Devolution e dintorni

 

(Editoriale del numero di Apefnews  Dicembre ’02 )

 

 

 

A Mao Tzedong la confusione piaceva. Da rivoluzionario riteneva di poterla bene adoperare a fini politici. A noi, che cerchiamo invece, da riformisti, di raggiungere risultati concreti risolvendo problemi, la confusione crea preoccupazione. E oggi c’’ è di che preoccuparsi davvero.

 Il nostro Paese è di fronte ad un passaggio istituzionale quanto mai importante. Si tratta di chiudere la pluricentenaria epoca dello statalismo, e realizzare processi e meccanismi di decentramento che rendano il cittadino più vicino alle istituzioni. E’ quel che si chiama, in tutta Europa, spinta federalista. Nel mondo dell’Istruzione italiano, questa spinta ha già prodotto elementi positivi di rinnovamento, ed ha assunto la forma dell’Autonomia organizzativa, gestionale e didattica degli istituti. Sembrava, appena fino a ieri, che si trattasse di rodare il meccanismo escogitato, di finanziarlo adeguatamente, ed eventualmente di apportare gli aggiustamenti del caso. Per esempio, si trattava di rendere sempre più pregnante l’aspetto didattico dell’autonomia degli istituti e di costruirci sopra funzioni precise di coordinamento, ricerca, tutoraggio. Invece, l’uno dopo l’altro, alla originaria normativa (legge 59 istitutiva e suoi decreti attuativi) si sono aggiunti, col rischio di interrompere una naturale evoluzione e crescita di sistema, altre quattro situazioni legislative, non coordinate fra di loro, spesso contradditorie, foriere, appunto di una confusione inimmaginabile.

Si specchiano dunque oggi,  le une nelle altre, senza quasi mai incontrarsi,  le norme che hanno modificato il capo V della Costituzione,  quelle del re-styling dello stesso nuovo capo V (legge La Loggia), la legge delega di riforma (Moratti), la nuova legge di modifica costituzionale ( la cosiddetta devolution) di Bossi.

Ognuna di queste affronta a modo suo e con soluzioni sbilanciate nell’uno o nell’altro verso ( da qui la gran confusione)  il problema della conciliazione di tre esigenze che a me sembrano invece avere la stessa importanza e legittimità:

1)     ridefinire il quadro dell’istruzione pur mantenendone la dimensione nazionale

2)     fornire poteri di intervento alle regioni 

3)     esaltare la capacità progettuale delle singole scuole

Nessuna delle proposte sul tappeto risolve davvero  le questioni, perché o per trascuratezza, o per scelta consapevole, il baricentro di ciascuna è spostato  su un versante o sull’altro.

            Il capo quinto della Costituzione (modificato dal precedente governo) è un guazzabuglio dal quale stare alla larga perché interpretabile in infinite maniere. Avrebbe fatto la felicità di Ponzio Pilato. Oggi  fa quella di tutti i moderni gattopardi.

            Il re-styling che ne fa La Loggia, per quanto ben congegnato è pur sempre un re-styling, cioè qualcosa che interviene a rattoppo di un disastro.

            La delega Moratti sembra aver messo in soffitta la 59. Parla di quote nazionali e regionali, dimenticando (?) l’Autonomia scolastica.

            Infine Bossi assegna tutto il potere alle regioni.

            Che dire?  Fare appello alla ragione è ancora possibile?

Ricorderemo allora che sostituire ad un apparato nazionale piramidale tanti piccoli apparati regionali, sempre paramidali,  peggiorerebbe le cose. Che le energie e le potenzialità progettuali sono vivificabili solo dove opera la scuola reale, cioè nei singoli istituti. Che l’assunzione delle responsabilità didattiche da parte degli insegnanti sarebbe una vana chimera se di nuovo si ragionasse in termini di programmi (per di più regionali) invece che di curricoli e di obiettivi formativi. Che i cittadini sarebbero di nuovo allontanati dalle scuole, a loro volta di nuovo tutte uguali. Ecc.ecc. Tutto, peraltro già detto da anni. E tutto rimesso in discussione oggi. Sisifo, evidentemente, fa scuola.

            Ma è davvero un’utopia arrivare ad un sistema congegnato, più o meno, nel modo seguente, e cioè con una dimensione nazionale che si sostanzia in un quadro curricolare uniforme; con una facoltà progettuale delle scuole che possa soddisfare le diverse esigenze  del territorio e dei cittadini; con una completa potestà regionale per ciò che riguarda il segmento dell’ istruzione e formazione professionale; con una politica del personale docente del sistema pubblico integrato, che ne veda la formazione di competenza nazionale e la gestione attribuita alle regioni, tenendo presenti eventuali caratteristiche specifiche del segmento professionale?.

Oggi anche la nostra Associazione, che pure gode di buona audience presso le istituzioni, ha qualche difficoltà di movimento, perché non è chiaro chi siano gli interlocutori, e, comunque, sono sfuggenti. Troverete, in altra parte del giornale, il resoconto della nostra audizione in Commissione Cultura della Camera. Siamo stati ascoltati ed apprezzati, assieme alle altre maggiori Associazioni professionali. Ma dubito che i nodi, nel breve periodo, riescano a sciogliersi. Ecco perché ritengo che sia il caso di impostare una forte iniziativa nelle scuole. Non certo attraverso i meccanismi vetero sindacali (dell’ ultimo sciopero si sa come è andato, e ne avevamo ben previsto l’esito), ma con l’apertura di una discussione nelle scuole (convegni, riunioni, ecc) e una azione concertata con l’ associazionismo professionale. Se non con tutto, almeno con quello che rifiuta l’opposizione ideologica aprioristica e si pone dal punto di vista della volontà di contribuire alla evidenziazione dei problemi ed alla loro soluzione.

 Buon lavoro.

 

                                                                                                                          Sandro Gigliotti