa essere realizzato in
futuro come forma storica concreta: per lui è infatti solo un archetipo, che
storicamente si è esplicato e si esplica esclusivamente nell’educazione, cioè
nella scuola, che è dunque l’unica forma concreta di esso. Ciò è evidente dal
fatto che, davanti alla crisi dell’educazione, la sua abolizione non è prevista
neppure come ipotesi remota; la sua preoccupazione è infatti solo l’educazione:
cerca di descrivere “ciò che giace nel cuore dell’educazione”, è allarmato
perché “qualcosa si sta ammalando nel cuore dell’educazione, è malata nel
cuore, e questo cuore non può essere ristabilito con semplici esercizi di base
o con una nuova dieta dell’anima, né questo cuore può essere sostituito da una
macchina ad alta tecnologia”. Ora, Hillman non ignora certamente che, quando
oggi si parla, sulla scia di un lungo dibattito pedagogico a cui lui stesso fa
riferimento, ad es. di “centralità dell’alunno” nella relazione e della
necessità di fondarla anche sul rispetto dei bisogni affettivi e fantastici, di
insegnamento individualizzato attento agli interessi e ai ritmi di
apprendimento, della necessità che le scuole siano “ambienti a misura degli
insegnanti e degli alunni”, di sburocratizzazione della vita scolastica etc.,
si rivela la consapevolezza del problema sollevato da lui: consapevolezza che
in alcuni casi si è tradotta anche in
tentativi di risolverlo con riforme che cercano in sostanza di ricondurre o
avvicinare la relazione istituzionalizzata a quelle basi naturali che secondo
lui ne sono l’anima. Tuttavia Hillman parla della situazione attuale
dell’educazione come se questi tentativi non ci fossero o non ci fossero stati,
ed anzi come se non si avvertisse neppure il problema, tanto che sente l’urgenza
di porlo lui. Poiché però non mi pare appunto verosimile che li ignori, non mi
resta che supporre che il suo atteggiamento sia dettato dalla persuasione che
la consapevolezza ed i tentativi non abbiano prodotto nessun risultato
(persuasione che condivido) e che pertanto il problema dell’educazione resti
ancora tutto da risolvere nei termini che egli pone, ed anzi si aggravi.
Logica
vorrebbe tuttavia che, a questo punto, ci si ponesse una domanda più radicale e
cioè se, nei termini in cui è posto, il problema sia risolvibile. Hillman non
se la pone ed è comprensibile: se per lui l’unica forma concreta di attuazione
della relazione “insegnare-imparare” è quella istituzionalizzata, cioè la
scuola, rispetto alla quale quella “naturale, animale, data, ubiqua” è solo
l’archetipo originario ed eterno, allora non c’è alternativa ad essa: il solo
problema è come l’archetipo vi si possa inverare e la misura dell’inveramento è
il solo metro di giudizio dell’educazione; resta sempre viva e valida dunque
l’esigenza di un’azione di inveramento e la possibilità del suo successo. Se
invece si ritiene che la scuola, l’istituzione educativa appunto, non sia
l’unica forma storica di attuazione della relazione insegnamento-apprendimento
ma solo quella della completa istituzionalizzazione di essa, radicata in
precisi bisogni sociali, la domanda è pienamente giustificata. Se infatti è
esistita o esiste una forma della realizzazione che corrisponde all’archetipo
di Hillman (che allora però non è più un archetipo ma appunto una forma
storica), escluso che si possa abolire quella istituzionalizzata che, se è
stata introdotta e continua ad esistere, evidentemente è perché rispondeva a
bisogni sociali e questi continuano a richiederla, essendosi rivelati
infruttuosi in tentativi di ricondurre la seconda alla prima non c’è che da
domandarsi se questo non sia dovuto all’impossibilità di farlo. La domanda si potrebbe formulare più chiaramente
in questi termini: se l’educazione, cioè la relazione istituzionalizzata, è
stata ed è così refrattaria ad inverare l’archetipo come lo descrive Hillman,
non potrebbe dipendere dal fatto che con esso ha poco o non molto o non tutto
da spartire? e non potrebbe dipendere questo dall’eventualità che ciò che
Hillman descrive come archetipo non sia in realtà che o la caratteristica
assolutizzata di una precisa e ben individuabile forma storica della relazione
o una commistione di quella di diverse forme storiche e pertanto valido ed
esigibile tutt’intero in una di esse o parzialmente in ciascuna ma non in tutte?
