a cura di Antonio Porcu
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a cura di Antonio Porcu La
recente pubblicazione, a cura del Miur, dello studio “Lavorare nella scuola” consente di avere a disposizione dati molto
aggiornati sul cosiddetto “precariato nella scuola” e di ragionarci con precisa
cognizione dei fatti. Innanzitutto si tratta di definire precisamente il precario. La definizione è che si tratta di
un insegnante senza contratto a tempo indeterminato e che aspira ad averlo.
Questa categoria è costituita da due categorie: insegnanti in possesso di
abilitazione e inseriti nelle graduatorie permanenti, e quelli sprovvisti di
abilitazione e inseriti, come tali, solo nelle graduatorie di istituto o di
circolo. Per ora, prendiamo in considerazione solo la prima. Come è noto, le
graduatorie permanenti sono il secondo canale di ingresso come insegnanti
stabili, cioè con contratto a tempo indeterminato, nella scuola di Stato. In
esse, con aggiornamenti e integrazioni periodiche, vengono inseriti gli
insegnanti abilitati destinati, con la procedura dello scorrimento sulla base
del punteggio, a divenire titolari del 50% dei contratti a tempo indeterminato
disponibili con la programmazione triennale; l’altro 50% è destinato ai
vincitori dei concorsi. L’inserimento in esse, inoltre, è titolo preferenziale
per i contratti annuali o sino al termine delle attività didattiche ed anche
per le supplenze brevi, rispetto agli aspiranti che non vi sono inclusi. Per
l’anno scolastico 2002-03, sono presenti nelle graduatorie permanenti 422.145
insegnanti, di cui 152.844 inseriti con l’aggiornamento massiccio
delle graduatorie dello scorso anno. Di questi ultimi l’abilitazione che ne ha
permesso l’inclusione nelle graduatorie, è derivata per il 79,57% dal superamento
ai fini abilitativi degli ultimi concorsi ordinari, per l’11,69% dai concorsi
riservati (corsi abilitanti), per l’8,23% dalle Ssis. Gli
aggiornamenti di quest’anno, invece, non incideranno in misura significativa
sulla consistenza numerica delle graduatorie permanenti. In mancanza infatti di
concorsi ordinari e di corsi abilitanti, le uniche fonti di inserimento saranno
le abilitazioni rilasciate dalle Ssis e dai corsi di laurea in scienze della
formazione primaria: alla laurea conseguita in questi ultimi infatti è stato
appena riconosciuto valore abilitante dalla legge di riforma, e successivamente
dal recente decreto relativo appunto all’aggiornamento delle graduatorie
permanenti. Occorre
tener presente che 422.145 è il numero degli iscritti considerati come singoli
aspiranti ad un contratto a tempo indeterminato. Ma ognuno di essi può essere
presente più volte nelle graduatorie: ad es. perché iscritto in due provincie,
perché inserito in diversi gradi e ordini di istruzione, in diverse classi di
concorso. In riferimento a queste possibilità, cioè alle posizioni nelle
graduatorie, il numero totale ascende a 771.153, con un rapporto
aspiranti-posizioni pari a 1,8: in
sostanza ogni aspirante occupa in media quasi due posizioni nelle graduatorie. Un’altra disaggregazione del numero 422.145 è molto
importante: 1) quella tra coloro che pur inclusi nelle graduatorie hanno già
nella scuola un contratto a tempo indeterminato, ma aspirano ad un altro
diverso, in grado o ordine differente di scuole; e 2) quelli che non ne sono
titolari. I
primi sono 103.490, cioè il 24,01% del totale. Tra i secondi, occorre
distinguere tra 2.a) quelli in possesso di contratto annuale o sino al
termine delle attività didattiche (88.478, pari al 20,53% del totale), da
2.b) quelli o senza alcun contratto o con contratto per supplenze brevi
(239.064, pari al 55,46% del totale). In
accordo con la definizione di precario proposta sopra, i veri precari delle
graduatorie permanenti sono evidentemente solo quelli della categoria 2), cioè
327.542 aspiranti, pari al 75.99 del totale degli inclusi. Ovviamente, tra
questi, il massimo di precarizzazione si ha con i titolati di contratto per
supplenze brevi; quelli che non usufruiscono neppure di questo sono più
