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16 dicembre 2009 - Incontro del Forum delle Associazioni professionali dei docenti e dirigenti della scuola (FONADDS) col MIUR sui nuovi Regolamenti per i Licei - Regolamento Licei - Allegati B - C - D - E - F- G
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Parere richiesto sulle
“Indicazioni nazionali per i
piani di studio personalizzati nella Scuola secondaria di 1° grado”
del 24 dicembre 2002.
Il
documento di “Indicazioni” si preoccupa innanzitutto di giustificare
implicitamente il rifiuto della fusione della scuola elementari e
secondaria di 1° grado in un unico segmento indifferenziato, ridotto di
un anno e denominato “scuola di base”, operata dalla riforma
Berlinguer. In quella Moratti, il periodo scolastico successivo alla
scuola elementare, alla quale soltanto spetta la nuova qualifica di
“scuola di base”, fa certo parte integrante del primo ciclo di
istruzione per il quale infatti si è elaborato un unico profilo
educativo, culturale e professionale e un unico esame di Stato alla sua
conclusione. Tuttavia, oltre a mantenere la tradizionale durata
triennale, se ne sottolinea da una parte
la destinazione ad una precisa classe di età e dall’altra la
natura “secondaria” del tipo di istruzione e formazione impartite.
Per quanto riguarda il primo aspetto, la scuola secondaria di primo
grado è destinata ai preadolescenti (“accoglie
gli studenti e le studentesse nel periodo di passaggio dalla
fanciullezza all’adolescenza”): questo influenza in modo
decisivo i compiti di questo segmento scolastico in ordine a vari
aspetti del rapporto educativo. Per quanto riguarda il secondo, il
documento si pronuncia per una scuola della ROTTURA SUL PIANO
EPISTEMOLOGICO rispetto alla scuola di base (ex elementare), anche
se di valore simbolico: rottura “che dispiegherà poi le sue
potenzialità nell’istruzione e nella formazione del secondo ciclo”:
proprio in questa rottura consiste il conoscere in maniera secondaria.
Senza scendere ad una analisi particolareggiata di tale rottura nei suoi
vari aspetti, esposti chiaramente nel documento, è senza dubbio
CONDIVISIBILE il fatto che ne venga sottolineata la necessità, che
attribuisce a questo segmento del primo ciclo una sua specificità e
autonomia, che lo sottrae ad una concezione meramente continuista,
smentita per un verso dalle stesse trasformazioni psico-fisiche dei
giovani, per un altro dalla marcata natura disciplinare degli
insegnamenti, anche se aperti all’interdisciplinarità più
completa e “al salto transdisciplinare, ovvero il confronto con una
visione personale unitaria di sé, degli altri, della cultura e del
mondo”. Nella
rottura sul piano epistemologico, la funzione centrale è attribuita
al modello matematico-scientifico della realtà, cioè alle modalità
attraverso le quali si elabora la descrizione scientifica del mondo, con
la costituzione di un modello che rimpiazzi in senso letterale gli
oggetti reali. E’ una presa di posizione molto netta, che fa nascere
il problema degli “altri modelli” di rappresentazione degli oggetti,
del mondo e della vita, diversi da quelli scientifico-matematici, cioè
di quelli di natura linguistico-letteraria, artistico-estetica,
tecnologica, storico-sociale, etica e religiosa. Il documento li
recupera in una prospettiva di “parte e tutto”, come un’altra
delle dimensioni che caratterizzano la “secondarietà”di questo
segmento dell’istruzione. Tuttavia, l’impostazione generale della
rottura epistemologica non fuga l’impressione di una sostanziale
subalternità di questi “altri modelli” rispetto a quello
matematico-scientifico, anche se almeno verbalmente si dice che
“contribuiscono con pari( quando non, in alcuni momenti storici,
maggiore) dignità a ricercare verità e a definire la nostra identità
culturale”. Questa
impressione è accentuata ove si noti che è all’ambito matematico che
si attribuisce l’introduzione al pensiero razionale e al linguaggio
specifico. A nostro giudizio, a parte la fondatezza
“scientifica” di questa sostanziale subalternità, sarebbe stata
opportuna una enunciazione generale meno sbilanciata, tenuto conto
proprio dei bisogni fantastico-affettivi dei preadolescenti.
Il
documento passa poi ad illustrare gli obiettivi generali del processo
formativo, individuandone sette.