Se le cose stanno così, infatti, cercarlo dove non c’è interamente o in parte,
o peggio pretendere di inserirvelo, non ha senso ed è pertanto votato
all’insuccesso.
Ora
io ritengo appunto che siano esistite sin da età remote, ed in parte esistano
tuttora, due forme storiche principali della relazione
insegnamento-apprendimento, molto diverse: una non istituzionalizzata, che
possiamo chiamare anche “naturale” o “data”, perché nasce e si svolge
informalmente nei rapporti ordinari
della vita, in primo luogo nella famiglia, è pervasiva, ha potenti motivazioni
affettive ed è finalizzata principalmente all’acculturazione generale
dell’individuo; l’altra istituzionalizzata, cioè formale, burocratizzata, regolata in tutti
gli aspetti, che possiamo chiamare certo anche “scolastica”, ma solo perché la scuola né è, nell’età
moderna, la modalità attuativa più
comune e diffusa e non certo perché sia l’unica o intrinsecamente necessaria:
l’istituzionalizzazione può aversi, infatti, anche se la relazione si attua tra
un singolo insegnante e un singolo alunno, nel momento però in cui l’insegnante
è solo insegnante e opera solo a questo titolo (e non dunque anche come padre,
fratello, amico, vicino di casa o di quartiere), e colui che impara è solo
alunno (e non corrispondentemente anche figlio etc.): basta cioè l’assunzione
di ruoli precisi e distinti. Penso poi che Hillman abbia compiuto un’operazione
di questo tipo: ha costruito l’archetipo (intendendo che a costituirlo non sono
solo le due figure dell’insegnante e dell’alunno ma anche tutte le
caratteristiche “primordiali” del loro rapporto) sulla base di alcune
caratteristiche riscontrabili distintamente nelle due forme storiche diverse
della relazione “insegnamento-apprendimento”,
e poiché per lui l’unica forma concreta è quella istituzionalizzata,
cioè quella scolastica, lo ha applicato tutto intero a quest’ultima, nel senso
di pretendere che vi si conformi per evitare le difficoltà che incontra. Per lui, “descrivere ciò che giace nell’anima
dell’educazione” è appunto trovarvi l’archetipo che ha costruito componendo
tratti distinti delle due forme, e trovandovi invece anche caratteristiche non
riconducibili ad esso, in quanto preventivamente soppresse, le considera
negative e causa di quel “disordine generale dell’imparare che è chiamato
educazione”. Ad es. proprio la distinzione dei ruoli precisa tra insegnanti ed
alunni (“quelli che sanno a fronte di quelli che non sanno”), la vocazione
all’insegnamento sostituita dalla professionalizzazione (“la vocazione innata
–scrive- diventa una professione accreditata), la suddivisione dell’educazione
in gradi e ordini, la fissazione di traguardi, le prove etc: che sono invece
proprio alcune delle caratteristiche più generali ed universali della relazione
istituzionalizzata, mentre sono assenti nell’altra.. Essi, infatti, non rappresentano una distorsione
dell’archetipo universale ma proprio i costituenti originari della relazione
istituzionalizzata e volerli togliere significa volerla distruggere. Se
vogliamo continuare a parlare di archetipi, dobbiamo dire che le
caratteristiche che Hillman critica nella relazione istituzionalizzata sono
proprio quelle che ne costituiscono l’archetipo specifico: il che equivale a dire che l’ ”anima” di essa
non coincide affatto con l’anima in generale della relazione
“insegnare-imparare”. Il vero confronto dunque
non va fatto, a mio parere, tra l’archetipo generale e la relazione
istituzionalizzata, ma tra questa e quella naturale, cioè l’altra forma storica, concreta, di essa; o,
volendo ragionare in termini di archetipo, al massimo tra i relativi archetipi.
Questo confronto, a mio giudizio, ci porterebbe al cuore del problema della
crisi della scuola, che consiste non nel suo allontanamento dall’archetipo
universale di Hillman ma da quello suo specifico, nel fatto cioè che essa,
relazione istituzionalizzata nata e conformata per soddisfare precisi e
specifici bisogni sociali, ha finito per assumere anche i compiti tipici della
relazione naturale, nata per soddisfarne altri;
e ciò ha determinato l’esigenza che ne assumesse anche i caratteri.
