SUL GOVERNO  DELLE  SCUOLE

 

di Sandro Gigliotti

 

 

            La presentazione in Parlamento di alcuni progetti di legge di riforma degli Organi Collegiali di Istituto rappresenta un fatto di portata decisiva nel processo di risistemazione della mappa dei poteri all’interno delle scuole. Nelle quali, le norme ormai quasi trentennali contenute nei Decreti Delegati stridono decisamente ( determinando infiniti contenziosi) col nuovo quadro dell’ autonomia, con le competenze delle nuove figure dirigenziali e direttive, col nuovo clima e col nuovo modo di intendere e di far funzionare ogni aspetto della pubblica amministrazione. Siamo quindi ad una svolta importante, la cui portata è avvertibile sia sul piano degli aspetti politici che su quello della sostanza del provvedimento normativo che sta per essere realizzato.

Credo utile innanzitutto sottolineare alcuni elementi, solo apparentemente di ordine formale e procedurale, in verità dal forte contenuto politico, dai quali si può ragionevolmente trarre la conclusione che la legge, indispensabile quanto attesa, sarà varata in maniera definitiva in pochi mesi.

Il primo aspetto riguarda il fatto che non esiste un ddl di produzione governativa, essendo i 3-4 testi presentati di paternità tutta  parlamentare (singoli o gruppi di deputati). Se ne  può legittimamente arguire che su questa complessa tematica “istituzionale” il Governo si rimette alla sovrana attività legislativa del Parlamento, che vive logiche più complesse e che consente, alla bisogna, uno scambio di riflessioni ampio e articolato fra tutti i partiti. Anche i governi dell’Ulivo si erano astenuti dal presentare ddl sulla materia, lasciando alla dialettica parlamentare il compito di sbrogliare una matassa non semplice. Si ricorderà, al proposito, però, che il testo della maggioranza dell’epoca ebbe vita assai travagliata. Le forti dissonanze interne all’ Ulivo, e la decisa contrarietà dello stesso  Berlinguer verso quell’ipotesi di riforma ne impedirono l’approvazione definitiva. In   extremis si pronunciò solo la Camera, e per una questione, più che altro, di immagine. In termini più espliciti, per non dare l’impressione che su una partita così rilevante non si fosse prodotto nulla in un’intera legislatura.

 Si dirà che la vicenda potrebbe anche oggi riproporsi negli stessi termini, e potrebbe darsi il caso che si continui ad andare troppo per le lunghe, col rischio di lasciare incancrenire i problemi che le scuole vivono in maniera sempre più esasperata. Il che è teoricamente vero. E tuttavia segnalo un elemento ragguardevole di differenza dal passato : il testo della Casa delle Libertà vede come primo firmatario lo stesso Presidente della Commissione Cultura e Istruzione della Camera, Adornato, e, accanto alla sua, la firma di tutti i capigruppo della maggioranza. L’impegno dunque è preso al massimo livello. Difficile pensare che si possa fare marcia indietro. E se a questo dato si aggiunge quello di una calendarizzazione rapidissima (il testo è già nel vivo della discussione), non è un azzardo ipotizzare al primo di Settembre 2002 l’avvio del nuovo assetto del governo delle istituzioni scolastiche autonome.

Il secondo elemento, apparentemente formale, ma di assoluta rilevanza politica, è dato dalla titolazione dei due principali progetti presentati. Quello di Grignaffini (Ulivo), che riproduce esattamente il vecchio testo Acciarini, titola “Disposizioni in materia di Organi Collegiali”. Quello di Adornato, invece, “Norme concernenti il governo delle istituzioni scolastiche”.

Difficilmente può sfuggire la profonda diversità delle logiche che informano i due testi. Nel primo, legato alla antica dizione di Organi Collegiali,  si capisce subito che l’idea è quella di regolamentare la “partecipazione” delle componenti scolastiche. Il secondo è mosso, invece, prioritariamente, da un bisogno di chiarezza sul “governo” delle istituzioni. Nel primo sembra essere privilegiata la cosiddetta “democrazia di base” nelle scuole, e se ne regola per legge ogni dettaglio; nel secondo è sotto osservazione, se così si può dire, loro “funzionamento” complessivo, lasciando alla loro autonomia le, le forme organizzative.

