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16 dicembre 2009 - Incontro del Forum delle Associazioni professionali dei docenti e dirigenti della scuola (FONADDS) col MIUR sui nuovi Regolamenti per i Licei - Regolamento Licei - Allegati B - C - D - E - F- G
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DIALOGO A DISTANZA CON HILLMAN di A. Delle Rose “Insegnare,imparare,educare “ offre spunti e motivi di riflessione sul tema importante della Scuola , con quel linguaggio privo di futilità che valorizza il senso dell’esistere e dell’essere…un tentativo difficile, ma che va assolutamente affrontato, specie oggi in tempi di riforme: senza preconcetti, senza supposizione. Mi
è parso che il motivo portante della riflessione fosse il concetto di
libertà -insegnare, imparare- da una parte e dall’altra quello di
oppressione, servitù –educare-; il tutto circoscritto, però,
nell’ambito individuale e unico di un soggetto che appare, nel suo
scritto, totalmente isolato…quasi un Emilio del terzo millennio. Non
trovo fuori posto riflettere ancora oggi su questi passaggi che appaiono
inezie retoriche, ma penso che il senso più decisivo del suo
argomentare trovi maggiori opportunità se relazionasse il senso della
libertà soggettiva con la consapevolezza della libertà oggettiva
altrui. Le
descrizioni dei Baldwin,
Kazan e Capote sono come
sagome ritagliate che galleggiano in un kòsmos senza geometria;
diventano universali fantastici per i quali l’eros colloca
l’educazione al centro dell’anima; in questo senso , nel senso
dell’anima, non vi è più spazio né tempo e potremmo tradurre
insegnante e alunno con gli
antichi nomi della religione mediterranea, preellenica la prima assurge
a Potnia e il secondo a Paredro ; potremmo seguire i loro rovesciamenti
estatici fra ciclici percorsi astrali, oppure inseguire
funambolicamente le più diverse eccitazioni, frenesie e orgasmi e
estasi di ciò che, nel profondo è emozione fortemente religiosa e che
nella coppia discente-docente non volge allo stupro, bensì alla
illuminazione del misterium trmendum che si mantiene e si
prende cura di ciò
che rimane in parte nascosto o non manifesto fra insegnare e imparare,
ossia l’educare. Ma
“se io optassi per una simile lettura diventerei uno psicanalista,
mentre sono solo un insegnante”. No,
non credo di poter seguire questo percorso, eppure trovo punti
importanti; leggo, ripenso, trovo interessante l’ipotesi, ma non
riesco a trovare una posizione di equilibrio; non è una forma maniacale
di sistematicità storicista che mi condiziona, è assai di più la
convinzione che nel suo discorso vi sono contraddizioni e letture in
qualche modo datate e in alcuni passaggi omologate
sui parametri dei condizionamenti della “cultura”
contemporanea a cui lei non pone la dovuta attenzione…Nessuno è
perfetto. Neppure io per altro verso. Ma questo dialogo non vuole
posizioni di forza né tende alla prevaricazione: vuole semplicemente
affrontare i problemi della educazione pubblica, quella che viene
impartita dalle scuole e, in modo particolare, da quelle statali. Lei
scrive:”La psiche si ribella contro il vero imparare che una società
guidata dall’economia insiste nel ritenere di
primaria importanza. (…) L’educazione come merce, come
investimento di capitale che serve alla competizione del libero mercato.
