FINANZIARIA E SCUOLA(STATALE): ANCORA UN TUTTO ESAURITO!

 

La Commissione Bilancio del Senato ha approvato due giorni addietro, nottetempo, un emendamento alla Legge Finanziaria che istituisce sgravi fiscali a favore dei cittadini che sceglieranno la scuola privata per i propri figli. La proposta è il primo vagito della neonata UDC e stornerà, se la Camera darà approvazione al testo, 90.000.000 di euro in tre anni dalle entrate pubbliche (circa 175 miliardi delle vecchie lire) a questo scopo. Si tratta, evidentemente, di un provvedimento di moderata entità finanziaria, ma tale da costituire un interessante punto di osservazione della politica scolastica che, è bene dichiararlo, appare ormai da anni a chi scrive dissennata, scientemente frammentaria e  contraddittoria, e perciò lucida suo complesso.

A scanso di equivoci, chiarisco che sono ormai convinta da un pezzo del fatto che, deposti gli ideologismi:

*   un sistema di istruzione/formazione pubblico-privato integrato possa alla lunga risultare rigenerante per la scuola pubblica, per ragioni che sarebbe complicato esporre in poche righe;

*   se si chiede il riconoscimento di una professionalità docente occorre laicamente aver chiaro che il termine professionalità non sopporta aggettivazioni: o si è professionisti o non lo si è, come bene hanno compreso, ad esempio, i medici, che rimangono buoni o cattivi a prescindere dalla struttura (pubblica o privata) nella quale operano, pertanto alcune delle osservazioni che seguiranno nulla hanno a che fare con pretese antinomie tra insegnanti di serie A e di serie B;

*   gli atti posti in essere dall'attuale governo per quanto attiene al sistema scolastico nazionale appaiono del tutto consequenziali rispetto all'eredità ricevuta dai governi Prodi e D'Alema, avendo il centro-sinistra consegnato al centro-destra una riforma dimidiata e perciò duttile come creta nelle mani del vasaio: mi riferisco alla colpevole omissione degli atti normativi che avrebbero dovuto rendere  governabili gli effetti della Legge 62 del 10.3.00 (Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all'istruzione), in primis il varo di regole universali per il reclutamento dei docenti, valide tanto per le scuole statali quanto per le paritarie; all'ibernazione della effettiva autonomia scolastica o meglio, di quegli aspetti che avrebbero potuto fattivamente rendere competitive le scuole direttamente gestite dallo Stato; alla modifica del Titolo V, parte II, della Costituzione; al mancato interesse per le SSIS  ecc.

Detto questo, mi pare tuttavia che la risoluzione della Commissione Bilancio del Senato rappresenti un chiaro segnale di quel che si farà della scuola negli anni a venire.  Se definitivamente accolta, infatti, ricondurrà (e non nel senso da molti auspicato) all'interno di un sistema di regole unitarie e pubbliche quanto già sperimentato, con relative variabili, dalle Regioni Lombardia, Veneto e Piemonte, cioè il bonus fiscale per tutti gli utenti delle scuole paritarie, da Cuneo a Lampedusa, aggirando definitivamente la doverosa e preventiva discussione del dettato costituzionale in materia di contributi all'istruzione privata.

Io credo che, aldilà di ogni nota polemica, questo non fosse il problema più urgente da affrontare in tema di politica scolastica e di bilancio. Lasciamo pure da parte le precarie, e talvolta addirittura ignominiose, condizioni logistiche generali nelle quali buona parte dei 7.944.517 studenti e dei circa 750.000 insegnanti della scuola di Stato sono costretti ad operare (e i dati diffusi sulla sicurezza delle scuole statali dovrebbero essere ben presenti a tutti con le somme necessarie per metterle a norma);  accantoniamo  per un momento la cronica inadeguatezza delle retribuzioni di questi ultimi: mi pare in ogni caso che altre dovessero essere le voci di spesa sulle quali gli onorevoli senatori avrebbero potuto e dovuto esercitare l'ars retorica: formazione in entrata e in itinere del corpo docente, reclutamento dei circa 2000 dirigenti per l'avvio del prossimo a.s., congruo finanziamento delle strutture alle quali affidare la valutazione nazionale, defiscalizzazione delle spese di aggiornamento autonomo e molto altro ancora. Apprendo, invece, che il Governo italiano giudica ineludibile la risposta da dare alle 838.322  famiglie che riescono a permettersi le rette  degli istituti paritari ritenendo, evidentemente, tale priorità perfettamente compatibile con il taglio del 15 % (circa 805 milioni di euro) al bilancio del MIUR. Anzi, da tale cifra, stando alla odierna dichiarazione del ministro Tremonti, verrà stornata, per soprammercato, la somma a carico delle istituzioni paritarie (mediamente 300 milioni di euro) le quali, dunque riceveranno un finanziamento reale pari a  euro 390.000.000.

Esclusa una rara e virale forma di rachitismo politico dato che anche le pietre sono ormai consapevoli del fatto che l'istruzione, quella seriamente pensata, costa, ritengo che queste scelte siano perfettamente coerenti con l'inossidabile tendenza - patrimonio comune di tutti i governi fino a oggi susseguitisi - a considerare Istruzione, Università e Ricerca alla stregua di gettoni di scambio per il soddisfacimento di interessi altri. Ma se l'inedita levata di scudi dei Rettori  ha indotto il ministro delle Finanze a fare marcia indietro sui finanziamenti alle università, su quale organismo dovrebbero poter contare i docenti per aspirare a un'inversione di rotta nella politica scolastica? Non certo sui sindacati, impegnati a mantenere tale status quo che regalerà loro, ancora una volta, l'indiscutibile potere di contendere all'ARAN le briciole di quel che resta.

 

Prof.ssa Carmelina Ariosto

Responsabile A.P.E.F. LAZIO

 

 

 

Roma, 11.12.02