A.P.E.F.

Associazione Professionale di Insegnanti

                                             

 

ATTI del

 

 

Seminario nazionale

 

“Il punto sulla riforma “parallela” della professione docente”

 

Rapporti tra competenze dello Stato, delle Regioni e delle scuole autonome

 

 

 

Si è svolto Lunedì 2 Maggio 2005 a Roma, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, il seminario nazionale “ Il punto sulla riforma parallela della professione docente” organizzato dall’APEF con ANP- Cida e Diesse.

Il seminario, come ricordato nell’intervento d’apertura da Paola Tonna, presidente dell’APEF che ha coordinato l’incontro, costituisce il quarto di una serie d’appuntamenti nazionali volti a monitorare l’evoluzione e il percorso della questione docente nell’ambito dei processi di Riforma ordinamentale e costituzionale essendo fermamente convinti che, alla base della reale possibilità di attuazione dell’Autonomia come di ogni riforma, ci siano gli strumenti effettivi dati agli insegnanti. Gli incontri precedenti, dove la questione è stata posta alla riflessione di esperti, politici e di rappresentanti delle istituzioni e del governo, sono stati: “Accesso alla professione docente e sviluppo di carriera nella legge di riforma” (Marzo 2002), “Uno stato giuridico dei docenti per la scuola dell’autonomia” (Dicembre 2003), Sandro Gigliotti: “Percorsi e idee nel dibattito riformatore” (Marzo 2004). ( www.apefassociazione.it)

Il seminario si è articolato in due sessioni di cui la prima è stata aperta dalla relazione della dott.a Caterina Cittadino, direttore dell’Ufficio per il Federalismo amministrativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ha parlato di “ Ripartizione di competenze in materia di istruzione tra Stato e Autonomie” al fine di fare chiarezza sullo scenario introdotto, nella scorsa legislatura, dalla Riforma del Titolo V° della Costituzione, rispetto alla competenza legislativa assegnate allo Stato per le norme generali in materia di istruzione, ai compiti di organizzazione e gestione delle scuole attribuite alle Regioni, nonché le competenze delle Scuole autonome che dovrebbero rappresentare la “centralità” da cui partire per dirimere la questione della complicata interconnessione di queste competenze. Argomento che costituisce, anche alla luce del quadro tuttora incerto delineato dal decreto attuativo del II° Ciclo, un panorama inquietante per la maggioranza dei docenti.

             Questo aspetto, come rilevato dal presidente dell’Apef, è collegato ad uno degli obiettivi di Lisbona da realizzare entro il 2010 per “realizzare una società della conoscenza più forte e competitiva”, che si sostanzia, oltre che nella necessaria armonizzazione dei sistemi educativi dei vari Paesi della UE e nel ridurre gli ostacoli normativi per un riconoscimento professionale dei docenti, anche nell’ancorare l’offerta formativa al territorio, come ipotizzato dalla normativa sull’Autonomia con la Legge 59 del ‘97 e i relativi decreti e, appunto, dalla Riforma del titolo V°.

 

            La seconda sessione, incentrata su una tavola rotonda, ha visto la presenza di due politici di maggioranza e opposizione, l’On.le Paolo Santulli e la Senatrice Maria Chiara Acciarini, che avevano il compito di indicare le proposte per affrontare sul piano legislativo il rinnovamento dei profili professionali dei docenti e il relativo stato giuridico sia per consentire l’attuazione e gestire le complessità professionali introdotte dall’autonomia che per adeguare, sulla questione docente, il nostro Paese alle principali tendenze europee. Roberto Persico, presidente di Diesse e Vittorio Campione, già segretario di Luigi Berlinguer, erano presenti, come esperti di politiche scolastiche, per contribuire al dibattito con un approccio diverso.

Ha chiuso la tavola rotonda un intervento del sottosegretario on.le Valentina Aprea.

Le conclusioni del seminario sono state affidate a Giorgio Rembado, presidente dell’ANP.

In questa sede è stata annunciata la raccolta di firme per una petizione ai massimi rappresentanti istituzionali, affinché si adoperino per realizzare, con priorità assoluta, la ridefinizione per via parlamentare del nuovo stato giuridico degli insegnanti.

 

Riportiamo di seguito i contributi della tavola rotonda.

Al termine, in allegato, gli interventi di Caterina Cittadino, Valentina Aprea e Giorgio Rembado.