precisamente disoccupati. Il dossier ministeriale colloca il fenomeno del
precariato, quale risulta dalle graduatorie permanenti, nel più ampio fenomeno
della ricerca del lavoro in Italia. La forza lavoro complessiva nel nostro
Paese è calcolata in 23 milioni di unità, di cui 2 in cerca di occupazione. In
questa prospettiva, vengono considerati “in cerca di lavoro”, nell’ambito delle
graduatorie permanenti, solo gli insegnanti sub 2.b), quelli cioè che hanno
solo supplenze brevi e saltuarie e/o nessun altro tipo di lavoro. Il che vuol dire che su 100 persone
in cerca di occupazione quasi 12 vogliono fare l’insegnante nella scuola dello
Stato. Ma se vogliamo la
percentuale di chi cerca un’occupazione stabile, allora dobbiamo includervi
anche gli insegnanti sub 2a), e la percentuale sale a quasi 17. Si
tratta di percentuali veramente straordinarie nei Paesi ad economia avanzata,
che divengono maggiori qualora teniamo conto di tutti i docenti non compresi
nelle graduatorie permanenti perché sprovvisti di abilitazione, ma che comunque
aspirano a prestare la loro opera nelle scuole dello Stato: che, ovviamente,
sono, per così dire, i più precari di tutti. Non dovremmo essere lontani dalla
realtà supponendo che su 100 in cerca di occupazione stabile, 20 la cercano
come insegnanti nella scuola statale. Ovviamente questi dati
vanno unificati e comparati con quelli degli insegnanti stabili, cioè con
contratto a tempo indeterminato, in servizio nella scuola statale. Nell’a.s.
2001-02, su un totale di 1.124.040 unità di personale della scuola (il 5,35% di
tutta la “forza lavoro” nazionale!), gli insegnanti con contratto a tempo
indeterminato erano il 66.5%, cioè 747.487; quelli a tempo determinato, con
contratto annuale o sino al temine delle attività didattiche, l’8,2%, cioè
92.171, per un totale di 839.658 insegnanti. Queste cifre non dovrebbero essere
distanti da quelle del corrente anno scolastico, tenuto conto che i posti in
organico di diritto, gli unici attualmente noti, sono pari a 747.155 (circa
8000 in meno rispetto all’anno precedente). In sostanza, se sommiamo ai circa 740000 insegnanti
con contratto a tempo indeterminato in servizio quest’anno nella scuola di
Stato, i circa 90000 con contratto annuale o sino al termine delle lezioni sub
2a, e i circa 239000 “precari in senso stretto, sub 2b” delle graduatorie
permanenti, abbiamo già una “forza lavoro docente” di 1069000 unità! a cui
vanno sommati i docenti non abilitati inclusi nelle graduatorie di istituto,
quelli che insegnano nelle scuole paritarie, parificate, legalmente
riconosciute, private di vario tipo e consistenza, tenendo conto ovviamente che
molti di questi ultimi, ma non tutti, sono gli stessi che aspirano ad un
“posto” nella scuola di Stato, e lasciando da parte i rapporti di insegnamento
meramente privati ed individuali. Probabilmente siamo in presenza di un’offerta
complessiva di istruzione da parte di non meno di 1.200.000 persone, e si
tratta probabilmente di una cifra inferiore a quella reale, se teniamo conto
del numero dei concorrenti agli ultimi concorsi ordinari banditi dallo Stato. Si tratta in ogni caso di livelli
quantitativi riscontrabili solo in offerte di lavoro generiche e non
qualificate! che la dice lunga sulla percezione della
professione docente in Italia e sull’inevitabilità della costante riproduzione
del precariato, se non si modificano radicalmente i criteri di qualificazione
professionale e di ammissione all’esercizio della professione docente nel
nostro Paese. Il sistema scolastico, poi, è configurato in modo tale che la
pressione si esercita esclusivamente in direzione della scuola dello Stato:
l’impiego in altri segmenti dell’istruzione e della formazione è concepito solo
come provvisorio o integrativo, in sostanza per lo più come parcheggio in
attesa di transitare nella scuola statale, come nel porto normativo ed
economico più rilassante e sicuro. Del resto, il monopolio statale si esercita
non solo nella gestione delle scuole, ma nella formazione stessa dei docenti:
che è concepita esclusivamente in vista dell’impiego nelle scuole dello Stato.
