Pubblichiamo una sintesi della relazione che il Dott. Claudio Gentili, responsabile Scuola di Confindustria, ha tenuto al Forum della Scuola di  Roma il 20 marzo scorso.

Sullo sfondo di una Riforma degli Ordinamenti che vede tra le innovazioni principali la ridefinizione di un canale di formazione professionale, riteniamo che conoscere il punto di vista di un importante soggetto della società, qual’è Confindustria, possa contribuire, alla conoscenza ulteriore delle questioni.

Questo per favorire laicamente e correttamente, al di là dei dilaganti slogan preconfenzionati, spunti di ulteriore comprensione, di riflessione e di discussione.

 

 

Roma 20-21 Marzo 2002

 

 

 

Il rapporto scuola, mondo del lavoro, territorio

                                        

        I

Relazione

di Claudio Gentili Dirigente Confindustria

Area Scuola,Formazione, Ricerca

 

                                                    

 

·        Scuola e territorio

 

Nel nostro Paese persiste la cultura della separatezza tra scuola e ambiente esterno. Tale cultura si sposa con una ulteriore tendenza, quella che tende  a concepire la formazione  come un percorso dell'eta' giovanile, al quale e' preposta una istituzione, la scuola, sufficientemente solida nella sua offerta e talvolta capace di nuove intuizioni pedagogiche, ma tendenzialmente autoreferenziale. Tutto questo appare oggi superato e inadeguato:  le trasformazioni del modo di lavorare, di produrre e di vivere introdotte dalla rivoluzione informatica e dalla globalizzazione impongono l’apertura della scuola al territorio (di cui l’autonomia scolastica è stata portatrice) il tema della formazione permanente, dell'alternanza tra periodi di lavoro e periodi di rientro in formazione, del "lifelong learning". Perche' questo nuovo percorso sia efficace occorre pero' che la scuola nasca e si colleghi organicamente, soprattutto mediante il POF ai bisogni reali del territorio, si diversifichi in aderenza alle  concrete richieste locali: in altre parole, occorre  che sia "lifelong local learning".

Le innovazioni legislative degli ultimi anni in materia di istruzione e formazione hanno colto la dimensione del problema tratteggiando le linee di un nuovo modello. L'ampliamento della durata dell'obbligo scolastico (Legge 9/99), l'obbligo formativo fino a 18 anni (art. 68 Legge 144/99), l'avvio dell'Istruzione e formazione tecnico superiore (IFTS, art. 69 Legge 144/99) hanno proposto il tema dell'integrazione tra il sistema istruzione e il sistema formazione; l'autonomia delle istituzioni scolastiche (L.59/1997 e DPR 275/99) ha d'altra parte messo a disposizione spazi significativi per diversificare l'offerta formativa in relazione ai bisogni territoriali.

Il carattere di" riforma in itinere" assunta dai provvedimenti della scorsa legislatura lascia tuttavia aperti problemi urgenti  di coordinamento: istituzioni scolastiche, agenzie formative, parti sociali, amministrazioni  locali, soggetti coinvolti a diversi titoli nel campo della formazione devono trovare momenti di coordinamento che permettano di lavorare in sinergia, che facciano della formazione un patrimonio reale del territorio. Il passaggio da un sistema "monocentrico", fortemente accentrato e burocratico, ad uno "policentrico", caratterizzato dalla distribuzione funzionale delle diverse materie e delle relative competenze, richiede infatti convergenza tra le varie azioni e collaborazione tra i differenti soggetti.

L’attuale legislatura dovrà portare a compimento tale processo. La riforma del titolo quinto della costituzione esige un insieme di interventi di coordinamento istituzionale e legislativo che dovranno valorizzare il raccordo scuola – territorio. La stessa riforma Moratti, con l’enfasi posta sul ruolo delle Regioni nell’ambito del curricolo scolastico va in questa direzione. E sempre  in questa direzione le province e i comuni possono e devono svolgere un ruolo importante, garantendo nella propria dimensione territoriale la funzione di coordinamento (e nel contempo di sollecitazione) indispensabile per assicurare efficacia al nuovo modello di governo del sistema formazione.