Per
chiarire meglio quanto detto, se esaminiamo il significato che Hillman
attribuisce alle tre parole fondamentali del suo discorso (“insegnare,
imparare, educare”), ci rendiamo conto di come l’operazione di costruzione
dell’archetipo sia stata possibile e, ciò che più conta, come già in esso sia
presente l’assunzione da parte della relazione istituzionalizzata dei compiti
di quella naturale. Notiamo subito, infatti, che alle prime due ne viene assegnato
uno troppo generico, alla terza uno troppo ristretto, che è quello, come
abbiamo già esposto, inusuale di “educazione” intesa nel senso di
“istituzionalizzazione della relazione insegnamento- apprendimento”. I primi
due sono adoperati nel senso usuale: il primo di essi, “insegnare”, a
significare l’attività o azione rivolta,
per usare le parole dell’Autore, a “rispondere ad una domanda, dimostrare,
spiegare, correggere”( il che dovrebbe far presupporre in ogni caso che chi la
svolge e comunque la svolga, sappia appunto farlo o ne abbia qualche titolo);
il secondo, “imparare”, ad indicare le esigenze conoscitive ( i famosi
“perché?”) o in ogni caso le situazioni pratiche (ad es., uno che manovra in
modo che appare improprio una sega), che suscitano l’azione dell’insegnare”.
Ora, questi significati usuali sono troppo ampi, perché sono quelli validi non
nella relazione naturale ma solo in quella istituzionalizzata, ed infatti è qui
che le parole che li significano hanno il loro impiego normale: qui si parla di
insegnare ed imparare, di insegnanti ed alunni e chi usa queste parole pensa
del tutto naturalmente all’ambiente scolastico. Perché succede se, come è
indubbio, è esistito ed esiste tuttora un altro ambito in cui c’è insegnamento
e apprendimento, cioè quello “naturale”? La risposta mi sembra questa: in
questo secondo ambito la relazione è talmente diversa che l’impiego delle due
parole non la rappresenterebbe. In realtà non l’ ha mai rappresentata proprio
perché esse sono nate per rappresentare quella dell’ambito istituzionalizzato,
e particolarmente in quel suo massimo di istituzionalizzazione che è la scuola. Il che vuol dire anche che
tra i due tipi di relazione non c’è neppure continuità storica ma rottura: una rottura che non ha
fatto che approfondirsi col tempo sino a cominciare ad apparire veramente
totale a partire dalla metà del Settecento. Non per nulla è da questo momento
che una corrente precisa della pedagogia moderna (quella che inizia con
Rousseau) ha assunto in sostanza che l’unica forma di realizzazione della
relazione fosse ormai quella istituzionalizzata: quella naturale si è
progressivamente trasformata in ideale, in utopia, che tuttavia si è cercato di
inserire per alcuni aspetti nell’altra. Nasce definitivamente in questo modo la
figura dell’insegnante educatore, che non solo assume in sé le funzioni di
colui che trasmette le conoscenze specifiche della relazione istituzionalizzata
ma pretende di trasmetterle “usandole” per l’educazione e sulla base dei
rapporti interpersonali tipici della relazione naturale: l’insegnante come
alter ego dei genitori, solo più sapiente o competente di essi; la scuola come
riproduzione dell’ambiente familiare o locale, solo più “perfetto”. Infatti il
nome che spetta propriamente alla relazione naturale è “educazione”, nel senso
usuale di “acculturazione dell’individuo”, cioè “addestramento ai valori
condivisi dalla comunità e ai comportamenti ritenuti giusti o corretti da
questa”. Per questo motivo il significato che Hillman attribuisce a questa
parola è troppo ristretto; è però anche equivoco, perché poi nel suo discorso
egli le attribuisce anche quello più usuale, e proprio per questo pretende
dalla scuola rapporti tra insegnanti ed allievi che possono essere presenti
solo nel campo dell’acculturazione ( tutto il discorso sull’eros ha questa
funzione).
C’è insegnamento- apprendimento in questa?
