LA PROPOSTA          

 

 

 

 

IPOTESI DI SOSTITUZIONE  ( NELLA SECONDARIA SUPERIORE )  DELLE TRADIZIONALI CLASSI COSTITUITE PER FASCE DI ETA’ CON

 

GRUPPI-CLASSE DI LIVELLO OMOGENEO DI COMPETENZA DISCIPLINARE

 

 

 

Perché una modifica

 

Non esiste il modello ideale di Scuola. Esistono modalità di realizzazione del sistema, che, a posteriori, è possibile appurare come più o meno adatte a raggiungere lo scopo al quale sono state prioritariamente indirizzate, e cioè, almeno teoricamente, il massimo di efficacia del percorso formativo. Il quale, a sua volta, è preposto a varietà di obiettivi (cognitivi, educativi, socializzanti, ecc.), fra i quali risulta generalmente prevalente quello più in sintonia con la weltanshauung dominante. Il tutto nel quadro di una dimensione storica in qualche modo significativa in termini di ampiezza temporale.

Fermo restando che la  Scuola è un’istituzione di complessità enorme, e che perciò qualsiasi cambiamento sistemico ha bisogno di tempi di assimilazione piuttosto lunghi, si ritiene che il suo funzionamento dovrebbe essere soggetto a profonde modifiche se:

a)      cambiano le finalità dell’istituzione

b)      il quadro socio-economico si evolve notevolmente in misura rilevante e cresce il bisogno (e la domanda) di pluralità di scelte educative in relazione alla maggiore complessità del tessuto sociale

c)      alla verifica si scopre che le modalità esistenti non hanno funzionato

d)      le modalità esistenti, pur se adatte alle condizioni che le hanno determinate, non sono in grado di adeguarsi autonomamente ad eventuali nuove esigenze.

            Il sistema istruzione italiano ha funzionato secondo un percorso segnato più di cento anni fa e caratterizzato in itinere dalla riforma Gentile. Il suo obiettivo era quello di dare il massimo di elementi “cognitivi” ad una parte ristretta della popolazione in età scolare. Nella buona sostanza, nonostante qualche modifica soprattutto nella scuola primaria il modello gentiliano è rimasto in piedi anche con l’avvento dell’era della scolarizzazione di massa, determinando una contraddizione di fondo tra sistema e scopi.

Ed è il segmento della Secondaria (inferiore e superiore) a vivere drammaticamente tale contraddizione, mai sanata dal legislatore, cosicché, per una serie di concause, scade progressivamente la qualità della preparazione dei nostri ragazzi, e contemporaneamente permangono altissimi tassi di abbandono e ripetenza, fra i più alti d’Europa con costi rilevanti per la comunità.

-         In particolare si ritiene qui di dover sottolineare con preoccupazione il fatto che un modello pedagogico dominante, molto marcato ideologicamente, ha imposto nel corso degli anni una trasformazione strisciante delle finalità dell’istituzione scolastica, ipervalutandone gli scopi socializzanti, e relegando parallelamente ai margini quelli cognitivi, col risultato di far perdere quasi completamente la nozione del valore formativo intrinseco allo studio serio e approfondito delle discipline . La proposta di modifica di sistema che si propone in questa sede, si caratterizza,  proprio per l’oggettivo contributo che può dare alla ripresa delle finalità formativo/cognitive dell’istituzione scolastica.

 

Dal rapporto Docenti/Classe a quello Alunno/Docente

 

Come gran parte dei modelli scolastici europei, la nostra scuola, in tutti i suoi ordini e gradi, si è basata sul rapporto tradizionale Docenti/classe, quest’ultima determinata sulla base generale dell’età anagrafica dei ragazzi.

In tale rapporto è la “classe” il punto di riferimento prioritario, in quanto “testimone” del progressivo avanzamento nell’iter formativo. La classe raggiunta è (dovrebbe essere) lo specchio dei livelli di apprendimento di ciascun suo componente. In altri termini, un soggetto esterno, di fronte alla dichiarazione “frequento il secondo liceo scientifico”, se fornito degli adeguati strumenti interpretativi, dovrebbe poter individuare lo stato di “formazione” di un giovane. Questo è stato vero e possibile fino a quando i livelli di verifica erano (si parla qui ovviamente di condizione media) sostanzialmente omogenei e certi sul territorio, e la “propedeuticità” era la condizione indispensabile del passaggio da una classe all’altra. E a ciò si aggiunga il fatto che si è stati, fino agli anni ’70, in presenza di forti elementi di selezione e verifica finale, nonché di sbarramenti per l’accesso all’istruzione universitaria.

