16 dicembre 2009 - Incontro del Forum delle Associazioni professionali dei docenti e dirigenti della scuola (FONADDS) col MIUR sui nuovi Regolamenti per i Licei - Regolamento Licei    -   Allegati B - C - D - E - F- G

 

 


 

Gli approfondimenti del Centro Studi

 

a cura di Antonio Porcu

 

 

L’APEF e le imminenti elezioni per il rinnovo delle RSU di istituto

 

 

 

Le elezioni per il rinnovo delle RSU di istituto nelle scuole di Stato, e contestualmente per misurarvi la rappresentatività delle organizzazioni del personale scolastico, sono imminenti. Si svolgono per la seconda volta e apparentemente senza sostanziali novità, tranne che il fatto che “osa” parteciparvi una nuova sigla: “ANP-ANQUAP/CIDA”.

“Sai la novità!”, dirà qualcuno: “Sigla più, sigla meno, non è le cose cambino”. In  effetti i problemi del sistema scolastico italiano, ed in particolare del segmento quasi totalizzante di esso rappresentato dalle scuole di Stato, sembrano ben altri, tutti sintetizzabili nella percezione disperante di una sua sclerotizzazione complessiva ormai irrimediabile; né davvero si vede come le elezioni per il rinnovo delle RSU possano contribuire a modificare in qualche modo la situazione. Sulla base dell’esperienza appena compiuta, anzi, si potrebbe con valide ragioni sostenere il contrario, cioè il loro contributo alla sclerotizzazione stessa o addirittura che esse ne sono un aspetto non secondario. L’estraneità teorica e pratica di questo istituto operaistico, giustificato dalla necessità di regolare nei singoli luoghi di lavoro le inevitabili tensioni tra “padroni” e dipendenti, si è rivelata nei fatti in questi anni: dopo essere stata ampiamente  prevista, e denunciata, da chi si sforza di ragionare sulla scuola al di fuori delle logiche del sindacalismo dei lavoratori subordinati. E’ che la polarizzazione, potenzialmente e spesso realmente conflittuale tra “datori di lavoro” e dipendenti nei concreti luoghi di lavoro, semplicemente non ha senso in ambiente scolastico, tanto meno se le scuole devono essere realmente autonome. Non lo ha tanto per la posizione giuridica, e ancor più pratica, di chi vi presta la sua attività professionale, quanto per la natura stessa del “servizio di istruzione e formazione”: due aspetti strettamente interdipendenti, che tuttavia teoricamente è opportuno analizzare separatamente.

Quanto al primo,  è evidente che i dirigenti scolastici non sono “datori di lavoro”, né ovviamente in proprio, né in quanto delegati, “manager” come si dice, dell’eventuale “padrone” reale. Si potrebbe obiettare che la normativa che ha configurato la funzione dirigenziale nelle scuole dell’autonomia li ha appunto trasformati in manager, ma non è chi non possa constatare la intrinseca contraddittorietà di questa configurazione stessa: responsabilità da manager senza i relativi poteri, come infatti lamentano i dirigenti stessi, o almeno quanti di essi hanno preso sul serio il ruolo “legale” o desiderano o sognano di impersonarlo davvero. In realtà questa configurazione è per un verso espressione della vecchia concezione gerarchico-burocratica dei rapporti all’interno delle scuole, legata al centralismo; per un altro risponde alla necessità sindacale di avere appunto “datori di lavoro”o manager contrapposti a dipendenti, e per conseguenza RSU e interventismo sindacale di natura tutelare dei dipendenti. D’altro canto, è altrettanto evidente che i docenti, l’altra componente essenziale di una scuola autonoma, non possono in alcun modo essere considerati dipendenti, dovendosi ritenere la loro prestazione professionale in sostanza “libera” e regolata dalla legge e da principi deontologici autonomi. Nel quadro delle finalità generali del sistema, stabilite dalla legge, sono loro, infatti, individualmente e collegialmente, in ogni scuola autonoma, a progettare e realizzare concretamente le attività formative necessarie a raggiungerle. In questo quadro, la figura e il ruolo del dirigente si dovrebbero configurare piuttosto come coordinamento e promozione da una parte, organizzazione generale dall’altra, in una comunità di intenti e di condivisione dei mezzi per raggiungere gli obiettivi di sistema.