E’ questo ciò a cui i sintomi dicono di “ no”? E’ questo ciò
che il rifiuto della scuola in definitiva significa?” Si
sentono eco di un certo sessantotto, non è qui il problema; la lettura
è giusta, ma non lo è la risposta…dimenticavo, lei vuole
solo ”
descrivere” non “prescrivere”. In questa dichiarazione io trovo
l’errore sostanziale di tutto il suo dire ,
seguendo questa
visione lei va a proporre
una interpretazione della
scuola a partire da possibili trame
di “amori platonici” in cui l’eros assurgerebbe a nume risolutore
e di tutti i mali e di tutte le mancanze presenti in ciò che Nietzsche
chiamava Istituti di Cultura. Riprenderò questo discorso. La
sua analisi si svolge all’interno di una combinazione triadica
in cui i tre termini, pur considerando la realtà ontica, di
questa dicono poco o nulla,
ma passano immediatamente su di un livello ontologico, in cui
l’esistente è sì veduto
nelle sue strutture fondamentali, ma tale lettura teoretica sembra
smemorare il fatto che
l’esistenza è sempre individuata e singola e se trascendenza vogliamo
che sia essa è tutta coniugata, con parole di Heidegger,
all’”essere nel mondo”: e qui del mondo della scuola dobbiamo
parlare e della sua popolazione ampia e variegata, composta da classi di
venti, trenta e da insegnanti sottopagati, sottovalutati, sottostimati e
da una struttura pubblica senza progetto, senza forza, senza autonomia:
qui il suo Eros…ho l’impressione che si andrebbe più verso il mondo
del Marchese de Sade, che non verso quello di Abelardo e Eloisa. Ora
che cosa è il vero imparare? Lei qui dice solo di Eros in modi morbidi
, ammalianti, ludici: ma Eros si combina con Tànato-l’insegnare? E da
questa combinazione di vita e morte la rinascita-Educazione? E da questa
rinascita la piena consapevolezza della nostra libertà cosciente della
libertà altrui? Questo potrebbe essere il Bene? Il suo sociale che è
il mercato, l’economia,la merce è palesemente il Male? A fronte di
questo la necessaria ricerca del bene che, però, non legge il male
confrontandosi e rapportandosi, come dovrebbe fare un soggetto che si
determina a partire dai propri referenti pragmatici, no lei non entra in
questo scomodo Spleen in
cui il tempo sempre più accelerato della modernità sempre più moderna
ci riduce in polvere e dove i paradossi del post-moderno o della
new age ci sospingono verso
introspettive pratiche di salutare egoismo: no qui lei non entra.
Sono convinto che non le sfugge la relazione fra Thanatos e il
fratello gemello Hypnos il sonno, entrambi figli della Notte
alla quale appartengono anche i Sogni; con quanta destrezza il
pensiero greco significava il profondo con semplicità estrema, ma non
con superficialità. Il Sogno l’Utopia, il futuro sono possibili a
patto che il Sonno concluda una giornata di vita intelligentemente
condotta e consapevolmente
vissuta: per un giorno, così, la morte è stata sconfitta.
Conseguentemente possiamo dire che solo nella vicinanza con la morte ,
l’uomo comprende il senso profondo della propria esistenza. Credo che
un buon insegnante debba sapere –anzi deve auspicarsi- di essere morte
per la vita…quella uccisione-superamento simbolico già espresso nel
conflitto metaforico fra le generazioni di Laio e di Edipo. Ma il
conflitto fra le generazioni oggi è diventato competizione di durata,
di lavoro, di ruolo, di identità, di immortalità; di fronte a sé il
giovane ha un adulto che gli si propone come coetaneo e che vuole
condividere con lui i problemi e gli entusiasmi di una giovinezza che
prova a rinnovare con trapianti e silicone: non vi sono quasi
più dei Laio
disposti a farsi superare. La stessa cosa vale anche per la società, la
quale emargina la morte assuefacendo l’esistere fra materialismo e