Certo, ma come c’è in ogni società animale, che cura l’addestramento sociale
dei suoi membri al fine di inserirlo nel gruppo, e da questo punto di vista
giustamente Hillman, se si riferisse alla sua realtà storica e non al presunto
archetipo, potrebbe parlare di
“animalità” di essa. Ma questo insegnamento-apprendimento “naturale” non nasce
dal bisogno di imparare e dal desiderio corrispondente di insegnare: nella
relazione naturale c’è solo il bisogno di insegnare per addestrare e l’imparare non è collegato al desiderio di
sapere dell’individuo, che non ha
rilevanza: il membro del gruppo è
costituito per definizione come “colui che apprende”, anzi “che deve apprendere”,
per insegnamento diretto o per imitazione, con aspetti anche di coazione molto
forti, pena l’esclusione dal gruppo; e questo bisogno di insegnare è
biologicamente fondato come dimostra la sua presenza anche tra gli animali. Ciò
che si insegna poi non ha valore per sé, ma è direttamente strumentale
all’acculturazione e tutto ciò che si trova o accade nell’ambito del gruppo ed
in ogni luogo e circostanza, può essere
strumento per l’acculturazione ed acculturatori o educatori possono essere a
turno o in concomitanza tutti i membri di essa in ogni ambiente, circostanza,
momento: in questo senso, di nuovo giustamente, Hillman potrebbe parlare di “ubiquità” della relazione, ma in nessun
modo della figura dell’insegnante e
dell’alunno come coppia archetipica. Aggiungiamo poi che tutta l’acculturazione
avviene in un clima di forte affettività, che è la molla che in fondo la
giustifica e che rende accettabili gli aspetti coattivi: desiderio di
protezione da parte di chi educa, bisogno di protezione da parte di chi viene
educato; e con un istintivo rispetto
delle esigenze dell’educando, in particolare dei suoi ritmi di crescita: in
questo senso la relazione è “data”, cioè è fondamento dell’esistenza di una
comunità.
La relazione
insegnamento-apprendimento, se la intendiamo nel senso storicamente più proprio
e specifico, che è poi significativamente, ripeto, l’unica per la quale
parliamo di “insegnanti” ed “alunni”, nasce quando “l’accumularsi del
patrimonio culturale di una società fa sì che una cospicua parte di esso
rimanga fuori della possibilità di acquisizione per via di esperienza diretta o
mediante i normali e casuali contatti con persone esperte, e il suo complicarsi
esige l’impegno a tradurre l’esperienza sociale in forme più facilmente comunicabili:
pertanto una parte del contenuto è trasmesso
con una specifica azione intenzionale,
in tempi e luoghi appositi, da persone specializzate, mentre un’altra parte
viene lasciata alla famiglia e all’azione non organizzata della società” (R.
Tisato- V. Telmon, vc. “Scuola” G. D. UTET). Che questa scissione, abbia comportato che
ciò che più profondamente, emotivamente, significativamente coinvolge
l’individuo possa essere restato fuori dalla relazione istituzionalizzata è
sostenuto da alcuni studiosi ed è probabilmente vero: certo è, in ogni caso,
che molti studenti vorrebbero trovarlo in quest’ultima ma la ragione è appunto
che sono privati dell’esperienza della relazione naturale.
La trasmissione “con specifica azione intenzionale, in tempi
e luoghi appositi, da persone specializzate”, compito per cui è nata la
relazione istituzionalizzata, non implica necessariamente l’istituzione di
scuole, né tanto meno che queste siano controllate o addirittura gestite
direttamente dallo Stato. Può avvenire infatti, come è avvenuto e avviene
tuttora, anche con una relazione
individuale tra insegnante ed allievo, oltre che in strutture organizzate (le
scuole appunto). La scuola è solo il massimo dell’istituzionalizzazione (e la
scuola di Stato il massimo del massimo): ciò che conta è solo
l’istituzionalizzazione sociale del rapporto (che precede dappertutto quella
politica) rappresentata in primo luogo
dal fatto che esso si svolga ex professo
tra uno specialista che sa ed un alunno che non sa e sente il bisogno (ora sì!)
