Gli approfondimenti del Centro Studi

 

 UN VUOTO DA RIEMPIRE

I risultati delle elezioni per il rinnovo delle RSU di istituto, svoltesi in circa 10800 scuole statali italiane dal nove all’undici novembre scorso, benché non ancora ufficiali, consentono già una serie di riflessioni e di prospettive che ci sembrano molto rilevanti nell’ottica di un’associazione professionale che, come l’APEF, ha per fine fondamentale una complessiva rimeditazione della situazione del “mestiere” di docenti in Italia. Come è noto, la consultazione elettorale ha per legge due fini: uno è appunto la costituzione delle RSU in ogni singolo istituto del sistema delle scuole statali; l’altro quello di misurare contestualmente la rappresentatività nazionale delle sigle sindacali che vi partecipano. I due fini sono solo apparentemente omogenei.

Il primo, infatti, è condizionato per un verso dalle competenze che il contratto nazionale attribuisce alle RSU negli istituti, considerati come luoghi di conflitto tra due parti, cioè la dirigenza, rappresentante dell’Amministrazione e quindi di interessi generali, e i cosiddetti “lavoratori della scuola”, intesi come portatori di interessi particolari e per di più indifferenziati; per un altro, dalla concreta situazione di ogni istituto scolastico, sia in termini di problemi di rapporti interni tra due parti in contrasto,  sia in termini di individuazione delle persone considerate dai “lavoratori” più adatte a risolverli nei concreti rapporti con i singoli dirigenti: dunque, da questo punto di vista, le elezioni dovrebbero caratterizzarsi per la prevalenza delle situazioni concrete, scuola per scuola, soprattutto nella scelta delle persone da investire del ruolo di membri delle RSU.

Il secondo invece, riguardando la rappresentatività nazionale, ed in particolare la legittimità a partecipare alle trattative per i vari contratti nazionali, e a firmarli, il diritto ad usufruire di distacchi e permessi sindacali e ad indire assemblee in orario di lavoro o servizio, ha incidenza più generale dal momento che legittima chi l’acquisisce ad essere controparte credibile del gestore della scuola di Stato, cioè il governo, per tutti i problemi della scuola. E’ chiaro che questo secondo fine implica un voto molto più “ideologico” del primo: si traduce infatti in una vera e propria “delega politica nazionale” alla sigla votata, delega parzialmente in bianco, dal momento che non si votano, per questo secondo fine, persone, ma appunto solo sigle e sono queste, al loro interno, a sceglierle in modo del tutto autonomo rispetto ai votanti. Dunque, per il primo fine, si votano sigle e persone; per il secondo solo sigle. E’ evidente che si tratta, per un verso, di una singolare commistione tra voto per così dire “amministrativo-locale” e “politico-generale”, per un altro di “un voto politico” ma senza possibilità di scegliere le persone che devono poi gestire la linea politica votata: per il livello nazionale, il votante “si fida” della sigla e dei suoi meccanismi puramente interni di selezione delle persone. Si può facilmente immaginare cosa succederebbe se nelle elezioni politiche generali al cittadino si chiedesse di votare “a scatola vuota” per un partito, lasciando poi a questo piena libertà nell’individuazione dei rappresentanti. A questo si aggiunge che il meccanismo di rappresentatività è ulteriormente complicato dal fatto che essa risulta dalla media tra i voti ottenuti da una sigla nelle elezioni per le RSU e il  numero dei suoi iscritti, con un risultato doppiamente paradossale: da una parte che i voti vengono contati due volte se l’iscritto vota alle RSU per la sua sigla, e in ogni caso contato per uno se non la vota; dall’altra che le sigle con molti iscritti sono in grado di compensare un risultato elettorale scarso, assicurandosi in ogni caso  la rappresentatività, mentre la cosa è molto più difficile per quelle con pochi iscritti. In sostanza, un meccanismo che tutela le sigle sindacali già rappresentative e penalizza le nuove: penalizzazione accresciuta dalla norma che vieta a queste ultime di svolgere campagne elettorali con le modalità concesse alle prime. Difficile davvero trovare altri esempi di democrazia tanto avanzata!

L’impropria commistione dei due fini nelle elezioni RSU ha due gravi conseguenze: la prima è l’impossibilità di presentare sigle e liste puramente locali, cioè al limite di singole scuole, obbligando a candidarsi solo all’interno dei “contenitori nazionali” e a votare solo per questi; la seconda, di poter confondere facilmente gli scopi delle elezioni e il significato dell’esito elettorale, sottolineando, a seconda dei momenti e delle convenienze, il primo o il secondo fine. Ed ecco spiegata la dichiarazione del segretario nazionale della CGIL scuola, Enrico Panini, subito dopo il successo elettorale della sua sigla: “Dalle urne escono sconfitti il ministro Moratti e il Governo; l’alta partecipazione boccia i progetti di legge presentati dai parlamentari della maggioranza che vorrebbero intervenire per legge su materie contrattuali. Nelle prossime settimane attiveremo iniziative conseguenti alla grande affermazione ottenuta. In primo luogo chiediamo il ritiro del primo decreto attuativo della riforma Moratti”.

