“Il punto sulla
riforma “parallela” della professione docente”
Rapporti tra competenze dello
Stato, delle Regioni e delle scuole autonome
Si è
svolto Lunedì 2 Maggio 2005 a Roma, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, il seminario nazionale “ Il
punto sulla riforma parallela della professione docente” organizzato
dall’APEF con ANP- Cida e Diesse.
Il seminario, come ricordato
nell’intervento d’apertura da Paola Tonna, presidente dell’APEF che ha
coordinato l’incontro, costituisce il quarto di una serie d’appuntamenti
nazionali volti a monitorare l’evoluzione e il percorso della questione docente
nell’ambito dei processi di Riforma ordinamentale e costituzionale essendo
fermamente convinti che, alla base della reale possibilità di
attuazione dell’Autonomia come di ogni riforma, ci siano gli strumenti
effettivi dati agli insegnanti. Gli incontri precedenti, dove la questione è
stata posta alla riflessione di esperti, politici e di
rappresentanti delle istituzioni e del governo, sono stati: “Accesso alla professione docente e sviluppo di carriera
nella legge di riforma” (Marzo 2002), “Uno stato
giuridico dei docenti per la scuola dell’autonomia” (Dicembre 2003), Sandro Gigliotti: “Percorsi
e idee nel dibattito riformatore” (Marzo 2004). (
www.apefassociazione.it)
Il seminario si è articolato in due sessioni di cui la prima è stata
aperta dalla relazione della dott.a Caterina Cittadino, direttore dell’Ufficio per il Federalismo amministrativo della
Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ha parlato
di “ Ripartizione di competenze in materia di istruzione tra Stato e
Autonomie” al
fine di fare chiarezza sullo scenario introdotto, nella scorsa legislatura,
dalla Riforma del Titolo V° della Costituzione, rispetto alla competenza
legislativa assegnate allo Stato per le norme generali in materia di
istruzione, ai compiti di organizzazione e gestione delle scuole attribuite alle
Regioni, nonché le competenze delle Scuole autonome che dovrebbero
rappresentare la “centralità” da cui partire per dirimere la questione della
complicata interconnessione di queste competenze.
Argomento che costituisce, anche alla luce del quadro tuttora incerto delineato dal decreto attuativo del II° Ciclo, un panorama
inquietante per la maggioranza dei docenti.
Questo aspetto, come rilevato dal
presidente dell’Apef, è collegato ad uno degli obiettivi di Lisbona da
realizzare entro il 2010 per “realizzare una società della conoscenza più forte
e competitiva”, che si sostanzia, oltre che nella necessaria armonizzazione dei
sistemi educativi dei vari Paesi della UE e nel
ridurre gli ostacoli normativi per un riconoscimento professionale dei docenti,
anche nell’ancorare l’offerta formativa al territorio, come ipotizzato dalla
normativa sull’Autonomia con la Legge 59 del ‘97 e i relativi decreti e,
appunto, dalla Riforma del titolo V°.
La
seconda sessione, incentrata su una tavola rotonda, ha visto la presenza di due
politici di maggioranza e opposizione, l’On.le Paolo Santulli e la Senatrice Maria Chiara Acciarini, che avevano il compito di indicare le proposte per affrontare sul piano
legislativo il rinnovamento dei profili professionali dei docenti e il relativo
stato giuridico sia per consentire l’attuazione e gestire le complessità
professionali introdotte dall’autonomia che per adeguare, sulla questione
docente, il nostro Paese alle principali tendenze europee. Roberto Persico, presidente di Diesse e Vittorio Campione, già segretario di Luigi Berlinguer, erano presenti, come esperti di
politiche scolastiche, per contribuire al dibattito con un approccio diverso.
Ha chiuso la tavola rotonda un
intervento del sottosegretario on.le Valentina Aprea.
Le
conclusioni del seminario sono state affidate a Giorgio Rembado, presidente
dell’ANP.
In
questa sede è stata annunciata la raccolta di firme per una petizione ai
massimi rappresentanti istituzionali, affinché si adoperino per realizzare, con priorità assoluta, la
ridefinizione per via parlamentare del nuovo stato giuridico degli insegnanti.
Riportiamo di seguito i
contributi della tavola rotonda.
Al termine, in allegato, gli interventi di Caterina Cittadino, Valentina Aprea e Giorgio Rembado.
