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Una riforma senza insegnanti?

L'APEF riconosce nel documento di seguito pubblicato, oltre ad una singolare sensibilità nel descrivere lo status attuale della dimensione professionale docente, anche molti dei temi che costituiscono la nostra identità come:

a ) la ridefinizione dello stato giuridico dei docenti come un auspicato ritorno alla dimensione legislativa, dopo anni di Contrattazione selvaggia.

b)     l'ormai prossima attuazione di un'area contrattuale separata ( il Ministro Moratti lo aveva già annunciato nell'audizione alla Camera il 18 luglio scorso). Richiesta presentata ben 13 anni fa da Sandro Gigliotti a tutti i ministri che si sono susseguiti.

c)      la necessità di costituire un percorso di carriera per i docenti, non legato ad una visione gerarchica, ma come una necessità che discende dall'evoluzione della complessità scolastica.

d)     Un' identica visione dell'istituto delle RSU, considerate come una vera jattura voluta dai Sindacati: "Ciò che il Sindacato non è riuscito a fare con i metalmeccanici, cioè a proletarizzarli, è riuscito al Sindacato e Burocrazia (insieme) con gli insegnanti ".

e)     La necessità di ridurre il numero e l'estrema frammentazione della discipline.

 

Queste le opinioni di R. Drago che non possiamo che condividere.

Su quanto e come  verrà poi realizzato, superato il fuoco di fila di TUTTO lo schieramento sindacale ,che, per un verso o per l'altro, è contrario a molte delle cose dette da Drago, staremo a vedere.

P.T.


Una riforma senza insegnanti?

di

Rosario Drago

Roma, 7 Settembre 2001

            Negli anni più recenti abbiamo assistito a un processo riformatore di proporzioni inusitate. Esso ha

coltivato l'illusione, che oggi si dimostra negativa, che tutto potesse essere realizzato con un intervento di

tipo esclusiva mente organizzativo, ignorando il soggetto principale di ogni cambiamento della scuola,

cioè l'insegnante.

            E' vero: il sogno di ogni burocrazia, come ci insegna Max Weber, è quello di una struttura senza soggetti, ma questa impostazione ideale si scontra poi con una realtà pronta a smentirla. I soggetti, gli insegnanti così come sono, rappresentano una variabile fondamentale del cambiamento.

AI termine del processo riformatore, essi non si trovano cambiati, ne motivati, ne soddisfatti:

            - per loro il contratto (a diversità di quello promesso ai dirigenti scolastici) non è stato un salto di qualità, non li ha promossi nemmeno in parte. L'unico "successo" che hanno avuto è stato nel dire di NO alla valutazione malfatta di Berlinguer, ma non hanno avuto la capacità di dire di SI a qualcosa di nuovo e di positivo: questa è la loro forza e la loro debolezza;

            - l'autonomia delle scuole è per loro più un problema organizzativo (qualcuno dice "organizzativistico") che professionale, il loro modo di lavorare non è cambiato (anzi! ), rimangono soli nelle loro aule;

            -si sentono sotto processo da parte dell'opinione pubblica, quando le cose non vanno. Qualsiasi avvenimento, situazione, patologia che riguarda i giovani, li trova sul banco degli imputati;

            -la burocrazia, che vive in simbiosi con quella sindacale, li ha perseguitati con riunioni, carte di ogni genere e nuove procedure. In cinque anni sono stati inviati alle scuole più di cinquemila decreti, circolari, ordinanze, direttive, ecc. ;

            - hanno un'età (quasi tutti sui 50 anni) in cui si ritiene di dover tirare le somme di quello che si è fatto piuttosto che impegnarsi per un'altra "campagna" o un'altra impresa di cambiamento, che è costosa sia sotto il profilo fisico che psicologico.

Infine, ma non ultimo, non va dimenticato:

            - che anche i ragazzi cominciano a diventare un problema, data la crisi di autorità che esiste nella scuola, ed è iniziata nella famiglia. I problemi disciplinari iniziano a farsi sentire anche in Italia e l'insegnante non ha più modo di farsi ascoltare, perchè i suoi VALORI sono sempre più lontani da quelli dei suoi studenti (ed anche della società).

            Dietro questo clima psicologico, che tende ad addossare all'insegnante ogni compito e ogni problema sociale, c'è in effetti una grande sfiducia verso l'insegnante medio italiano; il timore che non capisca quello di cui c'è bisogno e, soprattutto, che non sappia fare il suo mestiere di fronte alle nuove

sfide: questa è la causa dell'inusitato aumento della burocrazia dirigistica e della complicazione delle norme giuridiche.

