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Insegnare, imparare, educare
di James
Hillman
La mia idea si regge su
una distinzione fondamentale che specificherò in questa frase iniziale: l’insegnare
e l’imparare non devono essere confusi con l’educazione e possono persino
essere impediti dall’educazione. Inoltre, se questa distinzione è fondamentale,
allora sarà precedente ai progetti per la riforma dell’educazione, alla
certificazione degli insegnanti, alle missioni e e agli scopi dei programmi
educativi, ai contenuti dei curricula, e ad altri dibattiti che
impegnano cittadini ed esperti. La distinzione può essere posta in termini
semplici e pratici. Qualcosa dentro di noi, quasi naturalmente, vuole imparare,
specialmente nell’infanzia. Come usare una sega, cucinare un uovo strapazzato,
ricordare i versi di una canzone? Dove va il sole quando scende “giù”? E dove
sono i pettirossi d’inverno, e perché le anatre non annegano come i polli? Qualcosa
dentro di noi vuole sapere dove, come, quando, che cosa. Porre domande è innato
alla psiche umana. Un bambino fa domande agli insegnanti, ai genitori, agli
amici, persino ai libri, per soddisfare la sete di apprendere, anche fino ad
assumere un comportamento ossessivo, ritualistico, dove “perché?” si ammucchia
su “perché?” e su “perché?”. Possiamo imparare ponendo delle domande, ma
impariamo ancora di più osservando, ascoltando, imitando, sperimentando e
assorbendo sensualmente il mondo che ci circonda. Il bambino, come facciamo noi
stessi, tiene un occhio all’esterno e un cuore aperto per il dove e il che
cosa, e specialmente il chi può soddisfare questo desiderio d’imparare.
In corrispondenza con
questo desiderio d’imparare c’è un impulso a insegnare, egualmente innato.
Qualcosa, di nuovo piuttosto naturalmente, vuole rispondere a una domanda,
dimostrare, spiegare, correggere. “Su, dammi quello; lascia che ti mostri come
si fa”. “Non tenere la sega così stretta. Lascia che siano i denti a fare il
lavoro”. “La pioggia? Ebbene, noi facciamo la pioggia nella nostra stanza da
bagno: guarda come il vapore del bagno produce delle piccole goccioline sulla
superficie fredda dello specchio”. La relazione fra l’imparare e l’insegnare è
animale, naturale, data, dotata di ubiquità; non è tanto il prodotto della
civilizzazione e della cultura quanto la loro base. La cultura chiama questa
relazione, tradizione; la civilizzazione, educazione. Comunque diamo forma a
questa relazione, l’insegnante e l’allievo, la guida e l’apprendista,
l’esperienza e l’innocenza, il sapere e l’ignoranza, il pieno e il vuoto sono
costituenti costanti della vita interiore dell’anima. In quanto tali,
appartengono non solo ai primi anni o alle prime fasi dell’indagine. La ricerca
di un insegnante, di un insegnamento e il desiderio d’insegnare continuano in
modo significativo nella tarda età. Uno dei momenti più miserevoli della tarda
età è quello in cui l’impulso a insegnare viene frustrato: nessuno vuole ciò
che si può insegnare. Fra questi due impulsi e la loro affinità l’uno per
l’altro viene l’Educazione. Immaginate l’Insegnare e l’Imparare come un
fratello e una sorella, sperduti nel bosco, come Hansel e Gretel nella fiaba,
catturati dalla strega, l’Educazione, e sempre sul punto di essere divorati
dall’insaziabile appetito di quella strega. L’intervento dell’Educazione sembra
piuttosto ragionevole: mira a facilitare la serendipità (1) della relazione
rimuovendo la casualità e controllando il contingente. Soprattutto l’educazione
esteriorizza e sistematizza la relazione nella “scuola” (istituzioni
educative). Tenta di mettere in contatto i giusti (qualificati) insegnanti con
i giusti (selezionati) allievi. Così l’insegnare e l’imparare vengono
personificati in classi di persone: quelli che possono e quelli che non
possono; quelli che sanno e quelli che non sanno. La vocazione innata diventa
una professione accreditata. Il potere inevitabilmente fa seguito alla
divisione in classi, che minaccia l’insegnare e l’imparare con la paura
dell’“altro”. Gli insegnanti temono i loro studenti; gli studenti i loro
insegnanti, minacciando l’educazione stessa e conducendola a definire il suo
ruolo non tanto come uno strumento di agevolazione, ma come un’autorità
impositiva. In questo modo l’educazione separa l’insegnare e l’imparare. Pure
la storia dell’autodidatta mostra che i due elementi potenziali nella natura
umana sono funzioni complementari. Quanto ciascuno di noi ha imparato e ancora
impara insegnando a se stesso da solo!
