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Pubblichiamo nell’ambito del dibattito che si sta aprendo sul nuovo ddl di riforma degli Esami di Stato, di imminente presentazione, il punto di vista, qualificato e argomentato, di un docente. Peraltro sull’eliminazione del valore legale dei titoli di studio, l’APEF concorda pienamente.

 

 

Esami di stato e valore legale dei titoli di studio

 

di Alberto Giovanni Biuso (biusoal@mclink.it)

 

La riforma dell’Esame di stato prevista dall’articolo 13 della finanziaria 2002 prevede che i commissari siano tutti membri del Consiglio di classe, con il solo presidente esterno. La proposta sta suscitando un certo numero di reazioni negative. Tuttavia, si tratta della stessa idea iniziale del Ministro Berlinguer, partendo dalla quale si arrivò poi alla divisione dei commissari in metà interni e metà esterni. Di più: per anni molti docenti e studenti l’hanno sostenuta con la motivazione che in tal modo a esaminare i ragazzi sarebbero stati gli insegnanti che meglio li conoscono.

In realtà, con una commissione tutta interna i diplomi che le scuole rilasciano saranno valutati per quello che sono ormai da tempo: certificati cartacei privi di valore. A questo, infatti, la demagogia scolastica tuttora imperante li ha ridotti. Bisognerebbe quindi invertire rotta o togliendo valore legale ai titoli di studio o prendendo finalmente sul serio e attuando l’art. 34 della Costituzione: «I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Ma la Costituzione non immaginava certo la riduzione della scuola a parcheggio sociale, a intrattenimento ludico, a baby sitter di massa. Il valore legale dei titoli va radicalmente posto in questione. Nessuna riforma della scuola potrà migliorare davvero la qualità dell’insegnamento se non si sgombera il terreno dall’equivoco giuridico che fa coincidere l’apprendimento con un attestato dal valore legale. Le ragioni per cui proporre l’abolizione di questo valore sono ormai urgenti e significative. Vediamone alcune.

Nell’ambito dell’educazione, un aspetto assai negativo è rappresentato dall’ipocrisia e i titoli concessi dalle scuole italiane si sono ormai da troppo tempo ridotti a una finzione alla quale nessuno crede più, né le istituzioni che li rilasciano né le aziende che assumono diplomati e laureati.  Una scuola trasformata da spazio di trasmissione dei saperi e delle competenze culturali e professionali a un luogo di semplice socializzazione non ha più la legittimità di rilasciare diplomi dal valore legale. Il principio dell’autonomia delle scuole, al quale pure tanta enfasi è stata data, è dal punto di vista logico e giuridico incompatibile con il valore legale dei titoli. Un’autonomia che non voglia essere soltanto nominale deve, infatti, liberare le singole istituzioni educative dalla uniformità didattica e culturale che è ovviamente implicita nel valore legale dei titoli. La libertà di insegnamento dei singoli docenti e delle scuole implica la libertà nella scelta dei contenuti, delle metodologie, dei tempi di svolgimento, dei testi, dei problemi da affrontare ogni giorno con gli studenti nelle classi. Anche questa libertà risulta incompatibile col valore legale dei diplomi. Tale valore è quindi una prova del prevalere dello Stato sulla società civile. Restituire a quest’ultima il primato significa ampliare gli spazi di concreta libertà dei cittadini chiedendo allo Stato unicamente di verificare le capacità di chi si candida all’esercizio di una professione e non anche i modi con cui si è acquisita tale capacità (libera scelta di questo o quel percorso formativo o anche studio da autodidatta).

Fra le libertà della società civile rientra l’affrancare l’attività di insegnamento da imposizioni amministrative, gerarchiche e collettivistiche per legarla invece alla comunità scientifica di appartenenza, garanzia di qualità del sapere e di costante rinnovamento didattico. Il docente, in altri termini, dovrà sentirsi vincolato non alla statuto giuridico della disciplina che insegna ma al livello delle acquisizioni culturali della comunità che svolge su di essa attività di ricerca. Il valore legale dei titoli ha fatto nascere una miriade di finte scuole il cui solo obiettivo è quello di svendere diplomi in cambio di denaro. Credo che sia questa una delle ragioni meno percepite ma più influenti dello scadimento del senso civico in Italia. Tantopiù che anche allo scopo di reggere la concorrenza di questi diplomifici, molte scuole pubbliche si vanno tristemente modellando sugli stessi loro obiettivi col conseguente crollo della dimensione culturale del loro insegnamento. La permanenza del valore legale dei titoli rischia di ridurre l’ultimo anno di insegnamento a una semplice preparazione al rito inconcludente dell’esame di stato. Mantenendo il valore legale in un contesto sociale ormai radicalmente mutato, si sta creando una scuola sempre più rigida nell’impedire qualunque effettiva mobilità sociale. Il valore reale dei diplomi e delle lauree è stato di fatto eliminato col regalarli a tutti indistintamente, è quindi saltata la corrispondenza tra titolo di studio e mercato del lavoro e si continua tuttavia a presentare la scuola e l’istruzione nei termini del tutto illusori della promozione sociale.

L’abolizione del valore legale risulta pertanto una condizione -certo non sufficiente ma necessaria- per sostituire al circolo vizioso che induce le scuole, pubbliche e private, a farsi concorrenza verso il basso, un circolo virtuoso che le porti a preparare davvero meglio i loro studenti e a meritare quindi le iscrizioni sulla base non della facilità con cui ottenere il diploma ma dell’effettivo valore della preparazione conseguita. In una società complessa e articolata come quella contemporanea, nella quale nessuna acquisizione culturale o competenza professionale può
risultare definitiva, un certificato che attesti il possesso stabile di un sapere o di una capacità appare semplicemente anacronistico. Liberare la scuola, la società e gli individui dal valore legale dei titoli significa cominciare a restituire all’apprendere la sua gratuità, il gusto per la scoperta del nuovo, la consapevolezza che una capacità professionale va costruita giorno dopo giorno nella concreta ricchezza dell’esistenza individuale e collettiva. La scelta per l’abolizione del valore legale dei titoli di studio o per la sua conservazione si configura pertanto come un’alternativa fra la dimensione culturale dell’insegnamento e quella burocratica. Penso che chiunque ami la scuola e il sapere non dovrebbe avere dubbi in proposito.