            Secondo me, invece, bisogna rivolgere agli insegnanti un messaggio opposto: la società (compresi i genitori ), il Governo e il Parlamento hanno grande fiducia negli insegnanti e intendono fare ogni sforzo per ricostruire, anche con iniziative nuove ed originali, il loro prestigio sociale, il riconoscimento di una professione indispensabile in una società della conoscenza.

            Anche l'energica e positiva iniziativa sull'inizio dell'anno scolastico (ogni "inizio" ha un grande valore simbolico nella vita dei bambini e dei ragazzi) è qualcosa che supera la dimensione dell'efficienza. Essa vuole restaurare il prestigio della scuola e di chi ci lavora: lo Stato si presenta finalmente ai ragazzi - cittadini (e ai genitori) come una istituzione seria, rigorosa, giusta ed anche "in regola" con i suoi impegni, cioè puntuale.

            Sia chiaro a tutti, come ama ripetere il Sottosegretario Valentina Aprea, per noi i diritti dei ragazzi non sono NEGOZIABlLI, ne pensiamo che tali diritti si affermino contro quelli dei loro insegnanti. Anzi: quanto più si affermerà il diritto dei giovani ad una scuola pulita (anche pulita), sicura, accogliente, quanto più verrà compreso e realizzato il diritto di tutti al successo formativo, cioè alla diversità dei percorsi scolastici, tanto più ne verranno valorizzati e realizzati i diritti degli insegnanti come professionisti, capaci cioè di fare bene il loro mestiere. Per noi, il compito dello Stato non è quello - come ha fatto finora di insegnare, ma di creare le CONDIZIONI dell'ottimale esercizio dell'attività di insegnamento: a questo ci atterremo rigorosamente.

            Per essere chiari fino in fondo: non solo non deve esistere una pedagogia o una didattica di Stato, ma nemmeno un insegnante di Stato: nemmeno allo Stato gli insegnanti debbono rispondere per molte delle loro azioni, ma piuttosto alla loro coscienza professionale e ai loro colleghi di lavoro, senza mediazioni sindacali, politiche o amministrative.

            Ecco perchè siamo impegnati a iniziare regolarmente l'anno scolastico, perchè abbiamo il senso molto vivo della dignità dell'insegnante, che non e un numero, o una casella in una graduatoria; non può essere "sbattuto" in cattedra in ogni momento dell'anno scolastico, come un qualsiasi operaio a giornata; non è un ACCIDENTE della scuola, ma ne è la qualità: per noi la scuola è l'insegnante.

            Anche attraverso una Amministrazione finalmente puntuale, efficiente, seria, onesta, trasparente e democratica, "DI SERVIZIO" e AL SERVIZIO degli insegnanti e delle scuole, come dice il Ministro, e non oppressiva, vogliamo dare, anche all'esterno - ai cittadini - il segno evidente che noi crediamo nel lavoro degli insegnanti. Diversamente, nonostante tutte le dichiarazioni, le retoriche riformistiche e i progetti ambiziosi, il lavoro dell'insegnante sarà irrimediabilmente segnato da un ambiente degradato, inefficiente e, alla fine, diseducativo per i futuri cittadini.

            L'azione dell'amministrazione deve essere quindi orientata a raggiungere in breve tempo risultati significativi.

            A) Un nuovo  STATO GIURIDICO DELL'INSEGNANTE

elaborato con gli insegnanti e non contro il Sindacato, per costruire una figura di insegnante non più impiegato dello Stato e del Sindacato, ma al servizio del pubblico, cioè dei ragazzi e degli studenti, delle famiglie e della comunità. Sappiamo che lo Stato Giuridico è un ritorno alla legge, almeno parzialmente, dopo otto anni (dal 1993) di contrattazione selvaggia. Ma, bisogna ammetterlo, la "privatizzazione del rapporto di lavoro", cioè del ruolo docente, non ha portato nè innovazioni organizzative nè vantaggi: ha moltiplicato le sedi contrattuali, aumentato e raddoppiato le procedure, ha reso il lavoro dei docenti ancora più vincolato e burocratizzato di prima. Oggi, circondato da una massa di contratti nazionali, decentrati, integrativi, provinciali, regionali e, domani, anche di istituto, l'insegnante - che non sia un sin- dacalista  - non riesce più a capire che CoSa deve fare, per chi lo deve fare e perchè lo deve fare. Tutto ciò ha avuto due effetti gravi:

            Ecco perchè siamo impegnati a iniziare regolarmente l'anno scolastico, perchè abbiamo il senso molto vivo della dignità dell'insegnante, che non e un numero, o una casella in una graduatoria; non può essere "sbattuto" in cattedra in ogni momento dell'anno scolastico, come un qualsiasi operaio a giornata; non è un ACCIDENTE della scuola, ma ne è la qualità: per noi la scuola è l'insegnante.