L’educazione richiede
un intero esercito di amministratori, esperti, specialisti; divisioni in
classi, unità, soggetti, discipline, dipartimenti; conseguimento di traguardi,
gradi, prove, valutazioni; e naturalmente bilanci preventivi, supervisione,
responsabilità misurabile. Pure l’educazione si suddivide in due specie:
primaria e superiore, tecnica e classica, scienze e arti; riparatrice e
avanzata. Il misterioso lavoro emotivo di insegnare e imparare viene cooptato
nelle forme esteriori che mirano a farlo avvenire. In verità, l’insegnare e
l’imparare scompaiono in vicoli laterali e in occasioni segrete. Dei lunghi
anni trascorsi nella scuola quanti pochi episodi di illuminazione conservati
nella memoria, quanti pochi momenti di insegnamento che hanno acceso un fuoco!
Anche per gli insegnanti solo una manciata di studenti da tante classi
realmente “connesse” restano ben presenti nella memoria. Potrebbe sembrare che
la distinzione che sto tracciando segua un vecchio spartiacque fra ciò che
William James - che fu lui stesso molto interessato all’insegnamento (Conversazioni
con gli insegnanti, 1899) - chiama le menti “dure” e quelle “tenere”.
Questa divisione domina la teoria pedagogica come l’opposizione tra disciplina
e libertà, tra il classico e il romantico, fra le nozioni del bambino come
selvaggio e il vuoto bisognoso del battesimo e la disciplina o il bisogno
innato assennato e creativo di opportunità ed espressione. Potrebbe sembrare
che la mia enfasi sul desiderio istintivo di imparare e insegnare segua un lato
di questo spartiacque, cioè il Romanticismo di Rousseau, Pestalozzi, Frobel,
Montessori e Alice Miller, i quali tutti sottolineano l’elemento idiosincratico
piuttosto che quello nomotetico, privilegiando l’individuale sulle necessità
collettive della società. Ma questa non è la mia intenzione. Io sfuggirei da
questo spartiacque del tutto, perché la coppia insegnare-imparare, nonostante
preceda l’educazione non può subire un’interpretazione letterale in un
programma d’educazione. Io cerco di fuggire dalle ideologie che annunciano, o
denunciano, programmi in ciascuna direzione: da una parte, modelli più duri di
contatto intensificato fra insegnanti e studenti, o, dall’altra, una tenera
educazione in classi collaborative e l’istruzione scolastica a casa. Se io
optassi per un progetto diventerei un educatore, mentre sono solo uno
psicologo. Cerco di descrivere ciò che giace nell’anima dell’educazione
piuttosto che prescriverne la forma. Voglio solo che l’affinità innata fra
l’insegnare e l’imparare, e l’idea di ciò come di un fatto primordiale, restino
vive nell’anima.
L’educazione oggi
assorbe il 5% del prodotto mondiale nazionale lordo; l’educazione è la più
grande industria del mondo. Enormi difficoltà stanno schiacciando le scuole nel
mondo. Sebbene queste difficoltà appaiano nella psiche turbata di insegnanti e
allievi, esse non sono radicate nell’insegnare e nell’imparare. Infatti
l’immediatezza di quel rapporto è un porto sicuro, una salvezza dai problemi
dell’educazione. Per la gioventù ci sono pochi rifugi, poche fughe dai problemi
dell’educazione contro i quali c’è tanta ribellione, sia diretta - come il
rifiuto della scuola, la violenza e i desaparecidos o scomparsi - sia
indiretta, nei sintomi psicologici che ostacolano l’imparare, ad esempio “i
disturbi dell’imparare”. Gli insegnanti, presi fra le richieste dell’educazione
da una parte e la ribellione degli studenti dall’altra, sono in una posizione
simile a quella di un medico verso il paziente, di un avvocato verso il
cliente, di un giornalista verso la fonte, del prete verso il peccatore. Sono
obbligati dalla fedeltà alla loro coppia a stare con i loro studenti i cui
sintomi rappresentano una resistenza a quel disordine generale dell’imparare
chiamato “educazione”. Immaginate! La psiche si ribella contro il vero imparare
che una società guidata dall’economia insiste nel ritenere di primaria
importanza. Devi ricevere un’educazione, avere un’educazione,
perché allora sarai più vendibile, servendo l’economia e alzando il Pil. Ecco
perché gli insegnanti sono risorse nazionali, fornire le loro prestazioni
soddisfa le quote di produzione stabilite per loro! L’educazione come merce,
come un investimento di capitale che serve alla competizione del libero
mercato. È questo ciò a cui i sintomi dicono “no”? È questo ciò che il rifiuto
della scuola in definitiva significa? Qualcosa si sta ammalando nel cuore
dell’educazione; è malata nel cuore, e questo cuore non può essere ristabilito
con semplici esercizi di base o con una nuova dieta dell’anima, né questo cuore
può essere sostituito da una macchina ad alta tecnologia.