E’ questo un aspetto tutt’altro che secondario dello “statalismo” dominante nel
campo dell’istruzione delle giovani generazioni in Italia. Il documento ministeriale consente altre
osservazioni. La prima riguarda la progressiva accentuazione dell’origine
“sudista” degli insegnanti, in accordo con la prevalenza nel sud del tasso
di disoccupazione rispetto alle medie nazionali, ed in particolare di quella
giovanile; la seconda la quasi totale femminilizzazione della scuola di
Stato, in tutti i gradi e ordini. Per
quanto riguarda il primo aspetto, il 63% degli aspiranti docenti inclusi nelle
graduatorie permanenti è nato nel sud (di cui il 20% nelle isole, in sostanza
Sicilia e Sardegna), a fronte del 21% del nord, del 13% del centro, e del 3%
nato all’estero. Se queste percentuali vanno rapportate alla consistenza
numerica complessiva della popolazione, ed in particolare a quella “attiva”,
delle “tre Italie” statistiche, le percentuali risultano ancor più
significative, tenendo anche conto che, rispetto alle precedenti graduatorie
permanenti, si è registrato un incremento di inseriti di provenienza
meridionale e insulare (rispettivamente del 2,58 e del 2,13%) e conseguente
decremento nelle altre aree geografiche, in particolare nel Nord-est, dove la
flessione è superiore del 2%. Un altro dato significativo è che gli aspiranti del
centro nord sono iscritti in netta prevalenza, rispetto alla media nazionale,
nella scuola secondaria superiore, mentre quelli del sud e nelle isole nel
settore primario (infanzia, elementari, medie inferiori). Non solo quindi nel
sud l’insegnamento è visto come “valvola di sfogo” della disoccupazione
intellettuale, ma, data la polarizzazione valutativa degli insegnanti dei due
tipi di scuola, nel sud si tende al segmento ritenuto, a torto, più “facile” e
meno qualificato professionalmente. Se si fa un calcolo, aggregando le
richieste degli aspiranti rispetto alle regioni dove vorrebbero insegnare,
risulta che le più richieste sono la Lombardia (13,03%) la Sicilia (13,77), la
Campania (14,97): queste tre regioni, da sole, sono state scelte da oltre il
40% degli aspiranti. Se però aggreghiamo
tutti i dati regionali nelle tre macroaree, il sud e le isole assorbono oltre
il 50% per cento delle richieste. Le conseguenze, attualmente e soprattutto in prospettiva,
quali sono? Intasamento delle graduatorie delle province meridionali, con
conseguente abbassamento delle opportunità di assunzione stabile o anche
precaria e di converso nel centro nord carenza di docenti, cosa già in atto per
certe classi di concorso; flusso migratorio dal sud verso il centro nord, in
atto già da anni, con tutte le conseguenze sociali ed economiche per i docenti,
ma anche per la stabilità delle scuole in quanto è fenomeno costante il
proposito di tornare appena possibile nelle regioni meridionali di origine;
probabili conseguenze in relazione alla nuova configurazione degli istituti
scolastici, soprattutto per lo stretto legame che essi devono instaurare con la
lingua, cultura, tradizioni locali, tenendo conto soprattutto del fatto
evidenziato della preferenza degli insegnanti del sud per il segmento primario
dell’istruzione. Per
quanto riguarda la femminilizzazione, le graduatorie permanenti fotografano una
situazione che porterà in breve ad una professione svolta quasi esclusivamente
da donne in tutti i gradi e ordini di scuole. Attualmente, nella scuola di Stato le insegnanti sono già il 79,15%,
ma le iscritte nelle graduatorie permanenti sono l’83,33%. Questo dato risulta
ancor più significativo se si osserva che le “nuove entrate” nelle graduatorie,
quelle del 2002-03 sono costituite dall’86,72% da donne. Ad oggi, la scuola dell’infanzia e quella