Come si vede, il significato dell’esito elettorale che viene sottolineato è quello politico generale: grazie a questa dichiarazione, qualche votante avrà scoperto “a posteriori” d’aver dato, nelle scuole, il suo voto alle liste CGIL non perché i suoi candidati alle RSU di istituto fossero i più capaci nella contrattazione con il dirigente, ma per validare la politica nazionale di opposizione alla politica scolastica dell’attuale maggioranza politica condotta da questo sindacato. Ovviamente non si esclude che il voto sia stato dato, in moltissimi casi, proprio per questo, ma, a parte che certamente non è stato sempre così contando spesso, come detto, nelle elezioni per le RSU di istituto, anche l’apprezzamento della persona del candidato quale che sia la lista in cui è inserito e le particolari relazioni ed equilibri interni, c’è da chiedersi in ogni caso come il significato del voto sottolineato da Panini si colleghi al problema della funzionalità delle RSU di ogni concreto istituto. E’ evidente, tuttavia, come a lui di queste non importi assolutamente nulla: considera le elezioni solo come una specie di referendum pro o contro la riforma Moratti e le proposte di legge sulla riscrittura dello stato giuridico dei docenti, e ritiene d’averlo vinto.

 

Sottolineato tutto questo “pasticciaccio”, veniamo all’analisi dei risultati elettorali accettando di tenerci anche noi sul piano politico generale, come Panini. Siamo infatti d’accordo che delle elezioni, come strumento per le RSU di istituto, non vale la pena di parlare: i primi a non crederci sono quelli stessi che le hanno volute ed è un fatto che la loro incidenza sulla vita delle scuole italiane se non è stato nullo, è stato dannoso, come facilmente previsto da chi ne aveva sottolineato sin dall’inizio il carattere di meccanica trasposizione di un istituto operistico-impiegatizio in un ambiente che dovrebbe essere di competenze e rapporti professionali come la scuola, soprattutto quella autonoma. E’ indubbio che complessivamente si sia registrato un netto successo del sindacalismo confederale rispetto a quello autonomo: il primo, infatti, passa dal 61% delle elezioni del 2000 al 68,46%; il secondo, inteso come insieme SNALS e GILDA dal 30,50 al 23%. L’arretramento del sindacalismo autonomo è dovuto principalmente al crollo della Gilda, che passa dall’11,38 del 2000 al 6,17%, con una flessione di ben 5,21 punti in percentuale: cosa che fa addirittura correre alla sigla il rischio della perdita della rappresentatività nazionale con tutte le connesse, gravissime conseguenze, in termini di vantaggi per l’apparato e di possibilità di propaganda. Tutti i commentatori hanno sottolineato il crollo della Gilda, che è particolarmente significativo in quanto si tratta dell’unica organizzazione esclusivamente di docenti: è evidente infatti che segnala l’esaurimento di un’esperienza associativa che, nata all’inizio degli anni novanta, era riuscita ad imporsi tra i docenti fino a raggiungere, fatto unico, la rappresentatività nazionale in una crescita continua di consensi sino alle elezioni RSU del 2000, tanto per il suo trasversalismo ideologico e politico, quanto per il modo nuovo di porsi nell’asfittico panorama del sindacalismo scolastico italiano; esaurimento per altro già denunciato dalla fuoruscita del suo fondatore e leader storico, Sandro Gigliotti e di un gruppo numeroso e significativo di membri storici.

Alle elezioni si è presentato anche un nuovo soggetto associativo-sindacale, l’ANP-ANQUAP, aggregazione delle alte professionalità della scuola, le cui liste  l’Apef  ha sostenuto: sostanzialmente, per quanto riguarda i docenti, erede delle posizioni storiche della Gilda e continuatrice del suo specifico modo di fare “politica scolastica”. La lista ha ottenuto un risultato molto modesto, ma solo apparentemente. Presentatasi, per ragioni di tempo e di organizzazione, solo in un esiguo numero di scuole e rivolgendosi solo ai docenti e ai “quadri” amministrativi, ha ottenuto circa 16700 voti, per una percentuale dell’1,92%. Ma in primo luogo, la sigla è “nata” solo pochi mesi prima delle elezioni, ed ovviamente era ancora priva delle strutture operative necessarie ad affrontarle; in secondo luogo, per l’opposizione dei sindacati rappresentativi, non ha potuto svolgere alcuna propaganda per il divieto di tenere assemblee tanto in orario di servizio che fuori; in terzo luogo, nelle poche scuole in cui la lista è stata presentata i consensi sono stati alti. Per il nuovo soggetto, nonostante fosse ben consapevole delle difficoltà, la partecipazione è stata considerata un mezzo indispensabile per cominciare a far presente la sua costituzione ed esistenza, i suoi ragionamenti sulla scuola e sui docenti, i suoi fini, i suoi leader; e da questo punto di vista i risultati ottenuti sono stati molto promettenti, come del resto rivelano le preoccupazioni, e l’ostracismo, delle altre sigle.