Da allora, però,  la situazione si è progressivamente modificata, come è a tutti noto. Al di là di chi (cosa) ne sia responsabile (non in argomento dato il carattere specifico di questa nota), è un fatto che la frequenza di una determinata classe, oggi, di per sé non permette neppure lontanamente di individuare il livello di preparazione di un giovane. E neppure il fatto che egli abbia superato l’esame finale di Stato lo consente davvero.

La società, l’economia, il mercato del lavoro, necessitano invece, sempre di più, di una cognizione la più chiara possibile del grado di conoscenze di ciascuno dei suoi appartenenti, anche al fine di approntare per tempo ogni ulteriore momento formativo si renda necessario. E ci si riferisce sia alle fasi di studio post-secondario, sia, più in generale, a quella che viene definita “formazione permanente”, funzionale anche alle modifiche e alle diversificazioni dell’apparato produttivo di un Paese.

 

In quanto tale, una organizzazione “ per classi” non è necessariamente da cambiare, e, infatti, è largamente ancora in uso in Europa (seppure con adeguati correttivi ed in presenza di meccanismi laterali in grado di farla ancora funzionare). Peraltro, per il primo ciclo di studi, la “classe” funziona comunque, perché funge anche da primo importante luogo della socializzazione e sviluppo, sia relazionale che affettivo, fuori dall’ambito  familiare.

 Si ritiene necessario qui ribadire che l’odierno impianto della Scuola Elementare, regge ancora bene il confronto con gli altri Paesi occidentali, nonostante gli elementi negativi presenti negli ordinamenti che, dieci anni fa, sostituirono quelli che erano considerati i migliori del mondo. Ma nelle fasi successive di scolarizzazione, in particolare nella Secondaria Superiore, l’eventuale passaggio da classe a livelli di competenza disciplinari”, oggi si può ragionevolmente considerare come uno dei rimedi necessari per sanare le gravi carenze di questo segmento di studi .

Nella Scuola Italiana, infatti, sono presenti alcune condizioni particolari, che la distinguono da quella dei nostri partners europei, e che impongono un rapido cambiamento.

-         da decenni permane diffusa un’ideologia ugualitarista

-         al termine “selezione” è attribuita una valenza sostanzialmente negativa

-         l’ esame finale di Stato è ridotto ad una formalità

-         manca un serio “orientamento” con obblighi di scelta del percorso;

-         è assente l’indispensabile settore della “formazione professionale”;

-         l’eliminazione degli esami di riparazione e l’avvento del sistema dei “debiti” ha definitivamente stravolto l’antico sistema di valutazione;

-         dal ’69 gli accessi all’Università sono di fatto liberi perché manca qualsiasi sbarramento in relazione al tipo di formazione acquisito nella fase scolare, e gli esiti disastrosi di questo provvedimento, hanno costretto L’Università all’aleatorio provvedimento di istituzione di tests di ingresso.

 

Se non si mette mano, e rapidamente, ad una modifica di questo quadro, non è difficile prevedere che l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 15 anni, nella prospettiva dei 18, produca un ulteriore abbassamento del livello di preparazione dei nostri alunni.

 

Un diverso angolo di prospettiva, è quello di  modificare il rapporto Docenti/Classe, in rapporto Alunno/Docente e cioè  trasferire dal generico “frequentare una determinata classe”, in un più specifico “ ho raggiunto questo o quel livello di competenze “ in una scala di valori  di ciascuna disciplina.

 

Tale nuova prospettiva, si impone peraltro in coerenza sia con il fondamentale bisogno di superamento del carattere di diplomificio sempre più evidente nel nostro sistema dell’istruzione, sia con l’“autonomia” gestionale, organizzativa e didattica delle scuole, ferma restando la necessità di un Sistema Nazionale di Valutazione e di un quadro curriculare spendibile sul piano nazionale, dove trovino piena legittimazione e spazio  anche tradizioni pedagogiche diverse.