Due, in particolare, appaiono i campi di intervento immediati.

Il primo riguarda i differenti tempi di attuazione delle riforme: il 1° settembre 2000 e' partita l'autonomia scolastica, il 1° gennaio 2001 la nuova organizzazione centrale e periferica del Ministero mentre solo il 1° settembre 2002 Regioni, Province e Comuni si vedranno concretamente attribuite  le nuove competenze. Il rischio che le sfasature temporali possano causare invasioni di campo indebite compromettendo il nuovo modello e' rilevante soprattutto in rapporto alla materia della dimensione territoriale entro la quale governare l'insieme dei problemi e delle relazioni tra i soggetti: attribuita a Regioni e Province (artt. 138 e 139 del DLS 112/98), la competenza diventera' effettiva quando autonomie scolastiche e Direzioni Regionali avranno gia' avuto due anni di assestamento. Per evitare conflitti e assicurare spazi di convergenza tra le azioni dei differenti soggetti, e' allora necessario definire al piu' presto protocolli d'intesa tra Provincia, Comune, Direzione Regionale e le stesse istituzioni scolastiche autonome (cosi' come gia' e' stato fatto in alcune realta'), all'interno dei quali superare i problemi legati alle diverse fasi di attuazione dei vari disposti,

Il secondo campo di intervento riguarda gli ambiti funzionali. La competenza all'individuazione di "ambiti territoriali funzionali" e' attribuita alle Regioni "sulla base anche delle proposte degli Enti Locali interessati" (art. 138 DLS 112/98), ma ne' le Regioni ne' le Province (pur con qualche eccezione) sembrano aver avviato un serio ragionamento in merito. Il concetto di ambito funzionale e' centrale. L'individuazione di un territorio omogeneo e compatibile per dimensioni (che in alcuni casi potra' coincidere con la provincia mentre in altri  potra' avere carattere sub-provinciale) e' la premessa per fare incontrare i differenti soggetti e trasformare le politiche di sviluppo locale in progetti ai quali concorrono come interlocutori mondo del lavoro, mondo della formazione e amministrazioni locali. All'interno dell'ambito funzionale trovano spazio le questioni relative alla programmazione dell'offerta di istruzione e formazione, intesa come percorso che definisce qualita', quantita' e distribuzione dell'offerta a partire dall'intercettazione del bisogno formativo del territorio; questioni come l'orientamento scolastico e professionale, dove i centri per l'impiego possono assumere un ruolo strategico ponendosi come punto di collegamento tra mondo della formazione e mondo del lavoro; ancora, questioni come l'integrazione tra sistemi dell'istruzione e della formazione, che devono prevedere forme di credito riconosciuti, momenti di ri-orientamento, agevoli possibilita' di passaggio tra scuola e formazione professionale.

Nessun dubbio che il percorso sia lungo e complesso a partire dai problemi interni alle stesse province dove si deve realizzare un salto di qualita' dalla "cultura del mattone" (l'edilizia scolastica e' stata sino ad oggi uno dei compiti tradizionali delle province) alla "cultura delle politiche formative". Ma e' altrettanto indubbio che sia questa la strada da percorrere per garantire efficacia al nuovo modello di governo del sistema formativo.

 

·        Scuola e impresa: una storia

 

Nel nuovo rapporto tra scuole e territorio si inserisce l’esigenza di un organico ripensamento del rapporto scuola-impresa e del contestuale superamento della diffidenza verso il privato e verso l’impresa che caratterizza ancora molta parte della cultura pedagogica italiana e della prassi educativa degli insegnanti.  La profonda inclinazione italiana a ideologizzare i problemi della scuola spiega anche la diffidenza, profondamente radicata nella societa’ italiana verso  l’impresa. Eppure tale diffidenza non è presente o è stata ampiamente superata nei paesi più avanzati con risultati soddisfacenti per la professionalità dei docenti e la transizione al lavoro dei giovani.

