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UN CONTRATTO
DA PROFESSIONISTI ?
di Paola Tonna
L'apertura
del nuovo contratto della scuola è nell’aria. Non vogliamo, qui, attardarci
nella solita rappresentazione piagnucolosa di
misfatti e inadeguatezze dell’ultimo accordo, né addentrarci nell'esame
degli aspetti economici della questione, che sono stati trattati egregiamente
da altra parte. Cercheremo di affrontare il problema focalizzando tre
questioni:
1. Valutazione delle novità introdotte
con il CCNL ‘98-2001.
2. Criteri ispiratori del nuovo
impianto contrattuale.
3. Rapida analisi delle
richieste delle parti che hanno titolo a trattare.
Credo anche utile delineare, per una migliore
comprensione, lo scenario normativo che faceva da sfondo alla firma del vecchio
contratto.
Nel ’98, la “tensione”
innovatrice che l’atto d’indirizzo del Governo suggeriva all’ARAN, era orientata, in qualche modo, ad anticipare la
realizzazione dell’Autonomia che sarebbe divenuta operativa dal 1° Settembre 2000.
E l’allora Governo Prodi, raccomandava infatti, per una sua efficace
realizzazione, la valorizzazione degli insegnanti e la costruzione di figure
professionali coerenti con la nuova
realtà non più centralistica.
Avrebbe dovuto essere un
contratto propedeutico, insomma, per far partire le riforme con il piede
giusto. Contemporaneamente si era in attesa della Legge di Riforma dei Cicli,
su cui c’era ampia discussione nel paese, che avrebbe dovuto fornire i
contenuti fondanti per la realizzazione dei nuovi curricoli autonomi. E ancora,
vi era ampia e sofferta discussione in Parlamento su quel perno storico su cui
si fonda l’organizzazione del lavoro degli insegnanti, che è l’impianto dei poteri degli Organi
Collegiali. Il seguito è storia nota.
A tre
anni di distanza, senza tener conto delle altre novità legislative nel
frattempo intervenute (parità, elevamento dell’obbligo scolastico etc..), poco
determinanti ai fini di quello di cui stiamo parlando, la situazione non è,
nella buona sostanza, cambiata. L’Autonomia è partita, ma di fatto solo sul
piano finanziario ed organizzativo. L’autonomia didattica, prorogata
normativamente (con il D.M.234/2000) la via sperimentale della flessibilità del
15% del monte ore delle discipline, è rimasta infatti sostanzialmente asfittica
e poco attuata nelle scuole, principalmente perché le mancano le gambe su cui
marciare. Il cambio di Governo, com’è noto, ha determinato l’accantonamento dei
provvedimenti legislativi non completati, e l’avvio di un nuovo, diverso,
percorso. La legge di riordino degli
Ordinamenti e quella sugli OOCC, sono in Parlamento. Altri strumenti
legislativi, anche se più volte annunciati dallo stesso Ministro, per ora non
se ne vedono, e si prospetta così, il serio rischio di delegare nuovamente solo
al Contratto, materie proprie del Parlamento, quali la riscrittura dei nuovi
Profili professionali degli insegnanti, necessari se si vogliono dare
prospettive di vera realizzazione dell’Autonomia. Per via legislativa (D. L.gs 165/2001) si è,
guarda caso, proceduto, in occasione della scrittura delle nuove competenze dei
Capi d’istituto…
Ma andiamo all’esame del primo dei punti di cui sopra.
Si impone, anzi si
imporrebbe, dalle parti trattanti, una preventiva e seria analisi di
valutazione degli esiti delle principali
novità introdotte col Contratto del
’99 che, a nostro avviso sono tre:
l’istituto delle Funzioni Obiettivo, il nuovo sistema delle relazioni sindacali
(le RSU) e le norme dell’ ex art.29, più noto come il Concorsone.