Introduzione
di Paola Tonna,
presidente A.P.E.F,
Partiamo dal fatto che è indubbio che l’autonomia sia
il perno strutturale, la riforma trasversale su cui poggia qualsiasi riforma ordinamentale. Questa è una scelta ormai irreversibile
per il nostro Paese, ora anche costituzionalmente garantita e quindi una
prospettiva istituzionale. Da questo discende, inevitabilmente, che il profilo
professionale dell’insegnante deve essere coerente con il modello di Scuola che
il Paese ha scelto, il modello autonomistico.
Su questo sembra che, a parole, siamo tutti
d’accordo.
Dalla recente ricerca del prof.
Romei dell’Università di Bologna, che fornisce un supporto scientifico dal
punto di vista delle Teorie dell’organizzazione alla questione dei nuovi
profili professionali e della carriera dei docenti,
emerge che i quattro pilastri dell’autonomia - l’identità, la propositività della scuola, la sua riconoscibilità
attraverso il
piano dell’offerta formativa e l’apertura interistituzionale di ogni singolo istituto - esigono la realizzazione
contestuale di un’analoga rivoluzione nell’organizzazione del lavoro degli
insegnanti: la scuola dell’autonomia,
incentrata sulla flessibilità
didattica, orienta, costruisce i curricoli e i
docenti, diversamente da prima (quando erano obbligati
esclusivamente al rispetto per le procedure), devono assumere la responsabilità dei percorsi didattici, degli esiti e
della “politica” della propria scuola: si
passa dall’individualismo all’azione
collettiva,
che non solo decide ma deve anche essere responsabile delle proprie scelte… da
una scuola autoreferenziale ad una scuola che valuta se stessa.
La scuola come tutte le
organizzazioni di servizio pubblico a carattere professionale per essere
efficace, necessita di regole
organizzative formalizzate, di ruoli gestionali definiti per capitalizzare e
trasferire le esperienze acquisite dal singolo docente.
E’ indubbio che serva un nuovo
stato giuridico coerente, dato che l’attuale risale ormai al ’74.
L’altro sostegno scientifico,
perché sperimentale, all’attuazione piena dell’autonomia, che diversamente
sarebbe una riforma dimezzata, lo forniscono gli ultimi risultati dell’indagine
OCSE- PISA 2003, dove la disamina delle caratteristiche dei Paesi con i
risultati migliori in termini di competenze degli studenti, mostra assetti fortemente decentrati, grande flessibilità curriculare,
scelta dei docenti da parte delle scuole, quindi grande autonomia didattica e
organizzativa. Inoltre i dati disaggregati del nostro Paese, con Trento e
Bolzano al livello della Finlandia che è al massimo della graduatoria e il Sud
e le isole al livello del Messico agli ultimi posti, mostrano senz’ombra di
dubbio che, così com’è strutturato, il nostro sistema istruzione non garantisce
certo equità sociale. Bisogna quindi dare, al più presto, un segno di discontinuità: individuare
quelle responsabilità complesse che consentano il confronto per uscire
dall’autoreferenzialità ed evitare il perpetuarsi delle nostre brutte figure in
campo internazionale.
Vale la pena di ricordare che l’ultimo Rapporto EURYDICE
indica l’Italia come il fanalino di coda per quanto riguarda l’attività
riformatrice sulla carriera dei docenti, a differenza della maggioranza dei
Paesi della UE che, negli ultimi 25 anni, hanno
effettuato interventi di riordino sulla condizione professionale degli
insegnanti.
Inutile nascondere che il nodo del dibattito, purtroppo
ancora non risolto, ruota ancora, in una sorta di tiro alla fune, tra i fautori
della soluzione contrattuale da
una parte e quelli della via parlamentare dall’altra. Chi ha scelto la via contrattuale
ha inanellato una serie di fallimenti: gli ultimi contratti, che pure avevano
avuto atti di indirizzo da parte del governo volti ad individuare le figure
professionali, non hanno praticamene prodotto nulla salvo le funzioni-obiettivo
che ormai si stanno diluendo.
Il Concorsone è fallito perché basato su una logica
meramente premiante e non era ancorato ad un’individuazione di quelle funzioni
strutturali complesse di cui l’autonomia ha bisogno.