 Howard Gardner nel suo libro, “Sapere per comprendere”, dopo aver sottolineato che l’istruzione è per sua natura una responsabilità pubblica e quindi deve essere gestita da istituzioni pubbliche e finanziata da denaro pubblico, afferma: “Le aziende possono offrire alle scuole competenze didattiche e docimologiche, aiutare gli studenti nella fase delicata della transizione dalla scuola al lavoro e invitarli a partecipare all’attività imprenditoriale come apprendisti e tirocinanti. Possono inoltre sostenere l’attività educativa sia con generici finanziamenti alle scuole delle località in cui operano, sia accollandosi i costi di programmi particolari. (…) Ma a mio parere il contributo più notevole che le aziende possono dare alla scuola consiste nella creazione di prodotti – specialmente tecnologici – capaci di incrementare l’efficacia dell’insegnamento”(1).

In Italia non siamo all’anno zero. Molta acqua è passata sotto i ponti dai tempi in cui, dopo la protesta studentesca del 1968, non era neppure immaginabile che un imprenditore (ma allora si diceva “padrone”) potesse solo affacciarsi in una scuola. Oggi invece sono spesso le scuole a chiamare gli imprenditori negli incontri di orientamento e sono gli insegnanti stessi a collaborare con le Associazioni industriali sui temi concernenti la qualita’ della scuola, gli stage, l’orientamento, il management scolastico. (2)  Nel 2000 e’ uscito un libro che da’ conto della qualità e della profondità della collaborazione che le grandi firme dell’industria italiana (da Barilla a Ferrari, da Martini a Max Mara, da Guzzi a Zegna)  da anni intessono con Istituti tecnici e professionali che formano tecnici di grandissima preparazione(3). Uno storico, Giorgio Fiocca, ha addirittura scritto una storia della collaborazione tra il mondo produttivo e la scuola in Italia.(4).

Partendo, infatti, dal presupposto che le alleanze scuola - industria possono nascere solo dal reciproco riconoscimento tra partners, è stata posta una cura particolare nel capire  a fondo i problemi di coloro che operano nella scuola (presidi, insegnanti). E’ stata questa la strada percorsa per riuscire a far comprendere anche le ragioni degli imprenditori e abbattere, una volta per tutte, il muro di diffidenza e le barriere ideologiche tra i due mondi. In questo senso gli anni Ottanta hanno rappresentato un vero e proprio punto di svolta. A partire dal 1990 (data dell’approvazione del primo protocollo di intesa Confindustria-Ministero dell’Istruzione) fino ad oggi, infatti, iI dialogo con le istituzioni formative  si è strutturato grazie, da un lato, a una rinnovata percezione dell’impresa e degli imprenditori come artefici del cambiamento; dall’altro, grazie alla domanda di innovazione da parte degli operatori scolastici, alla quale l’apparato istituzionale non faceva - e non fa ancora -  corrispondere un’offerta adeguata.

Su questa linea, partendo dalla prime, fortunate esperienze del progetto “Conoscere l’industria”, del “Sapere minimo sull’industria”, del “Sapere minimo sulla ricerca e sull’innovazione tecnologica” prendono avvio specifiche iniziative di aggiornamento per insegnanti e presidi. Questi programmi info/formativi, diffusi sotto la fortunata formula-contenitore del “sapere minimo”, vengono concepiti come offerta di  occasioni, strumenti e materiali per consentire agli educatori di professione di approfondire la conoscenza del mondo dell’economia, dell’impresa, dei principi della cultura manageriale etc. L’operazione riscuote ampio apprezzamento nel mondo della scuola se si pensa che,  dall’ ’82 all’ ’89, vengono coinvolti 17 mila operatori scolastici, tra Presidi e insegnanti. Il Progetto Qualità  ha coinvolto oltre 1200 scuole in progetti di miglioramento organizzativo e gestionale. Si sono diffusi largamente gli stage e ogni anno la giornata nazionale Orientagiovani coinvolge oltre 20.000 studenti che partecipano a iniziative locali promosse dalle associazioni industriali per far conoscere ai giovani le esigenze di professionalità delle imprese. A San Patrignano nel marzo del 2000 è stato presentato il Rapporto sull’education in quattro volumi che raccoglie le proposte di Confindustria sulla scuola, l’università, la formazione professionale, l’integrazione tra i tre sottosistemi e l’impresa. 