                     

 

 

 

 

Tavola rotonda

 

 

Introduzione di Paola Tonna,

presidente A.P.E.F,

 

Partiamo dal fatto che è indubbio che l’autonomia sia il perno strutturale, la riforma trasversale su cui poggia qualsiasi riforma ordinamentale. Questa è una scelta ormai irreversibile per il nostro Paese, ora anche costituzionalmente garantita e quindi una prospettiva istituzionale. Da questo discende, inevitabilmente, che il profilo professionale dell’insegnante deve essere coerente con il modello di Scuola che il Paese ha scelto, il modello autonomistico.

Su questo sembra che, a parole, siamo tutti d’accordo.

Dalla recente ricerca del prof. Romei dell’Università di Bologna, che fornisce un supporto scientifico dal punto di vista delle Teorie dell’organizzazione alla questione dei nuovi profili professionali e della carriera dei docenti, emerge che i quattro pilastri dell’autonomia - l’identità, la propositività della scuola, la sua riconoscibilità attraverso il piano dell’offerta formativa e l’apertura interistituzionale di ogni singolo istituto - esigono la realizzazione contestuale di un’analoga rivoluzione nell’organizzazione del lavoro degli insegnanti: la scuola dell’autonomia, incentrata sulla flessibilità didattica, orienta, costruisce i curricoli e i docenti, diversamente da prima (quando erano obbligati esclusivamente al rispetto per le procedure), devono assumere la responsabilità dei percorsi didattici, degli esiti e della “politica” della propria scuola: si passa dall’individualismo all’azione collettiva, che non solo decide ma deve anche essere responsabile delle proprie scelte… da una scuola autoreferenziale ad una scuola che valuta se stessa.

La scuola come tutte le organizzazioni di servizio pubblico a carattere professionale per essere efficace, necessita di regole organizzative formalizzate, di ruoli gestionali definiti per capitalizzare e trasferire le esperienze acquisite dal singolo docente.

E’ indubbio che serva un nuovo stato giuridico coerente, dato che l’attuale risale ormai al ’74.

L’altro sostegno scientifico, perché sperimentale, all’attuazione piena dell’autonomia, che diversamente sarebbe una riforma dimezzata, lo forniscono gli ultimi risultati dell’indagine OCSE- PISA 2003, dove la disamina delle caratteristiche dei Paesi con i risultati migliori in termini di competenze degli studenti, mostra assetti fortemente decentrati, grande flessibilità curriculare, scelta dei docenti da parte delle scuole, quindi grande autonomia didattica e organizzativa. Inoltre i dati disaggregati del nostro Paese, con Trento e Bolzano al livello della Finlandia che è al massimo della graduatoria e il Sud e le isole al livello del Messico agli ultimi posti, mostrano senz’ombra di dubbio che, così com’è strutturato, il nostro sistema istruzione non garantisce certo equità sociale. Bisogna quindi dare, al più presto, un segno di discontinuità: individuare quelle responsabilità complesse che consentano il confronto per uscire dall’autoreferenzialità ed evitare il perpetuarsi delle nostre brutte figure in campo internazionale.

Vale la pena di ricordare che l’ultimo Rapporto EURYDICE indica l’Italia come il fanalino di coda per quanto riguarda l’attività riformatrice sulla carriera dei docenti, a differenza della maggioranza dei Paesi della UE che, negli ultimi 25 anni, hanno effettuato interventi di riordino sulla condizione professionale degli insegnanti.

 

Inutile nascondere che il nodo del dibattito, purtroppo ancora non risolto, ruota ancora, in una sorta di tiro alla fune, tra i fautori della soluzione contrattuale da una parte e quelli della via parlamentare dall’altra. Chi ha scelto la via contrattuale ha inanellato una serie di fallimenti: gli ultimi contratti, che pure avevano avuto atti di indirizzo da parte del governo volti ad individuare le figure professionali, non hanno praticamene prodotto nulla salvo le funzioni-obiettivo che ormai si stanno diluendo.

Il Concorsone è fallito perché basato su una logica meramente premiante e non era ancorato ad un’individuazione di quelle funzioni strutturali complesse di cui l’autonomia ha bisogno.

I Sindacati hanno sempre strumentalmente rinviato la questione alle solite commissioni - l’ultima riunita all’ARAN nel 2004 è durata sei mesi e non ha concluso nulla - e contemporaneamente hanno opposto un boicottaggio senza limiti alla soluzione parlamentare.

Intanto, dal giugno 2003 giacciono in Parlamento due disegni di legge, attualmente unificati nel testo proposto dall’On.le Santulli, del 15 febbraio, ancora non adottato ne calendarizzato dalla VII Commissione Cultura.