            Anche attraverso una Amministrazione finalmente puntuale, efficiente, seria, onesta, trasparente e democratica, "DI SERVIZIO" e AL SERVIZIO degli insegnanti e delle scuole, come dice il Ministro, e non oppressiva, vogliamo dare, anche all'esterno - ai cittadini - il segno evidente che noi crediamo nel lavoro degli insegnanti. Diversamente, nonostante tutte le dichiarazioni, le retoriche riformistiche e i progetti ambiziosi, il lavoro dell'insegnante sarà irrimediabilmente segnato da un ambiente degradato, inefficiente e, alla fine, diseducativo per i futuri cittadini.

            L'azione dell'amministrazione deve essere quindi orientata a raggiungere in breve tempo risultati significativi.

            A) Un nuovo  STATO GIURIDICO DELL'INSEGNANTE

elaborato con gli insegnanti e non contro il Sindacato, per costruire una figura di insegnante non più impiegato dello Stato e del Sindacato, ma al servizio del pubblico, cioè dei ragazzi e degli studenti, delle famiglie e della comunità. Sappiamo che lo Stato Giuridico è un ritorno alla legge, almeno parzialmente, dopo otto anni (dal 1993) di contrattazione selvaggia. Ma, bisogna ammetterlo, la "privatizzazione del rapporto di lavoro", cioè del ruolo docente, non ha portato nè innovazioni organizzative nè vantaggi: ha moltiplicato le sedi contrattuali, aumentato e raddoppiato le procedure, ha reso il lavoro dei docenti ancora più vincolato e burocratizzato di prima. Oggi, circondato da una massa di contratti nazionali, decentrati, integrativi, provinciali, regionali e, domani, anche di istituto, l'insegnante - che non sia un sin- dacalista  - non riesce più a capire che CoSa deve fare, per chi lo deve fare e perchè lo deve fare. Tutto ciò ha avuto due effetti gravi:

            Tale organismo dovrebbe avere il compito di:

 

            -  definire gli standard professionali, desunti dalla  ricerca teorica avanzata e dalla concreta pratica didattica, in modo da esplicitare in modo trasparente, pubblico, aggiornato che cosa fa l'insegnante e che cosa è valutazione che promuova invece di colpevolizzare l'insegnante. Essi sono uno strumento indispensabile

             -definire, e aggiornare continuamente, un codice deontologico che è lo strumento principale per definire quando uno non è più un insegnante; perchè c'è bisogno urgente non solo di riconoscere la professione docente, ma anche di liberarla di quelli che la usurpano;

            -gestire l'albo professionale della funzione docente.

E certamente non può essere che da tutto questo restino estranei i colleghi dell'università: anche loro hanno qualche problema di definizione del ruolo, di contenuti professionali, di valutazione, di standard di rendimento, di reale responsabilità etica e sociale.

            Tutto ciò serve a ribadire infine che gli unici che sanno fare il mestiere di insegnante sono gli insegnanti, e quindi hanno diritto di decidere ciò che riguarda la loro professione: NON PUÒ ESISTERE UNA SCUOLA NONOSTANTE L'INSEGNANTE COME NON ESISTE NESSUNA FAMIGLIA NONOSTANTE  I GENITORI.

            E' intollerabile che l'insegnante sia considerato tanto debole e squalificato da dover convivere con il restante personale - con tutto il rispetto per i bidelli e gli impiegati - ogni responsabilità collegiale. Ciò che il Sindacato non è riuscito a fare con i metalmeccanici, cioè proletarizzarli, è riuscito al Sindacato e alla Burocrazia con gli insegnanti.

Esempio: gli insegnanti sono insieme coi bidelli e gli impiegati nelle RSU, nel Consiglio di istituto, nella pletora dei organi collegiali territoriali ed anche nel Consiglio nazionale della pubblica istruzione (anche nella versione Berlinguer ).

            Una domanda: perchè non avete né si è fatto lo stesso con le altre professioni?

E' forse una dimostrazione che il maestro e il professore viene considerato "pericoloso" e necessita di TUTELA ?

            Ciò è intollerabile: e vero una concezione moderna di insegnante deve essere "aperta" ai contributi di altre componenti come la ricerca, gli utenti, la società ecc. , ma non deve essere umiliata fino al punto da fare del docente un funzionario dell'amministrazione o dei Sindacato.