Questi obiettivi formativi sono fondamentali, tanto che poi si specifica
che la progettazione di unità di apprendimento sulla base degli
obiettivi specifici di apprendimento illustrati nelle tabelle, ne deve
essere caratterizzata. Dunque le unità devono tenerli presenti nella
loro elaborazione perché senza di essi diventano insignificanti per i
singoli allievi. Gli obiettivi formativi in effetti sono tutti
condividibili in toto e, se tenuti presenti, possono effettivamente
contribuire a fare della secondaria di primo grado una scuola importante
e significativa per gli alunni. Molto importante è l’affermazione
della scuola della “relazione educativa”, come superamento della
concezione della logica di scambio da una parte e quella del mero
rapporto dall’altra. Per molti aspetti, si tratta di procedere in
maniera più consapevole, organica e coerente nella strada già
imboccata dall’attuale scuola media, come risulta dai programmi del
1963 e del 1979 e ancor più dall’effettiva prassi didattica delle
scuole. Lascia
tuttavia qualche perplessità l’obiettivo sesto, che espone la
funzione della scuola come istituzione della prevenzione dei disagi e
del recupero degli svantaggi: almeno per la parte in cui si finisce
per attribuirle un compito di supplenza e di compensazione sociale molto
difficile e di dubbia efficacia, che corre il rischio di snaturarla,
caricandola di incombenze che possono sconfinare nel puro e semplice
assistenzialismo sociale. Il
Profilo educativo a conclusione del primo ciclo utilizza gli obiettivi
specifici di apprendimento indicati nelle tabelle per progettare unità
didattiche di apprendimento. Le tabelle annesse infatti sono le
indicazioni nazionali delle conoscenze e delle competenze che gli
allievi devono avere acquisito alla fine del primo ciclo. Per quanto
riguarda quelle della secondaria di 1° grado, esse sono la base su cui
le scuole e i docenti devono operare per l’elaborazione delle unità
didattiche di apprendimento, che devono partire da obiettivi formativi
adatti e significativi per i singoli allievi. Esse sono ordinate per
discipline da un lato e per educazioni dall’altro, che trovano la loro
sintesi nell’unitaria educazione alla Convivenza civile. Il documento
afferma che il CUORE del processo educativo “ si ritrova nel
compito delle istituzioni scolastiche e dei docenti di progettare le
Unità di apprendimento”. Si chiarisce, in relazione all’ordine
di presentazione delle conoscenze e delle abilità nelle tabelle, che da
una parte c’è un ordine epistemologico, che vale però
per i soli docenti, come “mappa culturale, semantica e sintattica, che
essi devono padroneggiare anche nei dettagli e mantenere sempre viva ed
aggiornata”; dall’altro c’è un ordine di svolgimento
psicologo-didattico, che vale per gli allievi ed “è tutto
affidato alla determinazione professionale delle istituzioni scolastiche
e dei docenti, che entra in gioco quando si passa dagli obiettivi
specifici di apprendimento agli obiettivi formativi”. La distinzione
è molto opportuna per evitare il pericolo di un irrigidirsi delle
indicazioni in programmi, che non tengano conto delle specificità
personali degli allievi, dei loro ritmi di apprendimento, delle loro
esigenze concrete, con ricadute in valutazioni meccaniche. L’autonomia
delle scuole può esserne esaltata e valorizzata al massimo grado
insieme alla competenza professionale dei docenti. Ma il punto
fondamentale è proprio quest’ultima: la complessità delle
operazioni richieste dall’elaborazione delle unità di apprendimento e
la loro esecuzione comporta una competenza professionale dei docenti e
un loro impegno che, nella situazione attuale, è molto dubbio che sia
realistico pretendere. C’è
poi da chiarire il rapporto tra i due blocchi di obiettivi specifici
di apprendimento. Per quanto riguarda quelli per così dire
disciplinari, nulla quaestio, mentre non si comprende bene la natura di
quelli relativi alle educazioni. In primo luogo, l’averli riuniti
sotto la rubrica “Educazione alla convivenza civile” dà
l’impressione di una reductio ad unum meramente nominalistica., che
rivela solo il disagio rispetto alla proliferazione incontrollata delle
“educazioni”. In secondo luogo, entra in gioco il problema generale
della validità di un’EDUCAZIONE DIRETTA, in luogo di quella indiretta
cioè mediata dalla formazione culturale, su cui il documento nulla
dice. In terzo luogo, c’è il problema del rapporto tra la formazione
disciplinare e quella delle educazioni. In realtà l’impressione è
che il documento, per questo aspetto si appiattisca passivamente
sull’esistente, senza avere il coraggio di cancellare
semplicemente queste cosiddette educazioni.. In realtà, infatti, esse
sono poi smentite dagli stessi obiettivi formativi specifici, ad esse
relative, indicati nelle tabelle. L’educazione alla cittadinanza non