I Sindacati hanno sempre strumentalmente rinviato la
questione alle solite commissioni - l’ultima riunita all’ARAN nel 2004 è durata
sei mesi e non ha concluso nulla - e
contemporaneamente hanno opposto un boicottaggio
senza limiti alla soluzione parlamentare.
Intanto, dal giugno 2003
giacciono in Parlamento due disegni di legge, attualmente
unificati nel testo proposto dall’On.le Santulli, del
15 febbraio, ancora non adottato ne calendarizzato dalla VII Commissione
Cultura.
I fatti dimostrano che se la via
contrattuale non riesce, non vuole, non sa innovare, pure
il Governo ha dato segni di cedimento rispetto al suo programma
iniziale. Ricordo in proposito, le dichiarazioni programmatiche del Ministro
Moratti alla Camera, nel Luglio 2001, su area contrattuale separata ed
individuazione di una carriera per i docenti e quelle dell’on. Adornato,
presidente della Commissione Cultura della Camera, che più di un anno fa al
nostro Seminario, espresse pubblicamente la determinazione, sua personale e delle forze di maggioranza, a
mandare in porto il disegno di legge sullo Stato giuridico entro sei mesi,
rivendicando la centralità del
Parlamento “rispetto alle
considerazioni di carattere politico-strategico del Governo o anche alle
considerazioni di contenuto che emergevano da parte del sindacato”
(Atti del seminario).
Per chi sostiene la via parlamentare ci sono almeno quattro buoni motivi di natura giuridica:
- Lo stato giuridico dei docenti fa certamente parte di
quelle norme generali che la Riforma del Titolo V° assegna allo Stato
proprio per garantire la tenuta di tutto il sistema istruzione;
- La funzione docente si fonda su un principio
costituzionale: quello che l’articolo 33 individua nella libertà
d’insegnamento: essa pertanto non può essere ridotta a materia patrizia ma va declinata per legge;
- L’art. 97 della Costituzione recita che “ i pubblici uffici (quindi anche le Scuole) sono
organizzati secondo disposizioni di legge…” pertanto
attribuire alla contrattazione la disciplina delle funzioni e le responsabilità
che caratterizzano le articolazioni della professione docente sarebbe una palese
invasione dell’ambito legislativo;
- L’art.21 della legge 59/97 al comma 16, istituiva la
dirigenza ai capi d’istituto individuando contestualmente nuove figure
professionali per i docenti. La dirigenza ai capi d’Istituto è stata data
ai dirigenti per via legislativa, appena l’anno dopo, Non c’è motivo perché,
per i docenti, si debba procedere per via contrattuale.
I docenti, oggi,
stanno ancora aspettando quanto è stato prescritto dalla legge sull’autonomia.
Intervento
della Sen.Maria Chiara Acciarini,
capogruppo DS Commissione
Istruzione Senato
Secondo la Senatrice, l’autonomia scolastica si è comunque affermata come principio pur mancando molti di
quegli elementi che possano darle spessore, tra cui il valore che ha dal punto
di vista della funzione degli insegnanti. Oggi la strada è da consolidare,
immettendo un primo elemento: la stabilità. La necessità di programmare, di
verifica dei risultati, di responsabilità sono quello
che meno si adatta alla precarietà dei docenti. Il fatto che oggi ci siano
troppi docenti precari urta contro il principio dell’autonomia. Occorre porsi
il problema di come si stabilizza il personale, che non si ricrei il
precariato, non bastano le sanatorie, sono necessarie forme di reclutamento e
di formazione che insieme si basino su criteri di
immissione programmata. Importante è
l’organico funzionale d’istituto che permette stabilità nella programmazione,
tenendo conto delle variabili di popolazione scolastica dovute alle
immigrazioni anche irregolari.