Istituzionalmente parlando, da una parte si costruiscono gli organismi di istituto subordinandoli alle modalità di partecipazione; dall’altra, invece, sono queste ultime ad essere determinate dal principio guida di “governabilità e funzionalità ” degli organismi.  Una differenza, dunque, logica e terminologica, assai profonda, per la quale diventa altamente improbabile che in Commissione si giunga ad  un testo unificato. La maggioranza, verosimilmente, seppure attenta a eventuali suggerimenti migliorativi, andrà avanti per la sua strada speditamente.

                                                              

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In un suo recente breve saggio, Rosario Drago parla dei “paradossi della collegialità coatta”, di quella collegialità frutto non già della libera, consapevole scelta di artefici di una comunità educativa, ma delle prescrizioni legislative, dei riti assembleari, elettorali, cartacei e burocratici. Di quanto insomma ha caratterizzato l’esistenza degli Organi Collegiali “partecipativi” nati coi decreti delegati. La cui spinta democratica, indubbia all’inizio, si è presto arenata di fronte al centralismo ministeriale, alle miriadi di circolari, al principio di priorità procedurale rispetto a quello di funzionalità. Una collegialità, direi, tenuta in vita artificialmente, sotto la tenda ad ossigeno dello statalismo, del consociativismo, che nella ripetitività degli atti formali, ha anche trovato il suo humus ottimale. Talchè si è imposto, nel corso degli anni, un ceto di burocrati che ha soffocato ogni iniziativa individuale, ogni tentativo di emersione di energie umane ed intellettuali, di progettualità fondate sulle competenze, di possibili vere collaborazioni fra le diverse componenti della comunità scolastica,  di voglia di fare gratificata dai risultati conseguiti. Valorizzazione della qualità, affidamento di responsabilità, definizione di obiettivi, valutazione dei risultati, diversificazioni, carriere, sono stati sempre tenuti opportunamente lontani dal mondo della scuola, in omaggio alle procedure partecipative. Per anni sono stati chiamati al voto, ancorché sempre più stancamente, studenti, genitori, insegnanti, bidelli, ciascuno col suo luogo apparentemente decisionale. Apparentemente, appunto, come sanno perfettamente quanti ne hanno vissuto la storia. Perché, in verità, non c’era quasi niente da decidere. Le decisioni erano tutte contenute nel migliaio di circolari annue. C’era quindi solo da ratificare, scimmiottando modelli politici, costruendo parlamentini per passerelle sindacali, teatrini di “dibattito”, liste e motti elettorali. C’era da mandare a “rappresentare” visioni del mondo, ideologismi, non. certo (salvo eccezioni) a contribuire a risolvere i problemi concreti delle scuole, dei genitori, degli alunni, dell’insegnamento, dell’apprendimento. E fra i risultati più perversi di questo stato di cose, di cui ha goduto particolarmente l’ambito sindacale, c’è stata la progressiva riduzione della funzione docente a dimensione impiegatizia, demotivante, frustrante. Per un ventennio abbondante è stata inibita qualsiasi velleità “professionale” degli insegnanti italiani, fino all’estrema umiliazione delle RSU unificate col personale impiegatizio ed esecutivo.

Poi, però, l’Autonomia ha costretto a cambiare prospettiva. O meglio, ha consentito, a quanti già erano consapevoli della necessità di un diverso registro, di far sentire le proprie opinioni senza essere immediatamente demonizzati e tacciati di conservatorismo antidemocratico. Ed ha cominciato ad apparir chiaro, almeno a chi ha avuto voglia di vedere, che una scuola, al pari di ogni altro luogo dell’amministrazione pubblica, ha bisogno di essere “governata”. E che un governo, ovvero la responsabilità di esso, va affidato a chi ne ha la competenza. Infine che questa competenza (che sono, in verità, molteplici competenze) va formata, certificata, valorizzata.