I fatti dimostrano che se la via contrattuale non riesce, non vuole, non sa innovare, pure il Governo ha dato segni di cedimento rispetto al suo programma iniziale. Ricordo in proposito, le dichiarazioni programmatiche del Ministro Moratti alla Camera, nel Luglio 2001, su area contrattuale separata ed individuazione di una carriera per i docenti e quelle dell’on. Adornato, presidente della Commissione Cultura della Camera, che più di un anno fa al nostro Seminario, espresse pubblicamente la determinazione, sua personale e delle forze di maggioranza, a mandare in porto il disegno di legge sullo Stato giuridico entro sei mesi, rivendicando la centralità del Parlamento rispetto alle considerazioni di carattere politico-strategico del Governo o anche alle considerazioni di contenuto che emergevano da parte del sindacato (Atti del seminario).     

 

Per chi sostiene la via parlamentare ci sono almeno quattro buoni motivi di natura giuridica:

- Lo stato giuridico dei docenti fa certamente parte di quelle norme generali che la Riforma del Titolo V° assegna allo Stato proprio per garantire la tenuta di tutto il sistema istruzione;

- La funzione docente si fonda su un principio costituzionale: quello che l’articolo 33 individua nella libertà d’insegnamento: essa pertanto non può essere ridotta a materia patrizia ma va declinata per legge;

- L’art. 97 della Costituzione recita che “ i pubblici uffici (quindi anche le Scuole) sono organizzati secondo disposizioni di legge…” pertanto attribuire alla contrattazione la disciplina delle funzioni e le responsabilità che caratterizzano le articolazioni della professione docente sarebbe una palese invasione dell’ambito legislativo;

- L’art.21 della legge 59/97 al comma 16, istituiva la dirigenza ai capi d’istituto individuando contestualmente nuove figure professionali per i docenti. La dirigenza ai capi d’Istituto è stata data ai dirigenti per via legislativa, appena l’anno dopo, Non c’è motivo perché, per i docenti, si debba procedere per via contrattuale.

 

 I docenti, oggi, stanno ancora aspettando quanto è stato prescritto dalla legge sull’autonomia.

 

 

Intervento della Sen.Maria Chiara Acciarini,

capogruppo DS Commissione Istruzione Senato

 

La Senatrice, dopo aver preso in esame alcuni temi riguardanti la valutazione sulla scuola e il successo formativo in relazione alle indagini nazionali ed internazionali, tiene a sottolineare che il rapporto PISA ha un valore specifico per una certa classe d’età e per specifiche competenze. Pertanto, i dati, pur essendo validi, non possono essere assunti come un criterio determinante; per quanto riguarda le conoscenze matematiche i dati PISA sono fondamentali, ma per il resto, bisognerebbe dotarsi di strumenti più ricchi. Un altro dei temi su cui si lanciano percentuali di tutti i tipi riguarda il successo scolastico finale. L’ultimo rapporto CENSIS (il 38°) riporta che il tasso di diploma è dell’81,3%: questa cifra, mai citata da nessuno, dimostra una tendenza alla crescita, anche se poi non può necessariamente coincidere con il raggiungimento di competenze altrettanto opportune. Auspica una riflessione più critica sui dati che sono forniti per capire quali siano gli interventi da attuare. La scuola italiana rischia di essere strattonata sul tema di successo formativo soltanto in termini percentuali; è importante stabilire che i percorsi possono essere differenziati, ma quello che interessa a tutti, a garanzia per tutta la società, è che si raggiungano determinati livelli di apprendimento. Si deve parlare di diritto all’apprendimento, più che di diritto allo studio.

Secondo la Senatrice, l’autonomia scolastica si è comunque affermata come principio pur mancando molti di quegli elementi che possano darle spessore, tra cui il valore che ha dal punto di vista della funzione degli insegnanti. Oggi la strada è da consolidare, immettendo un primo elemento: la stabilità. La necessità di programmare, di verifica dei risultati, di responsabilità sono quello che meno si adatta alla precarietà dei docenti. Il fatto che oggi ci siano troppi docenti precari urta contro il principio dell’autonomia. Occorre porsi il problema di come si stabilizza il personale, che non si ricrei il precariato, non bastano le sanatorie, sono necessarie forme di reclutamento e di formazione che insieme si basino su criteri di immissione programmata.  Importante è l’organico funzionale d’istituto che permette stabilità nella programmazione, tenendo conto delle variabili di popolazione scolastica dovute alle immigrazioni anche irregolari.