capitalismo… Eppure in
molti passaggi io concordo con lei. “
All’insegnamento si chiede sempre di sottomettersi senza protestare di
fronte ai dogmi educativi:…”: non ai dogmi educativi, bensì a
quelli economici, tecnologici e scientisti a questi sì. Lei dice che
questa realtà si veste, si maschera con i panni della educazione no, mi
sembra che lei confonde, oppure noi usiamo questi termini a partire da
realtà diverse e quindi con differenti significati. Io
vorrei che la triade:insegnare,imparare, educare rimanesse tutta interna
alla praxsis didattica-formativa, poiché è solo assicurando loro
l’unità e la relativa autonomia da ogni altra incombenza
socio-politica-economica-religiosa-scientista che allora ci è
dato affrontare, frontalmente, il tema complesso della educazione alla
libera cultura: sia nella valenza di Bildung-formazione e sia in quella
di Kultur-civiltà. Vorrei ,insomma, che si affrontassero senza
mistificazioni il senso e i
modi necessari a far sì che il rapporto insegnante-alunno ritrovi la
giusta funzione, sia essa
individuale o collettiva. E’ il caso ora di riprendere il discorso su
Nietzsche e in particolare il testo delle conferenze intitolate “
Sull’avvenire delle nostre scuole”, tenute
nel 1872 a soli
ventisette anni. Mentre
post-moderno e new age, pur nei loro aspetti teorici in cui si pongono
differenze nei riguardi del contemporaneo, proseguono e confermano il
relativismo razionalista e assistono attoniti alle evoluzioni
dell’alienazione scientifica, che è in sostanza
l’alienazione dell’uomo, proponendo un recupero dei valori e delle
primogeniture storiche a iniziare da relazioni del tutto personali e
soggettive, in cui i concetti di gusto e di moda e di vezzo assurgono ad
a-priori inconfutabili per quanto aleatori, delineando percorsi in cui
solo la totale libertà del
soggetto, con il suo bagaglio autarchico- introspettivo di purezza ,
ingenuità, creatività, ingegno e altro ancora ,
sarebbe in grado di attuare la necessaria “trasvalutazione di
tutti i valori” , ritenuta l’unico vero valore irrinunciabile di
esistenze prigioniere di questa nostra ipertesa contemporaneità;
dall’altro lato abbiamo la “gaia scienza” del giovane Zarathustra
che, nella seconda conferenza, sentenziava: “…che al liceo vengono
inculcati nelle nuove generazioni tutti i mali del nostro ambiente
letterario e artistico, ossia la tendenza a produrre in modo frettoloso
e vanitoso, la smania spregevole di scrivere libri, la completa mancanza
di stile, un modo di esprimersi che non è stato affinato, che è privo
di carattere o miseramente affettato, la perdita di ogni canone
estetico, la voluttà dell’anarchia e del caos, in breve, tutti i
tratti letterari del nostro giornalismo…” Salto e arrivo alla quinta
conferenza, in cui dice:” Chi lo ha istigato alla autonomia in un’età
in cui i bisogni naturali e immediati consistono di solito
nell’abbandonarsi a grandi guide e nel seguire entusiasticamente la
strada del maestro?” Posso immaginare già sussulti e esclamazioni di
disaccordo. Però se si conosce un poco questo filosofo si sa che aveva
un occhio particolare per alcuni autori francesi e, tra questi,
Montaigne e, se seguiamo quest’ultimo, attraverso gli Essais,
arriviamo a comprendere meglio il discorso del tedesco; il francese
che escludeva la violenza e la costrizione scriveva :” Il vero
educatore forma l’uomo libero, capace di giudicare rettamente e di
governarsi da sé e questo non è possibile se non in un REGIME di
libertà, cioè di AUTODISCIPLINA”.. Ancora una citazione da Nietzsche,
seconda conferenza:” la letteratura pedagogica della nostra epoca:
bisogna essere completamente corrotti, per non spaventarsi –quando si