è altro che una nuova disciplina specifica, e come tale dovrebbe essere
insegnata, e nel suo ambito rientra a pieno titolo la cosiddetta
“educazione stradale”; altre
rientrano nelle varie discipline, come scienze e tecnologia. Ci si
chiede perché i loro obiettivi non possano essere comprese nelle unità
di apprendimento delle discipline comuni. Così come sono, tra
l’altro, da chi dovrebbero essere insegnate? Di fatto dunque siamo in
presenza di un proliferare inutile di discipline quasi tutte spurie e
confuse. L’insieme
delle unità di apprendimento effettivamente realizzate, con le
eventuali differenziazioni per singoli alunni, dà origine al Piano
di studio personalizzato, che resta a disposizione delle famiglie e
dei preadolescenti e da cui si ricava anche la documentazione per la
compilazione del Portaolio delle competenze individuali. I
Piani di studio personalizzati, definito “appuntamento cruciale delle
scuole”, sono elaborati dai “gruppi docenti”: poco chiaro, stante
la possibilità anche di gruppi di livello etc., come si costituiscano
questi gruppi docenti. L’elaborazione avviene col concorso delle
famiglie e dei preadolescenti con l’assistenza del tutor, con la
possibilità per le scuole di dedicare una quota fino a 200 ore annuali
all’approfondimento parziale o totale di discipline e attività:
approfondimento che può cambiare nell’arco del triennio in vista di
una scelta consapevole degli indirizzi formativi del secondo ciclo. I
dubbi e i problemi presentati da questa sezione sono numerosi, a partire
dalle 200 ore suddette: da dove possono essere prese? L’orario
obbligatorio annuale delle lezioni, comprensivo della quota riservata
alle Regioni, alle istituzioni scolastiche e all’insegnamento della
religione cattolica, è di 900 ore; per trasformate in competenze
personali gli obiettivi specifici di apprendimento del primo biennio e
della terza classe, le scuole, su
richiesta, mette a disposizione dei ragazzi e delle famiglie
un’offerta formativa opzionale facoltativa aggiuntiva fino a 200 ore
annue, che partecipano alla definizione dell’organico di istituto: da
impiegare sia nella prospettiva del ricupero, sia in quella dello
sviluppo dell’eccellenza. Le 200 ore di approfondimento parziale si
identificano con queste ultime o rientrano tra le 900? E come, in ogni
caso, si concilia la facoltatività delle 200 ore opzionali con
l’obbligo delle scuole di organizzare per
lo studente attività educative e didattiche
unitarie che hanno avuto lo scopo di aiutarlo a trasformare
in competenze personali le seguenti conoscenze e abilità. Queste
200 ore sembrano finalizzate proprio a questo scopo e dovrebbero essere
quindi, anch’esse obbligatorie. Altri dubbi riguardano il momento
dell’elaborazione dei piani di studio personalizzati e la loro
modifica in itinere. In ogni caso, questi aspetti testimoniano il
notevole incremento di complessità del “mestiere” di docente,
facendo apparire più evidente la discrasia tra la situazione attuale e
le richieste della riforma. In
ombra è la definizione del POF, a cui vengono dedicate
solo tre righe. In effetti, il documento fa continuamente
riferimento alle responsabilità progettuali della scuola autonoma, ma,
al di fuori di questo, non arriva a chiarire in cosa consista il Pof: ci
si riferisce genericamente all’ispirazione culturale-pedagogica e ai
collegamenti della scuola con gli enti territoriali; si dice infine che
“l’unità, ANCHE didattico-organizzativa dei Piani di studio
personalizzati SI EVINCONO dal piano dell’offerta formativa.
L’impressione è che il Pof sia sostanzialmente un documento a cui non
si sa che funzione e posizione assegnare, a parte quelle relative
all’organizzazione e alle gestione della scuola. L’ispirazione
culturale-pedagogica infatti si evince già dalle indicazioni e dalle
tabelle allegate, dei saperi disciplinari e delle educazioni: non si
vede che resti alle scuole da questo punto di vista. Su
altri aspetti, si può dare un giudizio positivo. In primo luogo
sull’obbligo di frequenza delle lezioni per non meno di ¾
dell’orario annuale; in secondo luogo su tutta la problematica della
valutazione nei suoi vari aspetti, esterna ed interna. In
conclusione, il documento in esame sembra il risultato dello sforzo di
“volare molto alto” ma a costo di perdere di vista spesso
molto aspetti concreti della vita scolastica. Soprattutto sembra
presupporre un corpo docente diverso da quel che realmente è. Questo di
per sé non è negativo, se si mette mano immediatamente da una parte ad
un sistema di reclutamento coerente e severo, dall’altra ad un’opera
di “traduzione” concreta delle enunciazioni così da renderle più
operative, entrando anche nel merito dei molti problemi che le
indicazioni non mettono bene a fuoco.
Prof. Antonio Porcu
Responsabile
Centro Studi A.p.e.f.
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