Occorrono scelte molto rigorose, soprattutto sul piano delle risorse da impegnare; indubbiamente è difficile stabilire ‘quanto’, quando si ha a che fare con problemi di bilancio dello stato che ha le sue complessità, non si può andare avanti continuando a citare gli obiettivi di Lisbona e non avere segnali di cambiamento e di rotta. Altro discorso da affrontare è il percorso di carriera: si è tutti d’accordo che il percorso di carriera basato sull’anzianità equivaleva alla morte civile per i docenti che lo dovevano subire ed anche per gli allievi e le famiglie; quando si tracciano nuove vie, nascono altre difficoltà, come il concorsone che comunque si è rivelato non corretto, sentito come una forma di non- valutazione di effettive professionalità che i docenti sentivano di avere, ha avuto il dramma che da allora in poi di valutazione si parli sempre con difficoltà. Il tema va comunque affrontato e discusso, coinvolgendo i docenti che possono trovare soluzioni importanti. Tornando all’autonomia della scuola, la sua progettualità ha il punto più alto nella professionalità dei docenti. Un docente è inserito in un contesto in cui è un portatore di esperienze, competenze disciplinari e didattiche che devono essere oggetto di valutazione ed è una persona che deve sapersi rapportare con il territorio in cui insegna ed agisce. Occorre aprire una grande discussione su cosa vuol dire essere insegnanti in questo momento.

Si può trovare la soluzione se si lavora tutti insieme.

 

 

Intervento di Vittorio Campione,

esperto di sistemi educativi

 

             Campione riconosce in tutti l’opinione condivisa di un’esigenza di una robusta iniezione di cambiamento al nostro sistema educativo. Ne fanno fede le ricorrenti iniziative di riforma indipendentemente dall’orientamento prevalente nel Parlamento. Si è cercato di costruire un percorso di sviluppo del sistema scolastico per renderlo più accogliente anche nei confronti degli stranieri, più capace di corrispondere ai cambiamenti della società, di tener dietro allo sviluppo, al progresso della scienza, della cultura. Sono state consumate intere legislature senza riuscire a completare più che una piccola parte del percorso parlamentare, però si è lavorato in tanti, dentro la scuola, nella società politica.

Nell’arco degli ultimi dieci anni, la motivazione a sostegno è più legata ad un cambiamento epocale che ha attraversato ed attraversa il nostro paese, cioè la sua collocazione come parte di un processo più grande, in un contesto europeo di cui noi facciamo parte e di cui si sta diventando più consapevoli. La riforma, quindi, non è una forma di rinnovata esterofilia, è la consapevolezza che il sistema formativo italiano non è parte a sé, ma si sviluppa e cerca di rinnovarsi non per adeguarlo a parametri quantitativi, ma per stare all’interno di un processo, di un percorso europeo. Ecco perché la questione degli insegnanti diventa tanto più importante di quanto non lo sia stata in passato: non è più sufficiente che vi sia la capacità di trasmettere meglio l’insieme delle nozioni che il paese ha accumulato nel suo patrimonio culturale e nella sua tradizione storica, ma si tratta di capire che l’insegnante è il tassello fondamentale senza il quale non si può sviluppare qualsiasi iniziativa.  L’affermazione ‘nessuna riforma è possibile senza il consenso dei docenti non è una ricerca di consensi a qualche ipotesi politica o culturale, ma qualcosa di più e di diverso.

Nella comunità di chi studia – studenti, famiglie, insegnanti, territorio nel suo complesso - l’insegnante è l’unico portatore di una capacità professionale specifica, l’unico che è in grado di mettere un elemento di valore aggiunto che fa sì che si inneschi un circuito per cui gli studenti crescano culturalmente, che il territorio si arricchisca con competenze che diverranno spendibili e che arricchiranno il territorio stesso. Questo è il ragionamento che sta alla base dell’autonomia scolastica che non potrebbe valere per un impianto centralistico. L’autonomia, così come è strutturata dall’art.21 della legge 59, meglio della legge.537, fa sì che l’istituzione scolastica sia dentro un processo di crescita più generale. Il cambiare delle maggioranze politiche non ha messo in discussione questo punto perché fa della comunità dello studio un’entità autonoma che si lega ad un’altra entità autonoma, cioè quella del territorio. In questo contesto gli insegnanti, come corpo sociale organizzato che opera in questa realtà, sono in grado di rispondere ai bisogni formativi richiesti dal territorio e dalla società?