Occorrono scelte molto rigorose, soprattutto sul piano
delle risorse da impegnare; indubbiamente è difficile stabilire ‘quanto’,
quando si ha a che fare con problemi di bilancio dello stato che ha le sue
complessità, non si può andare avanti continuando a citare gli obiettivi di
Lisbona e non avere segnali di cambiamento e di rotta. Altro discorso da
affrontare è il percorso di carriera: si è tutti d’accordo che il percorso di
carriera basato sull’anzianità equivaleva alla morte civile per i docenti che
lo dovevano subire ed anche per gli allievi e le famiglie; quando si tracciano
nuove vie, nascono altre difficoltà, come il concorsone
che comunque si è rivelato non corretto, sentito come una forma di non-
valutazione di effettive professionalità che i docenti sentivano di avere, ha
avuto il dramma che da allora in poi di valutazione si parli sempre con
difficoltà. Il tema va comunque affrontato e discusso,
coinvolgendo i docenti che possono trovare soluzioni importanti. Tornando
all’autonomia della scuola, la sua progettualità ha il
punto più alto nella professionalità dei docenti. Un docente è inserito in un contesto in cui è un portatore di esperienze, competenze
disciplinari e didattiche che devono essere oggetto di valutazione ed è una
persona che deve sapersi rapportare con il territorio in cui insegna ed agisce.
Occorre aprire una grande discussione su cosa vuol
dire essere insegnanti in questo momento.
Si può trovare la soluzione se si lavora tutti insieme.
Campione riconosce in tutti
l’opinione condivisa di un’esigenza di una robusta iniezione di
cambiamento al nostro sistema educativo. Ne fanno fede le ricorrenti iniziative
di riforma indipendentemente dall’orientamento prevalente nel Parlamento. Si è
cercato di costruire un percorso di sviluppo del sistema scolastico per
renderlo più accogliente anche nei confronti degli stranieri, più capace di corrispondere ai cambiamenti della società, di tener
dietro allo sviluppo, al progresso della scienza, della cultura. Sono state
consumate intere legislature senza riuscire a completare più che una piccola
parte del percorso parlamentare, però si è lavorato in tanti, dentro la scuola,
nella società politica.
Nell’arco degli ultimi dieci
anni, la motivazione a sostegno è più legata ad un cambiamento epocale che ha
attraversato ed attraversa il nostro paese, cioè la
sua collocazione come parte di un processo più grande, in un contesto europeo
di cui noi facciamo parte e di cui si sta diventando più consapevoli. La
riforma, quindi, non è una forma di rinnovata esterofilia, è la consapevolezza
che il sistema formativo italiano non è parte a sé, ma si sviluppa e cerca di
rinnovarsi non per adeguarlo a parametri quantitativi, ma per stare all’interno
di un processo, di un percorso europeo. Ecco perché la
questione degli insegnanti diventa tanto più importante di quanto non lo sia
stata in passato: non è più sufficiente che vi sia la capacità di trasmettere
meglio l’insieme delle nozioni che il paese ha accumulato nel suo patrimonio
culturale e nella sua tradizione storica, ma si tratta di capire che
l’insegnante è il tassello fondamentale senza il quale non si può sviluppare
qualsiasi iniziativa.
L’affermazione ‘nessuna riforma è possibile senza il
consenso dei docenti non è una ricerca di consensi a qualche ipotesi
politica o culturale, ma qualcosa di più e di diverso.
Nella comunità di chi studia –
studenti, famiglie, insegnanti, territorio nel suo complesso - l’insegnante è
l’unico portatore di una capacità professionale specifica, l’unico che è in
grado di mettere un elemento di valore aggiunto che fa sì che si inneschi un circuito per cui gli studenti crescano
culturalmente, che il territorio si arricchisca con competenze che diverranno
spendibili e che arricchiranno il territorio stesso. Questo è il ragionamento
che sta alla base dell’autonomia scolastica che non potrebbe valere per un
impianto centralistico. L’autonomia, così come è
strutturata dall’art.21 della legge 59, meglio della legge.537, fa sì che
l’istituzione scolastica sia dentro un processo di crescita più generale. Il
cambiare delle maggioranze politiche non ha messo in discussione questo punto
perché fa della comunità dello studio un’entità autonoma che si lega ad
un’altra entità autonoma, cioè quella del territorio.
In questo contesto gli insegnanti, come corpo sociale
organizzato che opera in questa realtà, sono in grado di rispondere ai bisogni
formativi richiesti dal territorio e dalla società?