Per quanto riguarda i docenti, sul piano sindacale, è in questa associazione che l’eredità di Sandro Gigliotti continua ad operare.

Qual è il significato “politico” delle elezioni? E’ evidente che il successo del sindacalismo confederale, ed in particolare della CGIL, rappresenta quello di una concezione della scuola e dei docenti che ha fatto leva sulla “paura del cambiamento”, a cui il personale della scuola, ed in particolare gli insegnanti, sono molto sensibili, unita ad una campagna martellante di opposizione generale al governo Berlusconi, che ha caricato le elezioni per le RSU di valenze politiche che invece non avevano avuto nel 2000. La riforma Moratti è stata presentata come “una sciagura”, quasi un ritorno a discriminazioni sociali nel campo del “diritto all’istruzione”; i progetti di riforma dello stato giuridico dei docenti come un attentato alla libertà e alle prerogative sindacali, agitando lo spauracchio della perdita di posti di lavoro e della precarizzazione generale: opinioni “false e tendenziose”, per chi esamini i provvedimenti “sine ira et studio”.

Perché la loro falsità ha fatto breccia ? La risposta ci pare semplice e nello stesso tempo desolante: è venuta meno, da un paio d’anni a questa parte, la voce che sin dall’inizio degli anni novanta si era dimostrata in grado di ragionare di scuola e docenti fuori dagli schemi ideologici e di appartenenza politica, sino al punto di porne in modo sostanziale e nuovo i problemi alle forze politiche e a tutta l’opinione pubblica italiana, acquistandosi un’influenza ed una credibilità ben superiore rispetto alla sua consistenza numerica. Ci riferiamo ovviamente alla Gilda degli insegnanti, che dalla defenestrazione di Sandro Gigliotti si è progressivamente appiattita sulle posizioni del sindacalismo confederale, e addirittura dei cobas, intraprendendo un’azione velleitaria di protesta senza alcuna caratteristica propositiva: volendo semplicemente interpretare le varie e contraddittorie ragioni del disagio dei docenti senza alcuna selezione né obiettivo, nella convinzione che bastasse per mantenere in vita l’apparato ripetere formule ormai senza più alcun contenuto concreto. Dunque, la voce della Gilda, per quel tanto che si è potuta sentire, non ha fatto altro che assecondare la linea politica dei confederali, scavalcandola talvolta in estremismo; ed è ovvio, che alla resa dei conti, chi vi aveva aderito per una tutela meramente sindacale, da impiegati, ha trovato più logico “tornare ai confederali”; chi invece l’aveva fatto supponendo di aderire ad un’organizzazione nuova, autenticamente professionale, l’abbia abbandonata. Tuttavia, noi crediamo che le ragioni che portarono Sandro Gigliotti a fondare la Gilda siano più che mai valide e che dunque la sua “mutazione genetica”, come Gigliotti stesso la definiva, abbia semplicemente lasciato un vuoto che occorre riempire: il vuoto di ragionamenti e proposte innovative sui modi di esercizio della professione docente in questo Paese, nel momento in cui riconosce la centralità della scuola per il suo sviluppo civile, culturale ed economico. Il bisogno di scuola di questo Paese è infatti grandissimo, ma di scuola seria, efficace, efficiente e produttiva; e questa scuola ha bisogno di insegnanti autenticamente professionisti, non di una massa spaventosamente numerosa (oltre 750.000), indifferenziata per funzioni e retribuzioni, depressa psicologicamente, socialmente ed economicamente, dietro la quale, come un cancro si riproduce continuamente il fenomeno tutto italiano del precariato che preme per avere un posto fisso e garantito. Rigorosi meccanismi di ingresso nella professione, controllo del mantenimento nel tempo degli standard professionali, differenziazione di funzioni, diversificazioni di retribuzioni secondo le funzioni e i meriti, valutazione, sono i cardini della professione nelle scuole autonome, se di autentica autonomia si deve parlare. Ma per “ragionare” di queste cose, fare proposte, intervenire a livello politico, occorre ben altro che il sindacalismo tradizionale vecchio e nuovo: questo va bene per i docenti che si considerano puri impiegati. Il vuoto che occorre riempire è precisamente per un verso quello della rappresentatività di chi condivide questi obiettivi, per un altro quello di diffonderli tra i docenti,  nella consapevolezza che se non vengono perseguiti e raggiunti, eventualmente con la necessaria gradualità come è compito di ogni autentico riformista, nessun reale rinnovamento della scuola potrà verificarsi in questo Paese. L’Apef si propone di farlo, insieme alla nuova organizzazione associativa, l’ANP- Anquap-Cida, lasciando pure che “i morti seppelliscano i morti”. 

                                                                                                                       Antonio Porcu

Responsabile Centro Studi  A.P.E.F.