 

 

L’organizzazione nuova

 

Per perseguire l’obiettivo della piena esplicitazione delle competenze disciplinari, sarà necessario, prima di ogni altra cosa, procedere alla definizione di tali competenze, scandendole disciplina per disciplina, e anno dopo anno nel percorso curricolare dei cinque anni di Secondaria Superiore.

Nel primo anno di Secondaria Superiore gli alunni verranno ancora, come alle Elementari e Medie, raggruppati nelle tradizionali “classi”. Ma, a partire dal secondo, ciascuno di loro sarà inserito nel “livello di competenza raggiunto” in ciascuna delle materie che compongono il quadro curriculare dell’ordine di scuola che frequenta. Parallelamente, per ciascuna disciplina, i docenti sono assegnati ai vari livelli di insegnamento.

Negli anni successivi al primo, quindi, non si formeranno ancora “classi”, ma gruppi di alunni omogenei per preparazione in ciascuna delle discipline. E non saranno gli Insegnanti ad andare nelle aule dove stazionano classi precostituite sostanzialmente in base a fasce di età e ad un generico superamento dell’ “anno” precedente, ma saranno gli alunni a recarsi presso il docente preposto all’insegnamento dello specifico livello curricolare raggiunto in ogni specifica disciplina. Un meccanismo analogo a quello universitario, insomma.

Alla fine di ogni anno, infatti, per ciascuna disciplina, qualcuno sarà promosso al livello successivo, altri resteranno fermi e potranno/dovranno rifrequentare quello che non hanno superato. Per dirla con la terminologia oggi in voga, potranno/dovranno saldare il debito.

La questione se debba essere possibilità o obbligo la rifrequenza del corso del livello non superato, comporta anche la soluzione, intimamente connessa, dei possibili, eventuali passaggi dall’uno all’altro ordine di scuola secondaria.

      Se, p.es., dopo due anni non si è riusciti a superare lo stesso corso, è evidente che qualcosa non funziona. Verosimilmente si tratta di “scarsa attitudine” alla materia. A quel punto dovrebbe intervenire l’essenziale funzione di un  “Tutor”, al quale lasciare la responsabilità di valutare il complesso dell’andamento degli studi dell’alunno, e indirizzarlo adeguatamente nella prosecuzione.

Allo studente sarebbero offerte più opportunità, tenendo presente, comunque, che in ogni caso, egli ormai potrà frequentare altre discipline solo per il numero di anni che gli rimangono, e dunque i livelli raggiungibili, per lui, saranno comunque limitati:

1)     Se la materia che gli risulta ostica non è fra quelle fondamentali, potrebbe sceglierne un’altra nell’ambito dello stesso indirizzo di studi

2)     Se è invece fondamentale (p.es. latino nell’indirizzo classico), dovrebbe cambiare indirizzo  portando comunque con sé, come credito, il riconoscimento dei livelli di competenze acquisite nelle altre discipline.

 

Ogni anno testimonierà con certezza i livelli raggiunti, e alla fine del periodo di frequenza scolastica, la certificazione vedrà sciorinato nel modo più solare possibile lo stato delle competenze acquisite in ogni disciplina. La ripetenza, verrebbe eliminata totalmente. A 18 anni (salvo casi particolari e/o volontà singole di continuare per recuperare qualche specifica disciplina) tutti i giovani usciranno dal percorso scolastico.

Eliminata la ripetenza verosimilmente si abbatterà enormemente anche il tasso di abbandono, visto che, comunque, qualcosa, in itinere, si sarà prodotto in termini di certificazioni positive. Tutte spendibili in quanto tali sia per eventuali passaggi ad altri ordini di studi, sia per l’inserimento nel mondo del lavoro.

 

 

Il valore legale del titolo di studio

 

Va da sé che nell’ipotesi che esaminiamo il valore legale del titolo di studio dovrebbe scomparire per manifesta inutilità, e lo stesso dicasi per l’esame di stato finale (si potrebbe prevedere una sua eventuale sopravvivenza dandogli la sola funzione di verifica esterna di quanto certificato all’interno e valutazione-formativa di un livello “complessivo” raggiunto dallo studente).