Certamente ci sono dei problemi, che vengono dal percorso di formazione di cui non sono certo responsabili perché solo in piccola parte è stato adeguato alle necessità, problemi che vengono dal modo in cui è compressa ed anche repressa la possibilità di sviluppo e di carriera intesa come percorso professionale che si sviluppa costantemente e che consente di fare sempre meglio il proprio lavoro. Vi sono problemi rispetto alla riconoscibilità di questa funzione in tutte le sue articolazioni. In un primo tempo la funzione sociale, via via venuta meno, dipendeva dal fatto che l’insegnante ere la figura che più e meglio era in grado di dare un elemento di sviluppo, di prospettiva, di avanzamento alle nuove generazioni, e quindi alle famiglie e al territorio. Non è vero che questo non sia più possibile che accada, che le altre agenzie formative abbiano talmente soppiantato la scuola per cui non si chiedono ad essa maggiori garanzie attraverso la cultura, la conoscenza; si tratta di far sì che la scuola sia organizzatrice di un percorso di sviluppo della conoscenza, di arricchimento della cultura e del sapere delle famiglie. Ecco che l’autonomia diventa il perno essenziale perché è lo strumento che permette alle istituzioni scolastiche che si rapportano con le altre autonomie territoriali di strutturarsi nelle articolazioni che sono indispensabili, con quelle indicazioni che corrispondano alle esigenze, alle prospettive richieste dal territorio. Per questo le istituzioni scolastiche dovranno dotarsi di strumenti per raggiungere questi obiettivi. Gli elementi di fatto e di diritto ci fanno capire che il percorso è ancora in formazione. Occorre fare in modo che venga anche un contributo dal mondo della scuola per la definizione di questi aspetti. Il percorso e il completamento dovrebbero avere come fu all’inizio del suo concepimento un grande coinvolgimento sostanziale e non formale dell’insieme delle comunità scolastiche, che potranno darci qualche suggerimento e qualche spinta. Sarà espressione di saggezza riuscire ad interpretare la volontà di esserci nella espressione delle volontà e quindi raccoglierne il senso per poterne in seguito raccoglierne i frutti.

 

Intervento di Roberto Persico,

presidente Diesse

 

             Persico ricorda come, all’indomani dell’approvazione della riforma, sui vari quotidiani fossero state pubblicate affermazioni pressoché coincidenti del Ministro e del Vice-ministro: “La riforma è fatta, tocca agli insegnanti realizzarla”.  Questa affermazione è quanto mai vera, ma perché gli insegnanti possano realizzarla devono essere messi in condizione di poterlo fare. Per questo è necessario un nuovo stato giuridico degli insegnanti, che introduca realmente e stabilmente nel nostro paese la possibilità che ogni insegnante possa lavorare secondo le capacità, le doti, il temperamento, le competenze peculiari di ciascuno. Persico auspica una legge che cambi lo stato giuridico degli insegnanti, ma occorre che sia fatta bene perché sia pietra miliare nell’ambito della riforma reale del sistema scolastico del nostro paese. Altrimenti potrebbe rivelarsi, al di là delle intenzioni di chi la propone, una ‘zeppa’.

 

E’ evidente che si incrociano due nodi nevralgici:

·         la questione della valutazione

·         la questione delle autonomie scolastiche

Il vero nodo è la questione della valutazione, problema che va affrontato, qualche passo per affrontarlo è stato fatto. Un problema così complesso non può essere ridotto ad uno solo dei suoi fattori: la valutazione degli insegnanti non può non avere degli elementi oggettivi certificabili, non può nemmeno essere ridotta ad elementi oggettivi e certificabili, non può essere ridotta a quella dei risultati degli studenti, però una qualche connessione c’è.

Inevitabilmente il problema della valutazione va ad incontrare il problema delle autonomie scolastiche, perché non si può immaginare un sistema di valutazione degli insegnanti che sia un sistema di valutazione nazionale uniforme, di concorsi, di certificazioni o delconcorsone’ di Berlinguer. E’ un terreno scivoloso in cui tutti si fa fatica ad entrare, perché tutti concordano nel dare autonomia alle scuole, ma poi si creano dei paletti, degli argini per paura di dargliene concretamente. Un sistema di forti autonomie è un sistema in cui è più facile che ciascun insegnante si identifichi con la sua scuola, in cui è più facile che le capacità degli insegnanti siano valorizzate ed è più facile che tutti i ragazzi abbiano dei benefici. I dati dell’indagine P.I.S.A. dimostrano che i risultati migliori si hanno nei paesi dove è più forte l’autonomia delle scuole. La questione-chiave della valutazione va affrontata in maniera non centralistica. Un esempio? La Regione Toscana ha già una sua legge sulla scuola, ancora da attuare, in cui è previsto che il personale passi alla regione; dunque, la valutazione a chi sarà affidata?