elementare risultano già femminilizzate, rispettivamente con il 99 e il 95%;
nella scuola secondaria di 1° grado la presenza femminile è attestata al 77%,
mentre la secondaria di 2° presenta un maggior equilibrio, essendo le
insegnanti il 59,61%. Proprio
in quest’ultimo segmento si registra lo sconvolgimento più clamoroso: la
presenza di aspiranti donne è arrivata al 76,55%, cioè ormai ai valori della scuola media, con un
incremento del 20% rispetto alle precedenti graduatorie permanenti. Per quanto
riguarda la distribuzione territoriale, la presenza femminile raggiunge la
punta massima con l’85,45% della
Campania e la minima con il 77,56% della Basilicata. Sulla
presenza femminile tra gli insegnanti, nel 1999 il MIUR aveva già presentato un
volume che sottolineava un incremento delle donne nell’insegnamento per il 5%
nel decennio precedente. Tale incremento era perfettamente coincidente con
l’incremento della presenza femminile tra i laureati nello stesso decennio: il
che significa che tutto l’incremento stesso si è riversato nell’insegnamento, a
conferma dell’opinione diffusa che quella di insegnante nella scuola di Stato è
l’attività che meglio si concilierebbe con il ruolo tradizionale della donna,
cioè di moglie e madre. Infatti, la sua origine coincide con i primi moti di
emancipazione della donna nella società italiana, nella seconda metà
dell’Ottocento, quando “fare l’insegnante” era l’unica via, per le donne delle
classi medie e superiori, per sottrarsi all’esclusivo destino di “figlie di
famiglia, mogli e madri”, dipendenti totalmente dai familiari maschi: appunto
con il compromesso, allora, dell’impiego quasi esclusivo nelle scuole per i
bambini, concepite fondamentalmente come prolungamento o estensione
dell’ambiente familiare, con l’insegnante come “altera mater”. Ma, soprattutto
oggi, le competenze e l’impegno professionale richiesti ai docenti nella nuova
situazione scolastica mettono in crisi questo schema, che sostanzialmente
considera l’insegnante come un professionista “a tempo parziale”. Anche per questo, come è noto, è in corso un vivace
dibattito sulla valutazione di questo
fenomeno, che in Italia si presenta con caratteri quantitativi, assoluti e
percentuali, indubbiamente straordinari, che, sulla base delle graduatorie
permanenti, si accentueranno ancor più nel prossimo futuro. Vi sono impegnati psicologi, pedagogisti,
sociologi e politici, con varie opinioni, tra le quali mi pare che meriti
particolare considerazione quella secondo cui la femminilizzazione è correlata
alla tendenza alla marginalizzazione di una professione e dunque, per la
docenza, è lo specchio più fedele della perdita di status degli insegnanti nella
società italiana. Si è, inoltre, solo
all’inizio delle ricerche su quanto una così massiccia presenza femminile
incida nella formazione delle giovani generazioni. Certo, nella situazione
attuale ogni alunno ha più di 80 probabilità su cento di avere docenti donne
per tutto il corso degli studi: con loro trascorrerà circa mille ore l’anno nei
sedici anni che vanno dalla scuola dell’infanzia alla secondaria superiore. In
prospettiva, sulla base induttiva dei dati delle graduatorie permanenti, la
percentuale è destinata a salire ad oltre il 90%. Da
quanto detto, è possibile trarre alcune linee di intervento per porre fine al
fenomeno del precariato, o almeno limitarlo. E’ quanto ci riserviamo di fare in
un successivo intervento, notando già ora che, allo stato delle cose, si può
prevedere che la professione docente sarà in futuro esercitata da provenienti
dal sud e da donne.
Centro studi Apef
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Il precariato nella scuola di
Stato