Il merito ufficialmente riconosciuto di Confindustria è stato forse quello di essersi proposta come il primo e importante referente per il mondo delle istituzioni educative nel processo di progressiva apertura verso il processo di modernizzazione della società.     

 

 

·        L’impresa come luogo formativo

 

 Ciò nonostante  l’ideologismo finora ha impedito in Italia un sereno apprezzamento del ruolo dell’impresa come leale partner della scuola. Molte proteste studentesche prendono di mira il rischio della privatizzazione dell’istruzione. Ancora in molti ambienti scolastici la partnership tra scuola e impresa e’ vista con diffidenza.

Per questo vorrei chiarire il mio pensiero sui compiti fondamentali della scuola, anche per dissipare eventuali precomprensioni di fronte alle riflessioni espresse da un rappresentante del mondo dell’impresa.

Sono convinto che la scuola non debba essere prevalentemente una burocrazia (ma inevitabilmente debba sottostare a un certo numero di adempimenti burocratici). Sono convinto che la scuola non sia un parlamento (ma in parte debba trovare forme di rappresentanza delle sue varie componenti e essere dotata   di organi collegiali, si spera il meno assemblearisti possibile). Sono convinto che la scuola non sia un’azienda (ma debba imparare a migliorare la sua efficienza). Sono infine convinto che il capo di istituto non sia diventato con l’autonomia un manager, ma debba restare un uomo di scuola e un  uomo di cultura a cui non possono mancare  capacita’ organizzative e gestionali. In una parola che esso sia un “leader educativo”. (5)

La scuola e’ innanzitutto una comunità educante. Fa crescere i ragazzi, trasmette e fa rivivere il patrimonio della cultura dell’umanità. In secondo luogo e’ un servizio pubblico. In quanto servizio pubblico deve preoccuparsi di quell’ingrediente  che nei paesi OCSE viene tenuto in grande considerazione e definito “accountability”, deve  essere cioe’ “rendicontabile”, deve render conto alla societa’, dei suoi esiti, della sua “produttivita’”, dell’assolvimento dei suoi compiti istituzionali. In questo senso  non puo’ ignorare gli aspetti burocratici, di rappresentanza, di efficacia e di efficienza. Sono queste alcune delle coclusioni a cui giunge un ponderoso lavoro di ricerca svolto dalla Commissione scuola di Confindustria negli ultimi anni.(6)

La fine del millennio che ci siamo lasciati alle spalle ha segnato la fine della burocrazia, quale forma efficace-efficiente di gestione. Per questo tutti i sistemi scolastici sono stati o sono in fase di riprogettazione secondo criteri che ne riducano il tasso di burocratizzazione. E - a fronte dei timori sui rischi per la natura sociale  del servizio educativo - e’ stato ampiamente dimostrato che si può realizzare questa trasformazione salvaguardando quei criteri di equità e di diffusione del servizio scolastico che in Italia sono patrimonio della destra e della sinistra, dei laici e dei cattolici. In Italia  questa trasformazione e’ particolarmente urgente in quanto la burocrazia ha assunto  forme “particolarmente inerti e radicate nel sistema educativo” (7).

D’altro canto il  rapporto dell’Unesco sull’educazione nel XXI secolo evidenzia le principali sfide che le società più avanzate devono affrontare: la tensione tra orientamento locale e globale (diventare cittadini senza perdere il contatto con le proprie radici culturali), la tensione tra tradizione e modernità, la tensione tra lungo termine e breve termine, la tensione tra lo stimolo della competizione e l’uguaglianza delle opportunità (e ciò richiede la creazione di situazioni educative capaci di coniugare la competizione che stimola, la cooperazione che rinforza e la solidarietà che unisce), la tensione tra l’incredibile sviluppo delle conoscenze e le capacità di assimilarle, la tensione tra mondo spirituale e mondo materiale (con la conseguente domanda di valori e di ideali di riferimento). (8)