studi tale argomento- della suprema povertà spirituale… Nel nostro
caso la filosofia (per me l’analisi) deve prendere le mosse, non già
dalla meraviglia, bensì dall’orrore. Chi non è in grado di suscitare
l’orrore, è pregato di lasciare in pace le questioni pedagogiche.” E’
davvero curioso vedere il futuro distruttore, coli che andrà al di là
del bene e del male, colui che vorrà superare l’uomo, attardarsi a
“prescrivere “ –forse perché ancora giovane e fresco di memoria
sia dal punto di vista dello studente, quanto da quello del docente?- a
prescrivere e ammonire :” Lo ripeto infatti, amici miei: ogni cultura
prende inizio dal contrario di tutto ciò che oggi viene lodato come
libertà accademica, ossia prende inizio dall’obbedienza, dalla
subordinazione, dalla disciplina, dalla soggezione.” –Quinta
conferenza-. Mi pare del tutto inutile sottolineare che tutte queste
obbligazioni non sono una aberrante
relazione sado-maso
fra soggetti, bensì è la scelta che un soggetto fa nei confronti di
una valenza di cui ha compreso l’importanza e la relativa fascinazione:
la propria esistenza. Si potrebbe vedere qui la possibile differenza fra
la scuola pubblica post-moderna e quella privata del rigore e della
disciplina; anche se della seconda non ne condivido le finalità, poiché
queste sono obbligate dalla logica oggettiva della realtà economica, a
cui fanno riferimento già a partire dalla selezione operata dalle somme
necessarie per le iscrizioni; così come non condivido la finalità
educativa, la quale è partametrata non sulla formazione di un soggetto
con il suo futuro in divenire, bensì è rapportata alla creazione di un
riproduttore ,il cui futuro è già in atto, ossia è già programmato. Anche
noi insegnanti sentiamo la stessa necessità e cioè quella di sentire
la voce spirituale dello Stato che, finalmente,
prescriva a se stesso di ridare misura umana a società e
cultura; un prendere posizione. Qualche
lettore potrebbe non capire
la differenza fra il mio discorso e il suo; certo, poiché è solo
questione di sfumature, ma queste sono comunque importanti e non
formali. Allora
voglio evidenziare le sfumature e, così facendo, chiarire a questo
ipotetico lettore le differenze fra la sua visione del mondo e la mia.
La sua avverte l’orrore del mondo, ma lo vede come una condizione di
fatto , irreversibile e quindi ne prende le “distanze” scendendo
nell’antro di Trofonio, in cui l’anima illumina il singolo nel cuore
mentre il corpo è
nella più totale oscurità e nel più muto isolamento: qui c’è un io
, ma non c’è più il mondo. Questa pratica
illuminante ha bisogno della piena libertà del soggetto, vuole i
suoi istinti liberi e ferini, rifiuta la storia e il peso della cultura;
in più l’accettazione del relativismo, con il conseguente
rifiuto di assoluti e/o di a-priori, invita a soluzioni introspettive e
private…ma fuori tutto continua così come sempre. Lei in buona fede,
ma un po’ yankee e un po’ puritano, lascia che i panni sporchi
rimangano in penombra e dimenticati dietro un’anima, che trascina
pochi fortunati verso quella:” O luce etterna che sola in te sidi,/
sola t’intendi, e da te intelletta/ e intendente te ami e arridi!” ;
a questi livelli sarebbe assolutamente pretestuoso parlare , attardarsi
ancora, a parlare di Insegnare, Impaperare, Educare. Ma
proprio qui è l’errore. Da una parte abbiamo una società
che vede –sono parole sue- “l’educazione come merce , come
economia”…ed è vero; ma dall’altra abbiamo un’anima che isola
il soggetto e lo ammalia con le lusinghe più sensuali
dell’”anarchia e del caos”: qui, ovviamente, è assolutamente
vietato prescrivere…è meglio -forse più comodo- descrivere. Abbiamo
veduto –è pressoché inevitabile- il filone, la serie delle pellicole