Certamente ci sono dei problemi,
che vengono dal percorso di formazione di cui non sono certo responsabili
perché solo in piccola parte è stato adeguato alle necessità, problemi che
vengono dal modo in cui è compressa ed anche repressa la possibilità di
sviluppo e di carriera intesa come percorso professionale che si sviluppa
costantemente e che consente di fare sempre meglio il proprio lavoro. Vi sono
problemi rispetto alla riconoscibilità di questa funzione in tutte le sue
articolazioni. In un primo tempo la funzione sociale, via via venuta meno,
dipendeva dal fatto che l’insegnante ere la figura che
più e meglio era in grado di dare un elemento di sviluppo, di prospettiva, di
avanzamento alle nuove generazioni, e quindi alle famiglie e al territorio. Non
è vero che questo non sia più possibile che accada, che le altre agenzie
formative abbiano talmente soppiantato la scuola per cui
non si chiedono ad essa maggiori garanzie attraverso la cultura, la conoscenza;
si tratta di far sì che la scuola sia organizzatrice di un percorso di sviluppo
della conoscenza, di arricchimento della cultura e del sapere delle famiglie.
Ecco che l’autonomia diventa il perno essenziale perché è lo strumento che
permette alle istituzioni scolastiche che si rapportano con le altre autonomie
territoriali di strutturarsi nelle articolazioni che
sono indispensabili, con quelle indicazioni che corrispondano alle esigenze,
alle prospettive richieste dal territorio. Per questo le istituzioni
scolastiche dovranno dotarsi di strumenti per raggiungere questi obiettivi. Gli
elementi di fatto e di diritto ci fanno capire che il percorso è ancora in
formazione. Occorre fare in modo che venga anche un contributo dal mondo della
scuola per la definizione di questi aspetti. Il percorso e il completamento
dovrebbero avere come fu all’inizio del suo
concepimento un grande coinvolgimento sostanziale e non formale dell’insieme
delle comunità scolastiche, che potranno darci qualche suggerimento e qualche
spinta. Sarà espressione di saggezza riuscire ad interpretare la volontà di
esserci nella espressione delle volontà e quindi raccoglierne
il senso per poterne in seguito raccoglierne i frutti.
Intervento di
Roberto Persico,
presidente Diesse
Persico ricorda come, all’indomani
dell’approvazione della riforma, sui vari quotidiani fossero
state pubblicate affermazioni pressoché coincidenti del Ministro e del
Vice-ministro: “La riforma è fatta, tocca agli insegnanti realizzarla”. Questa affermazione è quanto mai vera, ma
perché gli insegnanti possano realizzarla devono essere messi in condizione di
poterlo fare. Per questo è necessario un nuovo stato giuridico degli
insegnanti, che introduca realmente e stabilmente nel
nostro paese la possibilità che ogni insegnante possa lavorare secondo le
capacità, le doti, il temperamento, le competenze peculiari di ciascuno.
Persico auspica una legge che cambi lo stato giuridico degli insegnanti, ma
occorre che sia fatta bene perché sia pietra miliare nell’ambito della riforma
reale del sistema scolastico del nostro paese.
Altrimenti potrebbe rivelarsi, al di là delle
intenzioni di chi la propone, una ‘zeppa’.
E’ evidente che si incrociano due nodi nevralgici:
·
la questione della valutazione
·
la questione delle autonomie scolastiche
Il vero nodo è la questione
della valutazione, problema che va affrontato, qualche passo per affrontarlo è stato fatto. Un problema così complesso non
può essere ridotto ad uno solo dei suoi fattori: la valutazione degli
insegnanti non può non avere degli elementi oggettivi certificabili, non può
nemmeno essere ridotta ad elementi oggettivi e certificabili, non può essere
ridotta a quella dei risultati degli studenti, però una qualche connessione
c’è.
Inevitabilmente il problema
della valutazione va ad incontrare il problema delle autonomie scolastiche,
perché non si può immaginare un sistema di valutazione degli insegnanti che sia
un sistema di valutazione nazionale uniforme, di concorsi, di certificazioni o
del ‘concorsone’ di Berlinguer. E’ un terreno
scivoloso in cui tutti si fa fatica ad entrare, perché
tutti concordano nel dare autonomia alle scuole, ma poi si creano dei paletti,
degli argini per paura di dargliene concretamente. Un sistema di forti
autonomie è un sistema in cui è più facile che ciascun insegnante si identifichi con la sua scuola, in cui è più facile che le
capacità degli insegnanti siano valorizzate ed è più facile che tutti i ragazzi
abbiano dei benefici. I dati dell’indagine P.I.S.A.
dimostrano che i risultati migliori si hanno nei paesi dove è più forte
l’autonomia delle scuole. La questione-chiave della valutazione va affrontata
in maniera non centralistica. Un esempio? La Regione Toscana ha già una sua
legge sulla scuola, ancora da attuare, in cui è previsto che il personale passi
alla regione; dunque, la valutazione a chi sarà affidata?