Viviamo in una società industrialmente avanzata, in cui la conoscenza è il fattore critico alla base dell’evoluzione competitiva.(9). Il sistema scolastico non ha più il monopolio della trasmissione del sapere e coesiste con una miriade di alte agenzie educative. Accanto alla formazione formale (quella scolastica e universitaria) si diffonde la formazione non formale (quella sul lavoro) e quella informale (le molteplici forme dell’apprendimento mediante l’esperienza o dell’autoapprendimento). La velocità di sostituzione delle vecchie conoscenze applicative è molto elevata. Un adulto dovrà “tornare sui libri” e passare attraverso esperienze di “riapprendimento pratico” molte volte nel corso della sua vita lavorativa per essere i grado di continuare a operare efficacemente sia pure con tecnologie diverse.

La formazione ha ormai travalicato lo spazio e il tempo, non è più rinchiusa solo nello spazio fisico di una istituzione scolastica e non è più rinchiusa nel tempo predefinito  della cosiddetta età scolare. Lifelong learnig, apprendimento lungo l’intero arco della vita non è più un auspicio dei documenti europei, e’ una realtà. Questo da alla scuola due compiti fondamentali. La scuola non può inseguire le altre agenzie educative ma deve saldamente ancorarsi al cuore della sua missione: porre le basi più solide possibili sul piano culturale e trasmettere il patrimonio delle generazioni passate senza indulgere alla moda del momento. In secondo luogo la scuola, da “serra”o “prigione”, come talora è vissuta dai giovani, deve diventare scuola aperta. Abbattere le grandi muraglie culturali che la vedono troppo spesso separata dal modo esterno.

 

·        L’extrascuola

 

L’extrascuola, tutto quanto e’ fuori delle mura della scuola, il territorio, gli enti locali, le associazioni culturali e sportive, i genitori, il volontariato, ma anche le imprese possono essere una  “risorsa di apprendimento”. Invece spesso l’extrascuola e’ vista come una pericolosa contaminazione, come una minaccia per la purezza della missione della scuola.

L’extrascuola,  non puo’ essere ignorato dalla scuola.

Chi lavora con i ragazzi, chi  ama la scuola non puo’ temere invasioni ma deve coltivare relazioni culturali e operative con tutti gli altri ambiti del sistema sociale.

E’ necessario un salto culturale. Guardare alla scuola come una componente dell’ecosistema formativo che e’ fatto di famiglia, oratori, volontariato, associazioni sportive, enti locali, formazione professionale, imprese.

Nella competizione globale oggi non sono più privilegiati i detentori di ricchezze materiali ma i detentori del sapere, coloro che riescono a mettere a punto sistemi educativi, formativi, di ricerca e sviluppo che consentano una qualificata formazione e un adeguato aggiornamento del capitale conoscitivo di un Paese. I nuovi proletari sono i cittadini senza competenze, o quelli le cui competenze (di base e specialistiche) non hanno avuto una manutenzione adeguata e sono diventate obsolete. I sistemi educativi e formativi  non possono più limitarsi a formare le risorse umane ma devono preoccuparsi della manutenzione e dell'implementazione delle competenze, attraverso sistemi di formazione continua che debbono vedere la scuola partner dell'impresa.

La preparazione al lavoro, che costituisce una componente fondamentale dell'attività umana e della autorealizzazione delle persone, non costituisce il compito e la finalità precipua  della scuola.

E’ riduttivo pensare alla scuola come a una istituzione dedicata alle necessita’ di breve periodo del mondo del lavoro.

Nella definizione dei saperi fondamentali che la scuola deve essere in grado di trasmettere occorre dedicare una particolare attenzione ai giovani che non possono essere considerati passivi fruitori dell'insegnamento ma veri e propri produttori di apprendimento.

Occorre dunque spostare il focus dall'insegnamento all'apprendimento, dall'elencazione delle discipline alla definizione degli obiettivi di apprendimento che si intendono perseguire.