Il bilancio delle F.O. si è
rivelato, in questi due anni, assolutamente negativo. Per due motivi: il primo
è dovuto al fatto che a questo istituto non si è voluto scientemente dare uno spessore professionale sul piano didattico. Si ricordi che le azioni formative messe in
campo dall’azione concertativa amministrazione-sindacati, sono state rivolte
esclusivamente all’organizzazione, alla gestione e alle capacità relazionali.
Si legge infatti, nelle linee guida: “..
non sono pensabili F.O. per attività di coordinamento di gruppi disciplinari
specifici o di area per quanto centrali possano essere all’interno di un
curricolo…”. Cosicché anche i colleghi inizialmente bendisposti verso
questo istituto, si sono via via accorti che, anche per mancanza di strumenti e
di obiettivi, venivano abbandonati a se stessi ad inventarsi ruoli e
professionalità dai contorni evanescenti e il più delle volte inutili, nonchè
gravosi sul piano burocratico in rapporto all’esiguità del compenso. Prova ne
sia che nei due anni di vigenza dell’istituto, molte F.O. (in termini di fondi
stanziati) non sono state assegnate e si è dovuto ricorrere ad una loro
ridistribuzione su scala nazionale.
Altro elemento che ne ha determinato il
fallimento, come istituto
“professionale”, è stato il carattere di elettività,
rivelatosi assolutamente non grado di selezionare realisticamente le competenze
e i pre-requisiti necessari a svolgere una funzione diversa dall’insegnamento.
Quanto al nuovo sistema
delle relazioni sindacali recepito dal Contratto del ’99, e cioè quelle RSU
praticamente imposte dalla CGIL, a posteriori non se ne può dare che una
valutazione negativa. Dall’analisi di un
questionario proposto dall’APEF, nell’ambito di incontri seminariali agli
insegnanti, circa il 90% ha risposto che la contrattazione d’Istituto non ha
migliorato affatto l’efficienza della propria scuola. Quasi tutti poi ritengono
“incresciosa” l’unitarietà delle RSU. La stesura dei contratti d’istituto, nei pochi casi dove ci si è potuti arrivare, è stata
laboriosissima, e ha costretto i malcapitati docenti-sindacalisti ad una
attività totalizzante di tipo micro-sindacale
nonché ad una rafforzata, inevitabile dipendenza tutoriale dalle
OOSS. E’ diffusa la sensazione che questo istituto di stampo aziendalista legittimi, peraltro
impropriamente, il Capo d’Istituto a ruolo di Capo del personale, relegando
sempre di più ( come se ce ne fosse bisogno) i docenti verso una dimensione
impiegatizia. Per volontà confederale poi, con il contratto del 2° biennio
economico, queste RSU-BLOB stanno
lentamente inglobando materie che sono di competenza professionale dei docenti.
Espropriando gli organismi collegiali professionali delle loro prerogative,
hanno ridotto ancora di più il potere decisionale del corpo docente e la sua
autorevolezza.
Quanto al tentativo
maldestro della valutazione dei docenti voluta attraverso i quiz dell’art.29, i
docenti stessi hanno provveduto a cassarla. E visto il sonoro tonfo che ha
fatto la parte politica e sindacale che lo aveva proposto, è auspicabile che si
sia fatto tesoro di quella esperienza.
Resta però l’aspetto merito-valutazione che solo agli struzzi può sfuggire.
E’ la questione primaria da
affrontare nel nuovo contratto.
Passiamo quindi all’analisi
del punto 2., anche qui non senza una premessa. E’ indubbio che l’impegno del
prossimo contratto, dovrà essere quello di curare finalmente la dimensione professionale dei docenti. Infatti i
docenti sono l’anello mancante di un rinnovamento normativo e contrattuale già
avvenuto per le altre due categorie operanti nella scuola. Profili, compiti e
specificità dei capi di istituto sono stati ben delineati, oltre che per via
legislativa, anche per via contrattuale con un contratto che TUTTE le parti trattanti hanno voluto in un’area specifica e separata dagli altri.