Indispensabile corollario all’organizzazione per “livelli” è l’introduzione di sbarramenti nel passaggio al ciclo superiore di Istruzione, e di viatici obbligatori per  la Formazione Professionale per impedire le odierne, innumerevoli, situazioni di scelte di studi non adeguati a possibilità e attitudini (scelte erronee che costituiscono il motivo della gran parte degli abbandoni e delle ripetenze).

Indispensabile sarà anche il ritorno agli sbarramenti per gli accessi all’Università. Sbarramenti a quel punto molto più legittimati, rispetto ad oggi, dalla presenza di chiare certificazioni delle competenze possedute in ingresso allo specifico corso universitario.

 

          

                   “Tutor” degli studenti e Organismi Collegiali degli Insegnanti

 

Una  siffatta ipotesi deve prevedere l’istituzione di una figura specializzata di docente “Tutor” di gruppi di studenti. L’azione educativa dell’Insegnante-Tutor si esplica nel dialogo con ciascun alunno e la rispettiva famiglia, al fine di conseguire un reale e continuo intervento orientativo per la formazione della persona.

 I tradizionali e obsoleti Consigli di Classe lascerebbero il posto ad organismi collegiali “Dipartimentali”degli insegnanti delle singole discipline, con il complesso, ma questa volta produttivo compito, di definire modalità di percorso, individuare limiti dell’azione didattica, valutare i risultati, programmare e fare lavoro di ricerca ecc.            

 La verticalizzazione della collegialità (appunto in senso disciplinare e interdisciplinare) si sostituirebbe all’odierna collegialità orizzontale dei Consigli di Classe, ormai ridotti a             organismi di facciata e con funzioni spesso burocratiche, costituiti da persone                     disomogenee, tra le quali il rapporto è quasi sempre aleatorio, contingente, ripetitivo, e scarsamente 

interattivo. Fortemente interattivo dovrebbe invece essere il rapporto tra Tutors, Organismi                   Dipartimentali e singoli docenti.

                  

 

 

Conclusioni

 

            I vantaggi del meccanismo qui sopra succintamente delineato sono molteplici. Ci si limita a descriverli rapidamente dalla parte degli alunni e da quella del sistema.

 

A)  L’alunno

 

1)      avrebbe sempre piena consapevolezza e dunque piena responsabilità del proprio stato di

      crescita culturale, delle sue attitudini, delle sue lacune, nonché del carattere progressivo dei

      processi di apprendimento.

2)      le sue scelte nella prosecuzione dei percorsi formativi sarebbero meglio orientate

3)      avrebbe un rapporto più maturo e adulto con i compagni “di corso” e coi docenti

4)      non perderebbe alcun “anno” di scuola, e tutto ciò che ha studiato sarebbe certificabile e spendibile, nonché recuperabile in eventuali momenti successivi

 

 

B)  Il sistema

 

1)     recupererebbe, attraverso la forte rivalutazione delle “discipline”, un obiettivo, quello cognitivo/formativo, oggi largamente sottovalutato in favore di finalità genericamente socializzanti, e consententirebbe un più diretto rapporto col mondo del lavoro.

2)     sarebbe estremamente razionalizzato e funzionale, anche per l’abbattimento dei tassi

      di abbandono e di ripetenza, con evidenti ricadute positive sul piano della spesa

3)     la componente docente sarebbe a sua volta pienamente responsabilizzata in ordine

      all’efficacia della azione didattica di ciascun insegnante

4)  verrebbe esaltato il lavoro collegiale di verifica e di ricerca da parte docente in

                  ciascun ambito disciplinare. Si andrebbe ad una più facile declinazione del profilo

                  professionale (e della carriera) degli Insegnanti, attraverso una chiara

                  diversificazione di funzioni all’interno della scuola (costituzione di una carriera con

                  l’introduzione di Tutor, Coordinatori di Dipartimenti Disciplinari, ecc), e una reale

                  possibilità di lavorare sulla progettazione curricolare, sui percorsi, sulla ricerca, sui

                  rapporti col mondo del lavoro, ecc.

 

 

 

 

Sandro GIGLIOTTI

Paola  TONNA                                                                                           Roma Settembre 2001