Progettare la nuova scuola in funzione di queste caratteristiche significa, innanzitutto, identificare gli obiettivi fondamentali del processo educativo:

a) interiorizzazione delle regole della democrazia e del pluralismo: tolleranza e democrazia sono la condizione base per la crescita e il funzionamento di sistemi sociali complessi;

b) capacita di concepire un progetto di vita fondato su una identità culturale e professionale: è necessaria la massima personalizzazione della formazione, in termini di stili di vita, di interessi e di attitudini professionali fondamentali;

c) capacità di iniziativa, di relazione e di comunicazione: nei sistemi sociali complessi l'affermazione dei valori e degli interessi è affidata all'iniziativa individuale e di gruppo e alla gestione delle relazioni e delle comunicazioni.

 

·        Obiettivi educativi

 

Come assicurare alla collaborazione tra scuola e impresa sul territorio una valenza educativa? Certamente non è facile ma è possibile. Si tratta di concepire la collaborazione come un modo per arricchirsi vicendevolmente. Si tratta di imparare dall’impresa, di conoscerla meglio, di scoprire che mediante la collaborazione con l’impresa anche gli obiettivi educativi della scuola possono arricchirsi. Per sostenere i giovani nella scoperta e nella costruzione della propria identità occorre perseguire obiettivi educativi che favoriscano:

-          la dimensione storica (collocare se stessi non solo nell'immediato ma in una prospettiva temporale nella quale bisogna mettere a frutto tutto ciò che ci ha insegnato il passato;

-          l'aspetto euristico (essere curiosi, attenti e reattivi rispetto al mondo esterno ed essere desiderosi di esplorarlo);

-          la fiducia in se stessi (occorre aiutare i giovani ad autovalutarsi, ad avere più fiducia in se stessi, a non rinunciare ai propri obiettivi di fronte alle prime avversità, ad accettare i cambiamenti nella loro portata positiva, assumendosi i rischi che ogni scelta comporta);

-          la formazione continua (abituare i giovani all'idea che non si smette mai di imparare nella vita).

Il rapido evolversi delle conoscenze e delle tecnologie esige che i programmi scolastici, a tutti i livelli, tendano a fornire una buona preparazione di base e, soprattutto, una elevata capacita' di adattamento.

La competenza di base non è costituita solo dai saperi critici e dalle capacità di apprendimento, ma anche dall'attitudine a rendere operative le conoscenze acquisite (10). C’e’ bisogno di una adeguata consapevolezza del rapporto intercorrente nella realtà moderna tra professionalità e cultura scientifica, Il meccanismo di acquisizione e di operativizzazione delle conoscenze sta alla base della dinamica economica e sociale delle moderne società industriali.

La cultura di base è umanistica, scientifica e tecnologica. L'evoluzione delle tecnologie e dei processi produttivi rende indispensabile l'acquisizione sui banchi di scuola della attitudine a rendere operative le conoscenze.

La società attuale è caratterizzata da un massiccio uso delle conoscenze a scopi produttivi e sociali.

Questo processo pervasivo ha cambiato il significato stesso del termine professionalità. La professionalità è passata dal campo dell'addestramento pratico al campo della conoscenza sperimentale di tipo scientifico e tecnologico.

Se la scuola non è prevalentemente  finalizzata alla preparazione professionale, cio’ nonostante la diffusione della cultura dell'impresa e del lavoro è compito della scuola. Oggi tanto più importante in quanto la mancanza di lavoro immiserisce la dignità della persona, deruba i giovani della speranza nel futuro, apre la strada alla noia e alla ribellione.

E' indispensabile utilizzare ampiamente gli strumenti e le tecnologie multimediali e ridurre quantitativamente le discipline in favore di un maggior approfondimento dei fondamenti di una cultura di base adatta al XXI secolo.

 

·        La cultura economica

 

La scuola non può permettersi di ignorare la cultura economica. Oggi la cultura economica viene certamente appresa dai giovani più attraverso gli stimoli del mondo esterno (dall"extrascuola") che non dall'aula scolastica. Eppure la cultura economica è uno dei  fondamenti della cultura civica prima ancora che essere supporto decisivo di qualunque carriera professionale. Di conseguenza, essa ha una valenza fortemente educativa, è centrata su valori prima ancora che su comportamenti (libertà di iniziativa, sviluppo, soddisfacimento dei bisogni essenziali).