di imparare, in un contesto speciale, spaziale e temporale
determinato, caratterizzato da separatezza rispetto alla vita comune:
separatezza non solo fisica e temporale, ma anche di metodi e contenuti della
trasmissione, di rapporti interpersonali
tra insegnante ed allievo (che in ogni
caso sono condizionati già in partenza dalla reperibilità delle persone
specializzate necessarie), che non si basano affatto sull’affettività biologica
dalla quale, anzi, è più opportuno che prescindano. Ora, spostata dal suo
ambito naturale e quasi biologico nel quale serve alla formazione dell’uomo nel
suo ambiente, e diretta ad altri fini, la relazione ha assunto
caratteristiche tali che si può parlare
veramente di rifondazione e non di continuità con l’altra. Oltre alla necessità
che chi vuole imparare si costituisca volontariamente come alunno, chieda cioè
di sua iniziativa l’istruzione ( e come ho già sottolineato Hillman dà come
prius questa richiesta) e si rivolga a chi si è costituito ed è stato socialmente
riconosciuto come insegnante, basta pensare alle condizioni disciplinari che la
relazione istituzionalizzata ritiene necessarie per l’apprendimento, che
possono arrivare sino alla minuziosa regolamentazione dei movimenti del corpo,
alla precisa scansione dei tempi, alla determinazione degli spazi,
all’impersonalità del rapporto insegnante-alunno. Solo un generico riferimento al desiderio
naturale di conoscere può farla pensare simile all’altra e dunque far credere
che possa e debba ripeterne le caratteristiche: si tratta però di un’illusione.
Certo, in determinate circostanze questa illusione può far apparire una sorta di paradiso
perduto le caratteristiche della relazione naturale, quelle appunto richiamate da Hillman come originarie,
naturali, animali, innate. Se poi ricerchiamo quali siano queste circostanze,
troviamo che coincidono proprio con i momenti in cui alla seconda si
attribuiscono anche i compiti della prima, cioè anche l’educazione e non solo
la trasmissione di saperi e competenze specializzate o più complesse per la cui
acquisizione è stata appunto istituita; e questa attribuzione, teorizzata come
detto a partire soprattutto da Rousseau e praticata nelle prime scuole
“educative” subito dopo, nella società contemporanea ha assunto una misura sempre più larga ed
intensa, sino ad arrivare al punto che possiamo parlare di vera e quasi
completa “espropriazione”. Ora, una dialettica tra i due tipi di relazione è
sempre esistita perché inevitabile. Infatti se è vero che i saperi e le
competenze trasmessi con la relazione naturale sono principalmente mezzi per il
fine dell’educazione generale dell’individuo (la formazione dell’uomo), e
quelli, per loro natura più alti e complessi dell’altra sono principalmente
fini a se stessi, è altrettanto vero che questi ultimi possono (non,
intrinsecamente, devono) avere anche conseguenze educative e in questo modo
retroagire sui primi mettendoli in crisi e al limite addirittura screditandoli,
e per conseguenza anche l’educazione che essi
veicolavano; ma da una parte la forza della relazione naturale, basata
sull’affettività originaria e incentrata su un ambiente sociale molto coeso e
pervasivo e dall’altra il numero
limitato dei saperi di quella istituzionale, la loro limitata incidenza sulla
vita ordinaria e il basso numero di
quelli che ne usufruivano, sono riusciti per molto tempo a creare una sorta di
equilibrio tra le due, e la situazione ordinaria era quella di giustapposizione
e non di conflitto: al limite i due tipi di relazione si ignoravano, anche perché
quelli che si dedicavano ai saperi istituzionalizzati spesso venivano isolati o
separati dall’ambiente naturale. La
situazione è drasticamente mutata da quando da un lato si è verificato uno
sviluppo impetuoso, una sempre più accentuata specializzazione e incidenza
nella vita dei saperi e delle competenze trasmessi con la relazione
istituzionalizzata, e dall’altro si è affermata
l’opinione che non fosse più equo od opportuno che fossero accessibili a
pochi, perché da quei saperi, e non da quelli trasmessi nella relazione
naturale dipendeva “la formazione dell’uomo o del suddito o del
cittadino”. L’affermazione progressiva
della scuola “per tutti” ha via via reso meno importante o addirittura
insignificante la relazione naturale e l’educazione che essa sola impartiva: la
scuola diviene dunque il luogo e il rapporto dell’istruzione e dell’educazione,
portandosi appresso la contraddizione insanabile relativa al fatto che
l’educazione è sempre necessaria per i membri di un gruppo, e per ciò in larga
misura coatta e sempre basata sull’eros che rende accettabile la coazione,
l’istruzione non può che essere volontaria e libera e l’incidenza dell’eros non
solo non è necessaria, ma in certi casi può essere persino di disturbo. All’espropriazione ha contribuito
potentemente il fatto che , in primo luogo, il tempo in cui la relazione
naturale poteva esplicarsi è stato progressivamente occupato dalla scuola, sia
in relazione a quello quotidiano di ciascun alunno, sia in relazione alla loro
età data la scolarizzazione sempre più
precoce e sempre più lunga; poi perché i “veri insegnanti” sono divenuti quelli
della scuola, con perdita di prestigio di quelli della relazione naturale;
infine perché gli unici saperi e competenze veramente importanti sono divenuti quelli trasmessi a scuola. Si
aggiunga poi il contributo dato dalla
separatezza spaziale e temporale della relazione istituzionalizzata, che la
toglie ai luoghi, tempi, ritmi naturali e richiede un addestramento anche fisico,
corporeo, sconosciuto a quella naturale e corrispondente alle specificità
metodologiche e ai fini della trasmissione istituzionalizzata.