La richiesta di Persico rivolta
alla politica è di dare un colpo d’ala, di rischiare una legge che abbia il
coraggio di scommettere sulla libertà di dirigenti e d’insegnanti per
permettere alle scuole di costruire dei sistemi anche diversi in grado di
valorizzare la professionalità degli insegnanti. Conclude
dicendo: “Così, forse, potrà realizzarsi la riforma, così, forse, i nostri
ragazzi avranno possibilità in più di incontrare qualcosa di buono per la loro
vita”.
Intervento dell’On.le Paolo Santulli,
Commissione Cultura della Camera dei deputati, relatore del ddl
sullo Stato giuridico degli insegnanti
E' necessario verificare lo stato della scuola italiana di oggi e i suoi bisogni reali, perché spesso ci si
riferisce a situazioni lontane dalla realtà, ipotizzate da chi non conosce il
mondo della scuola. Il grandissimo numero di situazioni problematiche, tra i
quali spicca la questione dei docenti, mi hanno
convinto a portare avanti e a sostenere in Parlamento una proposta di legge che
riguarda lo stato giuridico dei docenti, dapprima rubricata sotto il titolo di
“diritti degli insegnanti”. Chi si doveva preoccupare di tutelare, di
modificare ed attualizzare questa professione non lo ha fatto, privilegiando altri aspetti. Ritengo che solo il Parlamento
debba e possa colmare questa lacuna. La riforma Moratti, per poter essere
attualizzata, deve avere degli elementi che possano
sostenerla,in primis i docenti. Si attribuiscono tante competenze alla
scuola, ai docenti, si pretende tutto da loro, ma in sostanza non si offrono
loro né gratificazioni, né riconoscimenti, né opportunità. Per questo, in
Commissione, i parlamentari della maggioranza si sono posti l'obiettivo di
tutelare i docenti e si sono dichiarati aperti al dialogo con i colleghi
dell'opposizione, per dibattere relativamente questo tema e poter costruire
insieme una soluzione. Non ci si può arroccare
su posizioni di chiusura, di intransigenza, che molto
spesso sono state pilotate da quanti avrebbero dovuto avere, invece, la
responsabilità di tutelare i docenti e la scuola.
Un altro punto di forza di questo atteggiamento è l'apertura alle associazioni
professionali, cioè a quanti si occupano della scuola, per la scuola e nella
scuola senza avere altri interessi reconditi. Nella proposta di legge
sul nuovo stato giuridico degli insegnanti si è voluto riconoscere le
associazioni professionali anche per il contributo di indirizzo
che possono fornire. Si è pensato alla creazione di nuovi organismi tecnici
rappresentativi della funzione docente, cioè di
strutture rappresentate dagli insegnanti che dovranno avere un ruolo centrale,
ad esempio nel processo di formazione della docenza. Su questo ed altri
temi si intende dare la titolarità alla scuola, perché
è solo la scuola che conosce i propri studenti e i loro bisogni. L'esigenza è
emersa anche da parte dei genitori che vogliono per i loro figli una scuola
attualizzata, nuova, che apra alla società ed al lavoro e che può essere
realizzata solo da docenti motivati, con professionalità riconosciuta, con
prospettive diverse. Per questo si è pensato ad uno sviluppo di carriera per i
docenti, a una nuova struttura della loro
retribuzione, a nuove modalità di reclutamento, alla valutazione dell'efficacia
della loro prestazione professionale. Purtroppo il dibattito sulla proposta di
legge, che sarebbe dovuto iniziare già a gennaio, è
fermo. Occorre allora che dal mondo della scuola e dai docenti arrivino
sollecitazioni a riprenderlo e a concluderlo
positivamente, anche per dare una prospettiva concreta all’attuazione della
riforma degli ordinamenti.
Allegati
Relazione di Caterina Cittadino,
direttore Ufficio Federalismo amministrativo della Presidenza del Consiglio
Intervento dell’On.le Valentina Aprea,
sottosegretario MIUR
Conclusioni di Giorgio Rembado, presidente ANP- Cida
(raccolta e
trascrizione dei testi a cura di Ivana Uras)