Il disegno formativo della cultura economica è organicamente orientato a cogliere i dati strutturali della realtà sociale in cui lo studente si deve inserire: il rapporto costi - benefici e mezzi - fini, la produzione e la distribuzione delle risorse, il governo del sistema economico, le relazioni politiche e sociali implicate nella dinamica economica.

La cultura economica deve essere inserita tra i saperi fondamentali della scuola del XXI secolo, come componente essenziale per l'inserimento sociale e lavorativo del cittadino in una società ad economia di mercato e ad industrializzazione avanzata.

Le imprese non chiedono alla scuola di fornire loro “prodotti su misura”. Ogni studente che esce da una scuola con il diploma non potra’ mai soddisfare le mutevoli esigenze di specializzazione tipiche di un mercato del lavoro in continua evoluzione.

L’impresa chiede alla scuola di fornire ai giovani una preparazione solida e polivalente e di sviluppare quelle capacita’ critiche che stanno alla base di ogni personalita’ libera. Esse  chiedono alla scuola di sviluppare nei giovani:

- conoscenze linguistiche e logico-matematiche;

- padronanza dell'inglese e degli strumenti informatici;

- capacità relazionali;

- capacita diagnostiche (reperire, trattare e utilizzare dati];

- capacità decisionali;

- capacità di analisi e di sintesi delle situazioni;

- capacità di risolvere i problemi;

- capacità di adattarsi a nuove esperienze;

- capacità di comunicare chiaramente.

 

Ma uno dei punti di maggiore incomprensione tra la cultura media della scuola italiana e la cultura d’impresa riguarda il concetto di competizione, che da molti viene guardato con sospetto e identificato con concorrenza selvaggia e dunque giudicato inapplicabile in ambiente educativo.

Com-petere vuol dire in realtà cercare insieme. Non si puo’ competere senza conoscere. I giovani privi di competenze non sono competitivi nelle sfide che li attendono per affermarsi nel mondo del lavoro. La competizione non e’ un male ma un modo per cercare il miglioramento continuo nelle società libere. La competizione è un fatto naturale logico e che va incanalato e finalizzato. Per questo la scuola deve affrontare con coraggio anche il tema della competizione. Senza solide conoscenze e capacita’ i giovani sono svantaggiati nella competizione con i loro colleghi dei paesi più avanzati.

L'insieme di queste conoscenze e capacità sono ottenibili solo differenziando e migliorando gli stili di apprendimento e le modalità di insegnamento (forme di apprendimento moderne, didattica attiva, diffusione dello stage come esperienza formativa). E questo e’ possibile solo se la scuola e’ aperta agli stimoli che vengono dal territorio in cui e’ inserita.

La formazione scolastica dovrebbe dotare gli studenti di strumenti critici, di conoscenze e di stili operativi in grado di esercitare con piena consapevolezza i diritti di cittadinanza e di migliorare le loro chances di successo professionale. Molti  studenti universitari  si lamentano del fatto che – con la laurea in mano – non riescano a rispondere ad alcuna offerta di lavoro in quanto sono privi di quella esperienza in azienda che molte imprese chiedono come prerequisito per essere selezionato.

La maggioranza di loro non ha mai messo  piedi in una impresa. Questo e' il problema italiano: l‘assenza di un diffuso sistema di alternaza studio-lavoro, la lontananza culturale tra il mondo degli studi e quello del lavoro. Una  lontananza che danneggia soprattutto i nostri studenti che hanno una marcia in meno rispetto a molti loro coetanei europei per i quali lo stage non e’ un illustre sconosciuto.

La cultura idealistica, la vecchia contrapposizione “otium, negotium” ha invece diffuso in molti la percezione di una lontananza abissale tra il mondo della cultura e quello del lavoro. Se questa contrapposizione e’ mai stata corrispondente alla realta’, non lo e’ certamente oggi, in una società che e’ stata definita “della conoscenza”. Se e’ legittimo da parte di chi ha il compito di trasmettere ai giovani l’amore per il sapere un certo grado di diffidenza per organizzazioni produttive il cui precipuo scopo e’ il profitto, sarebbe auspicabile una più attenta capacita’ di cogliere le valenze formative insite nelle imprese, ovviamente non in tutte, ma certamente in quelle che per profilo di prodotto, per tecnologia e per processo produttivo incorporano in maggiore misura conoscenze.  Questo tipo di imprese non esistono senza ricerca, nascono dall’applicazione del metodo scientifico (riproduzione di fenomeni in condizioni controllate) alla produzione di beni e servizi. In questo genere di imprese da molti anni la formazione professionale non è più addestramento, e’ cultura. La professionalità non è più relegabile all’ambito della applicazione dei saperi, essa e’ cultura. Il  concetto di competenza non può essere più confuso con il concetto di abilita’.