A mio giudizio, la
ribellione degli alunni, nei vari modo in cui si esprime, e il disagio degli
insegnanti nei confronti della scuola
sono certo dovuti al fatto che “qualcosa si sta ammalando nel cuore
dell’educazione”, come sostiene Hillman, ma la malattia è la confusione tra
istruzione ed educazione: molti alunni
vorrebbero educazione, che solo la relazione naturale può dare, e si trovano in
una istituzione che pretende di dargliela attraverso la trasmissione di saperi
che ha altre finalità (che diventano negative solo si pretende che siano anche
intrinsecamente educative)), per cui per essere educati devono
contemporaneamente acquisirli stando nella scuola secondo le regole di questa,
anche se per essi e per essa non provano alcun interesse; gli insegnanti
dovrebbero trasmettere i saperi, ma si trovano costretti, e per di più tra le
esigenze educative profonde degli alunni e quelle sistemiche dell’istituzione,
a fare gli educatori e non sanno letteralmente come fare. A mio giudizio,
nessuno glielo potrà dire, perché non è possibile. L’assunzione da parte della
relazione istituzionalizzata anche dei compiti educativi di quella naturale le
fa correre il rischio da un lato di non educare nessuno e dall’altro essa di
non svolgere neppure il compito per cui
è nata: la situazione attuale rivela che non si tratta solo di un rischio.
Ma non è il solo, perché ce n’è un altro ben più insidioso
connesso proprio al fatto che la scuola pretende di educare attraverso i saperi
che impartisce. Siccome educare significa “formare l’uomo” non in astratto, ma
secondo i valori della comunità in cui in cui vive, farlo attraverso i saperi
scolastici è possibile solo se essi sono, a loro volta, conformi a questi
valori. Ma i saperi scolastici, per loro natura, nascono dalla libera ricerca e
lasciano impregiudicati gli effetti educativi che ne possono eventualmente
scaturire. Questi dipendono da chi li apprende: ad es. in seguito allo studio
delle discipline scientifiche, uno può diventare ateo, un altro religioso, un
altro ancora restare esattamente ciò che era prima. Del resto non sono stati
rari, né lo sono , i casi di persone perfettamente padrone di un certo campo
del sapere (che dunque sono state bene istruite) che, dal punto di vista
educativo, cioè dell’acquisizione dei valori comunitari e della loro pratica,
sono un completo fallimento ( e questo problema è stato infatti al centro delle
preoccupazioni sin dal costituirsi di uno dei primi saperi specialistici,
insegnati appunto a scuola: la retorica). Dunque, l’attribuzione di compiti
educativi, connessi ai saperi trasmessi, alla relazione istituzionalizzata
comporta sempre una qualche coartazione della libertà nel costituirli e
trasmetterli: di questi, quelli che non vengono giudicati adatti all’educazione
vengono eliminati o modificati perché lo divengano. Questo è particolarmente
evidente nei regimi che puntano ad un’educazione di Stato, ma anche in quelle
scuole che vogliono essere educative per ragioni religiose o etniche o per
altri determinati motivi, ma non è assente neppure nelle società più
democratiche, dove alla scuola si chiede in ogni caso di “educare” ai valori
democratici. In questi, tuttavia, si
ricorre più spesso ad un altro modo: i saperi non vengono conformati, ma, in un
certo senso, neutralizzati preventivamente mediante l’aggiunta di pacchetti di
“educazioni specifiche” a finalità precostituite e si dà vita alla scuola
“delle mille educazioni”. Inoltre, tutt’altro che paradossalmente, si assiste
ad una sorta di rivincita della relazione naturale: espropriata dalla scuola
delle sue funzioni, se le riprende
imponendole di garantire gli
stessi risultati, intermini educativi, che otteneva quando le esercitava
direttamente; i genitori, ad esempio, pretendono che l’insegnante non sia che
un puro e semplice loro alter ego, sotto tutti i riguardi. L’ambiente naturale
degli alunni allora controlla completamente la scuola, facendo cessare del
tutto la dialettica di cui ho parlato sopra.