Il primo passo in questa direzione è stata la costituzione di figure e funzioni dirigenziali, senza le quali non esiste governo: l’art.21 della legge 59/97  (con tutti i limiti e le imperfezioni tipici dei primi passi) ha costituito l’avvio di un profondo processo di modifica. E se allo stato delle cose il limite di tale processo è quello del pericolo di dar luogo ad una costruzione dai tratti piramidali, nella quale su una sola figura si assommano teoricamente miriadi di competenze, il miglior provvedimento legislativo circa i nuovi organismi di governo delle scuole, sarà dunque quello che consentirà l’attivazione di un sistema reticolare di poteri, fondato sulla diversificazione delle competenze, sulla attribuzione di responsabilità a quanti tali competenze mostrano di possedere, e sulla collaborazione dei diversi responsabili per l’obiettivo comune.

                                               

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Non è intenzione, né compito di questa nota un esame dettagliato (tantomeno un giudizio) dei progetti di legge presentati. Più marginalmente si vorrebbe offrire, a conclusione della riflessione, una breve declinazione degli principi ispiratori che l’articolato che uscirà dal Parlamento sarebbe bene contenesse, nell’interesse comune.

La legge  dovrebbe sancire, innanzitutto, la vera, totale capacità di autodeterminazione degli Istituti. Fatti salvo l’ Organo di Indirizzo e di Gestione (un serio consiglio di amministrazione) necessariamente predefinito nelle sue dimensioni generali, visto che risponde del pubblico danaro, ogni altro organismo dovrebbe essere lasciato alla sua libera autodeterminazione organizzativa. Un articolato che contenesse, magari enfatizzandola verbalmente, una autonomia vincolata dalla solita selva di dettagli imposti dall’alto, determinerebbe il perpetuarsi della drammatica situazione cui prima si è fatto cenno. Pochi e chiari articoli, quindi, per pochi e liberi organismi di governo. Liberi sia dallo Stato centrale che dalle smanie di controllo degli Enti Locali. Una legge di principi, dunque, priva di rinvii a normative secondarie. Si eviti assolutamente di ri-creare le condizioni per gli infiniti contenziosi che hanno caratterizzato la normativa sugli OOCC in questi 30 anni.

Sia una legge che separi nettamente le funzioni di indirizzo, di gestione e di controllo, affinché siano il più possibile chiare le responsabilità delle scelte fatte, e i cittadini, dentro e fuori le scuole, siano sempre in grado di capire quel che accade.

Si eviti di entrare nel perverso meccanismo delle “quote” di rappresentanza: tanto ad una componente, tanto ad un’altra, e così via, per non riprodurre la logica delle fazioni, delle contrapposizioni ideologiche e/o anagrafiche.

Si cominci ad instaurare, attraverso un organismo apposito, la cultura della valutazione e della auto-valutazione di Istituto, al fine non tanto e non solo di punire chi sbaglia, ma di aiutarlo a non sbagliare ancora.

Si renda la componente Docente pienamente responsabile delle scelte di cui ha competenza, consentendo l’emersione di quegli elementi di professionalità che fino ad oggi sono stati mortificati. Chi scrive è dell’idea che non esista autonomia delle scuole senza autonomia professionale degli Insegnanti, e che questi ultimi avranno il merito maggiore della buona riuscita del progetto educativo della Scuola italiana, solo se sapranno raccogliere la sfida dell’autogoverno.

 

“Libertà è partecipazione”, recitava una canzone di “movimento” in voga qualche decennio fa. L’assunto è vero solo parzialmente : la partecipazione è utile, e necessaria ad aumentare i livelli di democrazia, solo se consapevole.

 

                                                                                                           

                                                                                                         Sandro Gigliotti

 Roma febbraio 2002                                                              Presidente dell’ A.P.E.F.