 

·         La competenza

 

Spesso nei POF si parla di competenze in modo improprio, continuando a contrapporrre il concetto di competenza a quello di conoscenza. La competenza, in una visione olistica, incorpora conoscenze, abilità, abiti mentali e qualità umane. Gli inglesi, che riescono a trovare parole più semplici parlano di knowledge, skills e habits come ingredienti del più ampio concetto di competenza. Chi disprezza la competenza disprezza la cultura. La competenza infatti  non è solo avvitare un bullone, è anche saper fare una versione di greco.

Fino a quando ci saranno insegnanti che considerano la formazione professionale una sorta di ricettacolo per studenti poco dotati non saremo veramente entrati in Europa.

Occorre dimostrare senza retorica, ma con i fatti che esiste anche in Italia una vera  pari dignità tra scuola e formazione professionale. E al tempo stesso dimostrare che scuole e centri di formazione professionale, se nella ricerca dell’eccellenza devono competere, nel soddisfacimento del diritto alla formazione dei giovani  devono cooperare.

D’altro canto chi conosce il sistema educativo sa che in questo ambito l’unica competizione accettabile e’ quella che fa rima con cooperazione.

Sogno scuole che nel loro POF mettano in luce i legami di collaborazione con un CFP della zona, che progettino insieme un corso IFTS, che per   orientare i loro studenti, invitino  docenti della formazione professionale che ben conoscano il mercato del lavoro locale e siano capaci di offrire una immagine alta della formazione professionale, di pari dignità rispetto alla scuola.

Sogno assemblee studentesche che la smettano di inventare  invariabilmente al primo stormir di fronde autunnali, per giustificare proteste, autogestioni e occupazioni, inesistenti “mulini a vento” come la privatizzazione della scuola ma  chiedano una scuola che intrattenga fecondi e continui rapporti col mondo del lavoro.

Sogno un paese dove competizione faccia rima con cooperazione e efficienza con equità sociale.

 

 

Note

 

1)       H. Gardner, Sapere per comprendere, Feltrinelli, Milano, 1999, pag. 252

2)       AA. VV. , Progetto qualità, Studi e documenti degli Annali della Pubblica Istruzione, n. 84, Editore Le Monnier, Roma, 1998

3)       AA. VV. , Made in Italy. Scuola, impresa, professionalità, Editore Le Monnier, Firenze, 2000

4)       G. Fiocca, Storia della scuola. Le istituzioni educative e la Confindustria. Edizioni SIPI, Roma, 1994

5)        F. Susi (a cura di), Il leader educativo, Armando editore, Roma, 2001

6)       AA.VV., Rapporto sull’education, 4 volumi, Confindustria, Roma, 2000

7)       L. Biggiero, Il sistema scolastico italiano: un approccio postfordista, in L. Benadusi e R. Serpieri (a cura di), Organizzare la scuola dell’autonomia, Carocci, Roma, 2000, pag. 159

8)       Cfr. J. Delors, Nell’educazione un tesoro, Rapporto all’Unesco della commissione internazionale sull’educazone nel Ventunesimo secolo, Armando Editore, Roma, 1996

9)       Unione Europea, Insegnare e apprendere. Verso la società della conoscenza, Libro Bianco per l’anno europeo della formazione, Traduzione italiana, Bruxelles, 1995

10)   Cfr. G. Satta, L’inserimento socio-professionale dei giovani in una prospettiva europea, in B. Vertecchi (a cura di), Scuola e industria. Innovazione didattica nella scuola secondaria superiore