Ma allora, ci si può chiedere, la scuola non ha alcuna
funzione educativa? La risposta è, a mio parere, che l’ ha, ma sotto due
aspetti particolari e speciali. Uno è che educa a tutte le condizioni
necessarie per l’apprendimento delle discipline, e questo l’ ha sempre avuto;
l’altro è che, come scrive S. Brint, “è
specializzata nella formazione di personalità adatte per un mondo pubblico in
cui l’intimità e la premura spesso scarseggiano”, cioè “di persone capaci di
adeguarsi ad ambienti di lavoro impersonali e di perseguire i loro interessi
assieme e contro altre persone che non sono né familiari né amici intimi. Senza
una prolungata esposizione all’ambiente socializzante della scuola, la maggior
parte dei bambini non sarebbe sufficientemente preparato alla vita adulta”. Ciò
perché la scuola è la prima vera esperienza di ambiente impersonale e
burocratico che compie una persona nella sua vita. Questo tipo di educazione,
tuttavia, a parte la sua condivisibilità, non è legato specificamente alla
trasmissione dei saperi scolastici ma alle interazioni che derivano di per sé
dallo stare insieme in un ambiente strutturato sotto certe regole generali.
In conclusione, a mio parere, se si vuole “guarire” la
scuola, occorre certo rintracciarne l’anima, però la “sua” anima specifica, ed
in particolare i “suoi” archetipi specifici di Insegnante ed Alunno, e non
considerare il primo come un assistente sociali e il secondo come un povero
sbandati alla ricerca di improbabili incontri affettivi, taumaturgici
risolutori di problemi di vita. Occorre
cioè ricondurla alla funzione per cui è nata: la trasmissione dei saperi
scolastici ( i metodi migliori di trasmissione e la loro modifica non sono un
problema di educazione) e nel contempo ridare spazio, tempo, risorse alla
relazione naturale e ai suoi compiti educativi. L’educazione non è compito
della scuola ma dell’ambiente sociale naturale in cui la persona vive, delle
relazioni che spontaneamente vi si intrecciano, secondo le affinità parentali e
quelle affettive che vi nascono: è insomma nelle radici delle persone. Cercare
di trovarle nella scuola o di introdurvele significa snaturarla. Se queste mancano nell’ambiente naturale, non
c’è scuola che le possa sostituire, neppure se cessa di essere se stessa per
trasformarsi in una sorta di “educandato”; ancor più grave è poi se, sulla base
dell’idea che la scuola debba essere il puro e semplice riflesso dell’azione
educativa dell’ambiente naturale o, all’opposto, contrastarlo di proposito
perché non coerente con un’educazione considerata “ideale” o “perfetta” (sia
questa di Stato, di confessione religiosa, di gruppo etnico, di orientamento
politico-sociale etc), essa si trasforma
in una sorta di riformatorio. La scuola è sempre un rischio, perché tale è la cultura
che deve impartire: nessuno, se è veramente libera, può prevedere che effetti
educativi comporterà. Si può solo aver fede che, se i saperi sono trasmessi in
modo competente ed intellettualmente onesto (e questa è la funzione degli
insegnanti) ed appresi in modo soddisfacente (e questo è il compito degli
alunni), producano indirettamente effetti educativi considerati positivi per
l’individuo e la società, in feconda dialettica con quelli direttamente
trasmessi nella relazione naturale. Lo
Stato, se inteso come organizzazione politica dei cittadini e al loro servizio,
ha da una parte la funzione di garantire lo sviluppo e la libertà della cultura
e la sua accessibilità a chi lo desidera, e che le scuole, da chiunque
istituite o gestite, corrispondano rigorosamente a questo compito; dall’altra,
di favorire concretamente il delicato sistema delle relazioni “naturali” e
“spontanee” dove si compie l’educazione degli individui, a cominciare dalle
famiglie.
Solo se separate,
educazione e istruzione si completano a vicenda in una feconda dialettica.