La richiesta di Persico rivolta alla politica è di dare un colpo d’ala, di rischiare una legge che abbia il coraggio di scommettere sulla libertà di dirigenti e d’insegnanti per permettere alle scuole di costruire dei sistemi anche diversi in grado di valorizzare la professionalità degli insegnanti. Conclude dicendo: “Così, forse, potrà realizzarsi la riforma, così, forse, i nostri ragazzi avranno possibilità in più di incontrare qualcosa di buono per la loro vita”.

 

 

Intervento dell’On.le Paolo Santulli,

Commissione Cultura della Camera dei deputati, relatore del ddl sullo Stato giuridico degli insegnanti

 

E' necessario verificare lo stato della scuola italiana di oggi e i suoi bisogni reali, perché spesso ci si riferisce a situazioni lontane dalla realtà, ipotizzate da chi non conosce il mondo della scuola. Il grandissimo numero di situazioni problematiche, tra i quali spicca la questione dei docenti, mi hanno convinto a portare avanti e a sostenere in Parlamento una proposta di legge che riguarda lo stato giuridico dei docenti, dapprima rubricata sotto il titolo di “diritti degli insegnanti”. Chi si doveva preoccupare di tutelare, di modificare ed attualizzare questa professione non lo ha fatto, privilegiando altri aspetti. Ritengo che solo il Parlamento debba e possa colmare questa lacuna. La riforma Moratti, per poter essere attualizzata, deve avere degli elementi che possano sostenerla,in primis i docenti. Si attribuiscono tante competenze alla scuola, ai docenti, si pretende tutto da loro, ma in sostanza non si offrono loro né gratificazioni, né riconoscimenti, né opportunità. Per questo, in Commissione, i parlamentari della maggioranza si sono posti l'obiettivo di tutelare i docenti e si sono dichiarati aperti al dialogo con i colleghi dell'opposizione, per dibattere relativamente questo tema e poter costruire insieme una soluzione. Non ci si può arroccare su posizioni di chiusura, di intransigenza, che molto spesso sono state pilotate da quanti avrebbero dovuto avere, invece, la responsabilità di tutelare i docenti e la scuola.

Un altro punto di forza di questo atteggiamento è l'apertura alle associazioni professionali, cioè a quanti si occupano della scuola, per la scuola e nella scuola senza avere altri interessi reconditi. Nella proposta di legge sul nuovo stato giuridico degli insegnanti si è voluto riconoscere le associazioni professionali anche per il contributo di indirizzo che possono fornire. Si è pensato alla creazione di nuovi organismi tecnici rappresentativi della funzione docente, cioè di strutture rappresentate dagli insegnanti che dovranno avere un ruolo centrale, ad esempio nel processo di formazione della docenza. Su questo ed altri temi si intende dare la titolarità alla scuola, perché è solo la scuola che conosce i propri studenti e i loro bisogni. L'esigenza è emersa anche da parte dei genitori che vogliono per i loro figli una scuola attualizzata, nuova, che apra alla società ed al lavoro e che può essere realizzata solo da docenti motivati, con professionalità riconosciuta, con prospettive diverse. Per questo si è pensato ad uno sviluppo di carriera per i docenti, a una nuova struttura della loro retribuzione, a nuove modalità di reclutamento, alla valutazione dell'efficacia della loro prestazione professionale. Purtroppo il dibattito sulla proposta di legge, che sarebbe dovuto iniziare già a gennaio, è fermo. Occorre allora che dal mondo della scuola e dai docenti arrivino sollecitazioni a riprenderlo e a concluderlo positivamente, anche per dare una prospettiva concreta all’attuazione della riforma degli ordinamenti.

 

 

 

 

Allegati

 

Relazione di Caterina Cittadino,

direttore Ufficio Federalismo amministrativo della Presidenza del Consiglio

 

 

Intervento dell’On.le Valentina Aprea, sottosegretario MIUR

 

 

Conclusioni di Giorgio Rembado, presidente ANP- Cida

 

 

 

(raccolta e trascrizione dei testi a cura di Ivana Uras)