Quanto al secondo aspetto, concepire la scuola come luogo di contrattazione, e dunque di conflitto, tra le esigenze di un datore di lavoro e quelle dei dipendenti è del tutto fuorviante. Nella scuola, infatti, non può esserci contrattazione, ma solo dialogo costruttivo tra le diverse professionalità in vista del raggiungimento degli obiettivi: non c’è un diritto specifico del presunto datore di lavoro, che sarebbe responsabile dell’interesse generale, e del presunto dipendente che invece sarebbe portatore di interessi particolari. Ogni conflitto risultante da una concezione di questo tipo, infatti, può tradursi in un danno gravissimo e irrimediabile sulla formazione degli alunni, la cui istruzione e formazione è il fine del sistema. Contrattazione, al fine di risolvere contrapposizione, non può darsi, proprio perché la scuola non è legata all’interesse delle parti: anzi propriamente non vi esistono “parti”, ma solo professionalità differenti da integrare. Le contrapposizioni non devono semplicemente verificarsi e, nel caso contrario, non vanno composte ma semplicemente eliminate. Di fatto, le RSU nelle scuole hanno avuto una funzione positiva, nelle poche scuole dove in questi anni è capitato, solo snaturandosi: trasformandosi cioè da organismi conflittuali in momenti collaborativi, col rischio tuttavia di sovrapposizioni rispetto alle funzioni di altri organismi. In genere però o sono state inattive o hanno accentuato proprio il clima  conflittuale che avrebbero dovuto moderare.

 

La situazione non è migliore se consideriamo le RSU dal punto di vista del secondo scopo attribuito loro dalla legge,  cioè di contribuire per il 50% alla misurazione della rappresentatività nazionale dei sindacati, l’altra metà essendo costituita dal numero delle iscrizioni. C’è innanzitutto il problema tuttora irrisolto di una rappresentatività indifferenziata, “di comparto” come si dice, con l’aggravante che il “comparto” è ormai costituito solo da docenti e personale ATA. Aggravante che è anche un paradosso: i docenti cioè si trovano oggi uniti forzosamente proprio alle professionalità con cui hanno meno legami strutturali, non ai dirigenti con cui i rapporti, anche per ragioni “genetiche” della dirigenza stessa, sono più stretti e, praticamente, più necessari. A parte il fatto, poi, che i dirigenti, non votando per le RSU, non danno il loro contributo alla rappresentatività complessiva per la quota rappresentata dai voti nelle relative elezioni,  ma, se sono iscritti, lo danno in ogni caso per l’altra,  appunto quella degli iscritti ai sindacati! Non solo, c’è anche un altro aspetto da notare: i dirigenti, che non contribuiscono alla rappresentatività per la quota RSU, ma solo per quella degli iscritti, sono poi in genere a capo delle delegazioni più potenti che discutono e firmano i contratti, oltre che delle OOSS di tutto il personale della scuola;  e trattano non per sé, avendo un contratto separato, ma per quelli da cui sono stati separati e di cui sono configurati come “datori di lavoro”! Questi problemi, pur gravi, sono tuttavia semplicemente intrinseci all’istituzione delle RSU. A monte di essi, c’è che la rappresentatività stessa, concepita in questi termini, è ancora una volta di tipo operaistico, non professionale. In sostanza,infatti, è concepita esclusivamente come legittimazione a trattare per i contratti di lavoro, ai livelli che veramente contano: nazionale e integrativo. Il problema è che una rappresentatività concepita in questi termini e con questa finalità, validissima per lavoratori dipendenti, non lo è per professionisti in senso stretto, come sono certamente i docenti, a cui viene per di più viene riconosciuta una funzione pubblica di speciale riguardo e tutela. Il fatto che il contratto sia concepito nell’ottica del lavoro dipendente ha portato quasi inevitabilmente alla sua pervasività: aspetti professionali la cui regolamentazione spetta parte alla legge e parte dovrebbe spettare all’auto governo delle professioni, sono stati progressivamente contrattualizzati, cioè rimessi in sostanza agli occasionali rapporti di forza delle due parti. La rappresentanza esclusivamente sindacale, cioè appiattita sulle esigenze “di parte” della base di cui è espressione, non consente spazio e voce alle aggregazioni di natura autenticamente professionale, i cui discorsi basati su una riflessione sulla natura della professione e su come tradurla concretamente in pratica, anche a costo di contrastare prassi ed interessi consolidati che nulla hanno di autenticamente professionale, cadono nel vuoto più completo o sono duramente contrastati con l’argomentazione dei “numeri”, che in democrazia sarebbero tutto.