Per quanto riguarda gli ATA , la sequenza contrattuale, firmata circa un mese,
fa ha individuato nuovi profili
professionali sia per i coordinatori tecnici che per quelli amministrativi
con “compiti di responsabilità e di
coordinamento di aree e settori organizzativi e di vicariato”; il che è scaturito “ dalla esigenza di offrire
una concreta prospettiva di progressione di carriera a tutto il personale Ata
nella prospettiva di un nuovo modello organizzativo nel contesto dell’autonomia
scolastica”.
Dunque finora si è
individuato nell’area separata ( per
i Capi di Istituto ) e in uno sviluppo
di carriera (per il personale Ata), gli elementi essenziali per le nuove
complessità dell’autonomia. Solo chi è in malafede, a questo punto, può
sostenere che per i docenti non vi sia bisogno né dell’una né dell’altra cosa.
Col che dovrebbe, però, contestualmente ammettere che quella docente è la
categoria meno “specifica” e meno ”strategica” per realizzare l’autonomia
didattica delle scuole. Nessuno , ovviamente, lo ammette, ma tutti, di fatto,
lo praticano.
Noi riteniamo che dal
prossimo contratto sia inderogabile la creazione, per gli insegnanti, di un
modello a responsabilità reticolare,
fulcro di una più articolata organizzazione del lavoro collegiale. La sfera
della didattica – ricerca –
programmazione – valutazione – autovalutazione - tutoraggio, resa
certamente più complessa dal modello autonomistico, ha bisogno di figure
professionali, preparate, in grado
di coordinarle. E questa necessità è già
indicata nella Legge di Riforma, attualmente in Parlamento, se all’art.5
comma f, prevede la formazione in strutture universitarie “ degli insegnanti interessati
ad assumere funzioni di supporto, di tutorato e di coordinamento dell’attività
educativa, didattica e gestionale delle istituzioni scolastiche..”. Uno
sviluppo di carriera, insomma, che
potrà essere in grado di risolvere, di fatto, la querelle sulla meritocrazia,
realizzandola in una dimensione di tipo “funzionale”. (1)
Ora va da sé che quanto
sopra ha come pre-requisito l’eliminazione di un’anomalia solo italiana e cioè l’assenza di un’area
contrattuale specifica che, analogamente a quanto avvenuto per i Dirigenti,
abbia un suo budget economico e dei propri “specifici” spazi di individuazione
della organizzazione del lavoro. Chi
parla di contratto dai contorni europei, non può solo riferirsi all’aspetto
economico e non a quello giuridico. In tutti gli altri paesi esistono contratti
specifici per i docenti e nella stessa Italia, quello della scuola è il solo comparto
pubblico dove chi esercita funzioni professionali ha un contratto unificato con
gli amministrativi e gli esecutivi.
Questa anomalia in passato,
oltre ad essere disutile per l’efficienza del sistema istruzione, ha già
prodotto dei mostri. Chi ha dimenticato il sistema dei gradoni con
l’aggiornamento obbligatorio dal bidello al docente, nel contratto del ’95 ? E di nuovo, il contratto del ‘99 ha prodotto
un analogo sviluppo professionale per docenti, amministrativi, tecnici e
ausiliari con le F.O. . Le funzioni, tuttora non si sa bene quali siano ma,
solo in omaggio ad una ideologia ugualitarista e per gli interessi ( tessere e
rappresentatività) dei sindacati, l’obiettivo l’hanno finora raggiunto: quello
di impedire agli insegnanti di staccarsi professionalmente dall'informe pangea
impiegatizia di tutto il personale della scuola.
Se cerchiamo di farci
un’idea di come le OOSS “rappresentative”intendono affrontare le questioni
sopra esposte c’è, ancora una volta, da mettersi le mani nei capelli. I Confederali,
che non hanno ancora presentato una piattaforma unitaria, hanno affidato le
loro intenzioni programmatiche, ad una “lettera
sulle linee rivendicative per l’apertura del negoziato“, inviata a Ministro
e Istituzioni competenti nel marzo scorso.