sulla scuola americana; quella serie di storie che vengono da Hollyiwood
e che non sono vere, ma verisimili e per questo agli occhi dei più
appaiono più vere del vero, in cui le classi tumultuose e trash vengono
addomesticate dagli insegnanti a partire dal più incallito teppista
della compagnia, il quale risulta essere il genio nascosto, l’unto del
Signore…le lacrime scendono copiose, sulle guance rivoli di umida
commozione solcano i volti inebetiti e annichiliti dei docenti europei,
ai quali simili miracoli non si mostrano né tanto né spesso…chissà,
sarà questione di clima? Però
a noi è giunta una notizia alquanto particolare e che va ad inficiare
proprio questa visione idilliaca e bucolica proposta dalla ideologia
cinematografica; la notizia invitava gli insegnanti europei a prendere
in considerazione l’opportunità di andare ad insegnare nelle avanzate
scuole americane, quelle scuole sature
di giovani genialità allo stato brado, ma così brado che si ricorre ai
vecchi e reazionari e retrogradi insegnanti del vecchio mondo per vedere
di risolvere le cose. Detto questo, a scanso d’equivoci, aggiungo
subito che per me e per tanti insegnanti come me
è categorico che tutti i ragazzi
possono imparare. Ma dobbiamo chiederci, che cosa e come devono
imparare? Lei
sembra voler rispondere alla seconda domanda, sul come e ci dice
dell’eros; ma differentemente da quanto avviene sulla strada in cui
Cupido miete vittime a tutto dardo, nella scuola l’eros fa solo
singole vittime e come lei ha descritto sono nomi che si elencano con le
dita delle mani di un insegnante giunto al termine della sua carriera. Io
mi chiedo, invece, che cosa e perché vogliamo che si insegni e perché
e come si deve imparare; e aggiungo ancora, perché cosa vogliamo
educare? Lei
deve entrare di più nella scuola e vederne i lati meno appariscenti,
quelli che non stanno nelle teorie né nei programmi; deve conoscere i
paradossi e le incongruenze…gli orrori. Forse gli stessi orrori che
vedeva Vico e che gli facevano prendere le distanze dal metodo
cartesiano, al quale riconosceva sì la capacità di aumentare la somma
delle conoscenze umane, ma ne avvertiva anche la capacità di impoverire
la somma delle facoltà psichiche e cioè quelle che servono per
realizzare un uomo
completo. So che è un autore a lei molto vicino: benissimo. Mi fa
piacere. Ho
pronto un altro ma e anche un
però…non me ne voglia. Lei
fa riferimento a Vico e, anche in questo caso, dice e afferma concetti
che condivido, ma opera sempre nello stesso modo e cioè porta dentro ciò
che io vedo, invece, fuori. “ Individualizzare l’educazione, cioè
collocare l’imparare all’interno dell’anima di qualcuno, esige
l’eros… L’idea autentica dell’uniformità educativa,
dell’universalità stessa, è stata radicalmente sfidata teoricamente
da Howard a Harvard e molto tempo prima da Gimbattista Vico a Napoli.”
E’ vero. Ed è ancora più vero : “ Essi offrono un modo di
pensiero umanista o quella che può anche essere chiamata una BASE
POETICA DELLA MENTE
che è capace di superare il nichilismo etico dell’educazione
contemporanea e l’ottusità estetica travestiti e rinforzati dal “
metodo obiettivo” “. Ecco, è tutto perfetto, però quando dice di
individualizzare l’educazione io vado in fibrillazione e non
comprendo, perché non si
avvede che il vero problema sta nella strutturazione ideologica della
nostra società poi, sicurissimamente, nel singolo individuo: ma in
primo luogo è questa ideologia, è questo massimalismo, è questo
totalitarismo che vanno chiariti e analizzati… Non crede? Insomma,
a me pare che il percorso preferenziale su cui far transitare il
problema scuola sia necessariamente e prioritariamente quello politico.