            C) UNA PROFONDA MODIFICA DEL RITMO E DELLA DIREZIONE DELLE RIFORME

            a) decentrare molte decisioni dal livello nazionale a quello locale, consentendo che amministratori, insegnanti e comunità locali insieme pos- sano confrontarsi ed assumere le decisioni adatte per quel particolare contesto di cui loro ben conoscono e comprendono tutti gli aspetti.    Siamo ancora lontani da questo obiettivo, nonostante l'autonomia: la scuola - come ho detto - continua ad essere soffocata da strati di circolari, ed ordinanze, da modelli organizzativi dirigistici, da una vera e propria didattica di Stato. Bisogna avere coraggio e rischiare, lasciare gli ormeggi e consentire che a livello territoriale tutti si assumano le loro responsabilità, mettendo anche in conto errori e fallimenti - perchè il Ministero non ne ha fatti e non continua a farli? . E' sempre stato una tragica illusione pensare di poter PROTEGGERE dagli errori la periferia aumentando il centralismo. Il processo deve essere in- verso: si correggono gli errori della periferia non diminuendo la sua libertà e la sua autonomia, ma aumentandole. 

            b) rendere tutto il processo di riforma meno rigido, meno centralistico, meno predefinito, meno razionalizzato: ci fidiamo degli insegnanti e della loro capacità di costruire la leadership del loro progetto nella loro scuola. Siamo impegnati per il riconoscimento pieno - anche contrattuale - della dirigenza ai presidi, ma i dirigenti scolastici sono I CAPI DELL'ISTITUTO, non I CAPI DEGLI INSEGNANTI, di cui bisogna invece sostenere, valorizzare e sviluppare l'autonomia professionale;

            c) far sì che la realizzazione del cambiamento non sovraccarichi gli insegnanti con eccessi di documentazione cartacee, formalismi organizzativi, ecc., mettendoli in uno stato di stress e di disagio emotivo, che comprometta la loro qualità primaria e più preziosa: L'INSEGNAMENTO

            d) riconsiderare, come stanno facendo in molti altri Paesi, l'impostazione delle strutture scolastiche, superando le scuole troppo grandi, alienanti ed anonime, attraverso la creazione di VERE COMUNITA' SCOLASTICHE, CIOE' PROFESSIONALI (anche all'interno delle attuali scuole più grandi) che abbiano una relazione vera con i ragazzi, le famiglie e la comunità locale. Stiamo combattendo una battaglia quotidiana contro chi vorrebbe creare ancora una rete di piccoli provveditorati, altra ipoteca sulla professionalità docente. Creiamo invece le condizioni perchè la professione cresca e si sviluppi PER MOVIMENTO e MOTIVAZIONE INTERNI attraver

1) la creazione di reti locali, nazionali e internazionali di insegnanti;

2) attraverso azioni per stimolare e implementare nuove forme di ricerca e sviluppo nel campo dell'educazione e per raccogliere

3) attraverso lo sviluppo dell'assistenza alle scuole, perchè apprendano metodi efficaci di gestire le conoscenze; 

4) attraverso la creazione di nuovi partenariati tra scuola e settori privati per la fornitura di nuovi servizi per l'apprendimento. In questo quadro si inserisce anche la nostra idea di CARRIERA docente, non per creare nuove gerarchie, ma come supporto e facilitazione alla positiva evoluzione della delicatissima fase di transizione che stiamo vivendo in Italia e nel mondo industrializzato;

            e) ridurre il numero e l'estrema frammentazione delle discipline, in modo da reggere la sfida dello sviluppo delle competenze che non possono essere "tagliate" a fette in una miriade di discipline e materie: vale sempre la nostra grande tradizione liceale: poche cose ma MOL TO BENE per tutti;

            f) creare orari più distesi, che facilitino una migliore comprensione e conoscenza degli studenti e più solidi legami anche relazionali tra insegnanti ed allievi.

            Questi sono i contenuti e le azioni che possono dare una nuova giustificazione alla professione, che l'insegnante deve cercare dentro di sè, nella tensione etica del suo lavoro, e nell'impegno dei suoi allievi, con cui giornalmente riscopre i valori di questa grande invenzione che è l'educazione degli uomini.

            Così ci insegna da millenni anche la cultura ebraica che ha inventato la scuola (la cultura del LIBRO): IL MONDO SI REGGE SUL RESPIRO DEI BAMBINI CHE STUDIANO.

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