Fatta salva, a onor del vero, la richiesta forte
del mantenimento degli accordi economici che Cgil ha ripreso con inusitata
combattività dopo decenni di letargo, il primo elemento che emerge
drammaticamente è la natura esclusivamente
sindacal-rivendicativa e conservatrice
del documento.
In apertura viene rigettata ogni possibile apertura ad una logica professionale, con il rifiuto di qualsiasi modifica nell’attuale comparto di contrattazione. Insomma dopo averla voluta per i capi di istituto, queste organizzazioni “rappresentative” degli insegnanti dicono NO ad un’area di contrattazione specifica. E le risibili motivazioni di eventuali ritardi nell’apertura del tavolo negoziale, addotte nelle prese di posizione pubbliche di questi giorni, non riescono a celare a chi vuole vedere, i veri motivi di questo rifiuto. La questione di un nuovo assetto professionale per i docenti viene affrontato con il solito bla-bla, tanto fumoso lessicalmente quanto generico nei contenuti. Se si confrontano, tuttavia , le linee espresse per i docenti con quelle per gli ATA ( il tutto raccolto in un unico paragrafo dall’illuminante titolo “ I lavori della Scuola”), si può vedere come, per questa categoria di personale, i termini si fanno più precisi.
Si parla di “maggiore
complessità “ del lavoro degli ATA, di una
“specificità” che deve essere affrontata nel contratto, con risposte adeguate,
fino ad affermare che l’autonomia
scolastica ne ha aumentato le competenze richieste e le responsabilità. Per
gli ATA i Confederali chiedono: l’adeguamento
delle figure professionali esistenti e l’istituzione di nuove figure
professionali. Carriere appunto per
il personale impiegatizio e
organizzazione pervicacemente ugualitaria per quello professionale !
A corollario di questo quadro “riformatore” c’è un altro aspetto
inquietante: si chiede il rafforzamento dei livelli di contrattazione nelle
scuole, con ulteriore valorizzazione
delle RSU a cui, senza mezzi termini, si affida il ruolo di tutori delle
prerogative professionali dei docenti. Cosa altro sennò sta a significare la
frase che “ le relazioni sindacali devono
favorire la specificità del POF e la valorizzazione delle sedi ( C.d.D. ) di
programmazione” ?
Il cerchio si chiude: invece di valorizzare gli Organismi professionali dei docenti che semmai, dovrebbero avere come strumento solo sindacale le RSU, si esaltano queste ultime deprimendo, nei fatti l’autorevolezza dei primi.
Né, del resto, può più venire in aiuto una Gilda ormai capace di esprimere solo rivendicazioni da sindacato di base, e che nemmeno l’antica e consueta richiesta dell’area contrattuale specifica è in grado di riportare al rango di associazione professionale. Infatti non sa farsi una ragione del fatto che un contenitore, se è vuoto di proposte professionali coerenti ed innovative, non avrà mai la forza di contrastare il peso politico dei Signori di cui sopra e ribaltare la logica che deprime gli insegnanti. Perché l’ area contrattuale, se ottenuta da sola, altro non sarà che un pezzo di carta da appendere in salotto.
Segnali di “trasformazione interna” verso una concezione più innovativa sul piano professionale del lavoro docente sembrano giungere, tuttavia, dagli autonomi dello Snals.
Stante questo quadro, L’APEF auspica, che in ultima analisi sia il Parlamento ad occuparsi del problema, decontrattualizzando i profili professionali per sottrarre la scuola e gli Insegnanti a questa logica pervicacemente conservatrice.
Aprile 2002
(1) ) per ulteriori approfondimenti vedere l’articolo “Per una carriera professionale dei docenti….” sul sito www.apefassociazione.it