Eppure, in questo quadro scoraggiante, proprio il nuovo soggetto che concorre alle lezioni RSU può rappresentare in ogni caso, cioè quali che siano i risultati “numerici” che otterrà, un importante segnale di cambiamento. Esso nasce dall’unione elettorale di due soggetti professionali della scuola di Stato, uno di più vecchia costituzione, l’ANP, l’associazione professionale e sindacale dei dirigenti, l’altro di recentissima, l’ANQUAP, che in pochi mesi ha tradotto in termini di associazione autonoma molto partecipata la novità del particolare riconoscimento professionale concesso ai Direttori dei servizi generali e amministrativi. Ma l’ANP, dopo un dibattito approfondito, ha modificato il suo statuto aprendosi da una parte alle “alte professionalità della scuola”, cioè a tutti i docenti che condividono i principi della scuola non conflittuale ma collaborativa, hanno della professione un’idea non impiegatizia, ma differenziata secondo capacità, responsabilità, impegno,e accettano la valutazione della loro prestazione professionale; dall’altra ha riconfigurato la funzione dirigenziale, rifiutandone gli aspetti burocratici e il mito del “datore di lavoro” per sostituirla con quella della “dirigenza diffusa” che coinvolga pienamente le alte professionalità. Attraverso l’ANP dunque si esprimono molte delle associazioni professionali della scuola che in questi anni hanno riflettuto sulle cause del degrado economico e sociale della professione docente e proposto soluzioni, rifiutate dai sindacati tradizionali: e l’APEF è una di queste. Benché di recente fondazione, si vanta di essere l’erede dell’associazionismo professionale a fini sindacali di cui fu promotore il compianto Sandro Gigliotti quando fondò la Gilda, poi lasciata insieme a molti dei suoi fondatori, quando i suoi  principi costituitivi, e la concreta prassi “politica” per realizzarli, gli risultarono abbandonati da essa a favore di un sindacalismo corporativo di tipo tradizionale: da puri lavoratori dipendenti. Proprio Gigliotti è stato il primo a comprendere la novità della svolta dell’ANP, e a individuarvi la via per una più rapida diffusione delle idee dell’associazionismo professionale dei docenti e, soprattutto, per una più incisiva azione realizzatrice. La scuola che i dirigenti dell’ANP dichiarano di volere è sostanzialmente la stessa che vuole l’APEF: è l’incontro di due punti di vista, l’uno dei dirigenti, l’altro dei docenti dell’APEF e di altre associazioni, che si integrano nell’obiettivo di realizzare una scuola autenticamente autonoma dove dirigenti e docenti possano vedere esaltate, nella distinzione dei ruoli, capacità e impegno autenticamente professionali. I termini di questo “incontro” sono chiaramente esposti nel “Manifesto sulle alte professionalità della scuola”, pubblicato e diffuso nel maggio scorso. A questa sinergia, si è aggiunto il punto di vista dell’associazione dei DSGA. Il nuovo soggetto intende proporsi per un verso come punto di riferimento professionale generale di chi intenda intervenire sul sistema scolastico attraverso una costante elaborazione culturale ed un’azione di pressione politica; per un altro come “cabina di regia” nelle occasioni contrattuali, nelle quali tuttavia ogni componente dovrà avere il suo contratto autonomo, e pertanto, la sua delegazione autonoma: con la precisazione che, in ogni caso, l’area delle materie contrattuali dovrà essere drasticamente ridimensionata riconducendo alla legge e alle competenze specifiche delle organizzazioni professionali gli aspetti delle prestazioni che non possono essere disponibili per le parti, trattandosi di questioni inerenti al servizio scolastico come bene di interesse generale.

Il nuovo soggetto considera la partecipazione alle elezioni RSU come fatto essenzialmente strumentale: in generale come prima occasione per diffondere le sue idee, stante che il monopolio propagandistico voluto, e ribadito nell’ultimo contratto, delle organizzazioni tradizionali rende difficilissimo farlo in altro modo e circostanza; in secondo luogo, come possibilità offerta a chi nelle scuole non solo non è soddisfatto della situazione di confusione e di depressione professionale creata dalla collusione e cogestione tra politici e sindacati, ma intende anche manifestarlo. C’è dunque soprattutto la volontà di  permettere di dare un segnale importante di cambiamento. Il nuovo soggetto è perfettamente consapevole che il tempo per l’organizzare la partecipazione alle elezioni e per farsi conoscere è stato assolutamente insufficiente, tuttavia hanno prevalso, e giustamente, le ragioni della partecipazione: in ogni caso, in futuro si dovrà tener conto della novità, che potrà costituire un punto di riferimento per chiunque voglia una scuola con dirigenti e docenti più adeguati alla realtà. Ovviamente, quanto più alto sarà il consenso tanto più si potranno affrontare in modo nuovo i problemi della scuola. Per questo l’appello dell’APEF è a sostenere la lista ANP-ANQUAQ/CIDA