E’ qui che si può definire l’aspetto complessivo
dell’argomentazione che stiamo trattando. E’ la progettazione di un
quadro d’insieme, che può risolvere le singole problematiche e quelle
dell’imparare e quelle dell’insegnare e quella dell’educare. Se
non facciamo attenzione a distinguere e separare i termini, se non
poniamo attenzione a differenziare i contesti è facilissimo –a volte
strumentale- confondere la causa con l’effetto; travisare il
significato con il significante; scambiare il segno con il segnale. Faccio
ancora una lettura del suo testo prima di terminare: “ L’idea
autentica dell’uniformità educativa, dell’universalità stessa, è
stata radicalmente sfidata da Vico ecc.” Che cosa comprende uno
studente da questa frase? Che cosa si trova davanti agli occhi, sempre
lo stesso studente, quotidianamente? E’ chiaramente un messaggio
sincopato e non delucidativo e proprio per questo disponibile a libere
interpretazioni, la maggioranza delle quali inclineranno per forme
anarchiche e autarchiche: intendiamoci solo apparentemente e solo
ingenuamente pensate tali. Qui viene operata quella contrazione
di senso che non mi soddisfa affatto. Tentando un motto potremmo
dire, che ad un massimo di imposizione corrisponde –la stessa
imposizione vuole che corrisponda- un massimo di anarchica libertà dei
soggetti. E’ proprio quanto accade nella scuola italiana. Lei sa che
nella moderna scuola italiana c’è la Carta dei diritti delle
studentesse e degli studenti? Qualcuno
le ha detto, magari all’orecchio, sottovoce, che nella aggiornata
scuola italiana a tutt’ oggi non esiste la carta dei diritti degli
insegnanti? E che cosa direbbe il suo eros davanti ad una programmazione
didattica che deve prende le mosse dai “bisogni” degli studenti? E
in relazione alla sua uniformità educativa, che è male quanto lo è
l’universalità, si propone oggi una pirotecnica didattica
tutta attenta agli aspetti spettacolari tanto da non dispiacere
il cliente-alunno; anzi è lui che determina e la qualità
dell’insegnare e dell’imparare, è lui che parametra la qualità
dell’insegnante, è lui che programma la didattica…ma un alunno così
pensato, che bisogno ha di frequentare una scuola? E se dietro
relativismo, indeterminazione e pensiero debole si è ritenuto
necessario frantumare l’universalità
dell’ essere, negare la centralità del soggetto, eliminare le
certezze siano esse concettuali che sociali, imprimere all’intera
esistenza il marchio della interscambiabilità e del tempo determinato;
a fronte di tutto questo relativismo permangono fermi e irremovibili e
certi e indiscutibili due valenze, quella economica e quella
tecnologico-scientista: su queste non si discute. Ho la vaga impressione
che qui anche il suo Eros proverebbe qualche imbarazzo. Ricorda
la distinzione che Vico operava fra topica e critica?
La topica è la prima delle cinque parti della retorica e tratta
dell’inventio; la critica, che è l’arte del giudicare, Vico
l’assumeva nell’aspetto analitico deduttivo del metodo cartesiano,
al quale non andavano le sue simpatie. La topica o inventio è il
momento dell’assimilazione mnemonica e della classificazione di
immagini e riferimenti relativi a temi specifici, oggi appare ovviamente
come un fatto del tutto passivo dell’insegnare e/o dell’educare; non
la pensava così Vico, il quale nella “ De nostri temporis studiorum
ratione” evidenziava l’aspetto attivo dell’inventio, poiché essa
è scoperta, contatto è esperienza e se la critica trae le conseguenze,
la topica è l’arte di rintracciare le premesse. Nella
settima Orazione Vico scrive: “ Ordunque, sono tre complessivamente
gli elementi costitutivi di ogni metodo di studi: gli strumenti, i
sussidi e il fine. Gli strumenti comprendono l’ordine(…) vi si
accinge seguendo precise regole ed un preciso ordine. Gli strumenti
hanno quindi carattere prioritario, i sussidi carattere concomitante: Ma
quanto al fine, sebbene si consegua da ultimo, gli studiosi debbono
tenerlo sempre presente dal principio al termine del METODO di studi.”
Voglio chiudere con le parole del Vico, quelle poste alla fine
dell’Orazione: “ La novità di per sé non costituisce motivo di
merito, giacché proprio come novità si presentano le idee più assurde
e ridicole. Semmai è degno di lode esporre idee che siano nuove e
rispondenti al vero:” Da questo punto in poi è tutto spazio a
disposizione per la necessaria e irrinunciabile presenza della sua
anima…se me lo permette anche mia. Pesaro
20/4/2003
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