Possiamo osservare il
cuore dell’insegnare in azione in tre esempi tratti dalle biografie di
scrittori distinti. James Baldwin, il romanziere e saggista americano, ricorda:
“Un edificio scolastico… terribile, antico; scuro, cupo e a volte pauroso. In
una classe di cinquanta bambini, per lo più neri, un’insegnante Orilla Miller –
una giovane insegnante di scuola, bianca, una donna bellissima… che amavo… in
modo assoluto, dell’amore di un bambino”, riconobbe una qualità in questo
bambino nero di dieci anni. “La giovane donna del Midwest era sorpresa dalla
vivezza d’ingegno di questo bambino dei bassifondi”. Scoprirono un interesse
comune in Dickens; lo leggevano entrambi ed erano ansiosi di scambiare
opinioni. Anni più tardi, dopo essere diventato famoso, Baldwin scrisse alla
sua vecchia insegnante, chiedendole una fotografia. “Ho tenuto il tuo volto
nella mia mente per molti anni”. Un altro resoconto, questo di Elias Kazan, lo
straordinario regista cinematografico: “Quando avevo dodici anni ebbi un colpo
di fortuna, l’incontro con la mia insegnante dell’ottavo grado, Miss Shank
influenzò il corso della mia vita… Mi prese in simpatia… fu lei a dirmi che
avevo dei begli occhi marroni. Venticinque anni più tardi, mi scrisse una
lettera. “Quando avevi solo dodici anni” scrisse, “la luce cadeva dalla
finestra attraverso la tua testa e la tua fisionomia e illuminava l’espressione
del tuo volto. Pensai alle grandi possibilità che erano nel tuo sviluppo e …”.
Miss Shank si avviò sollecitamente a sottrarmi alla tradizione della nostra
gente riguardo al figlio maggiore e a indirizzarmi verso… le discipline
classiche”. Un terzo esmpio è quello di Truman Capote, un tipico “bambino
difficile”, che faceva tutto quello che poteva per disturbare la classe e
provocare i suoi insegnanti. Ma incontrò la simpatia della sua insegnante di
scuola media, Miss Wood. Condividevano un interesse per Ibsen. Miss Wood invitò
spesso il giovane Capote a cena, lo favoriva in classe e incoraggiava i suoi colleghi
a fare altrettanto.
“Mi prese in
simpatia”, ha detto Kazan; “Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti
anni”, ha detto Baldwin; Miss Wood invitava Capote a casa per mangiare insieme
e gli forniva ciò che desiderava in classe. Miss Shank “mi disse che avevo dei
begli occhi marroni”, ha detto Kazan. Queste schizzi ci dicono che c’è un modo
di valutare indipendente dagli esami. L’insegnare vede con l’occhio del cuore.
Noi non crediamo più in questa specie di visione: “…la luce cadeva dalla finestra
attraverso la tua fisionomia e illuminava l’espressione del tuo volto”. Ma al
giorno d’oggi, forse specialmente negli Stati Uniti, vediamo solo con l’occhio
dei genitali. L’attrazione che ha appassionato questi allievi e questi maestri
oggi sarebbe seduzione, manipolazione, persino abuso. Agli insegnanti è
consentito di essere chiamati dalla bellezza; l’educazione permette che l’eros
si risvegli? Ma se dovesse risvegliarsi, allora l’eros non corromperebbe
l’obiettività e l’eguaglianza? Può darsi che proprio qui risieda la ragione più
profonda dei computers all’interno dell’aula: essi sono completamente
imparziali. Non c’è eros nel programma. Niente eros neppure nell’accademia -
una mancanza comune in istituzioni di istruzione superiore. I professori non ascoltano
le lezioni degli altri, leggono i saggi degli altri. Borsisti e ricercatori non
amano l’amministrazione; gli amministratori non amano i professori. Il
personale è “di una classe più bassa”, persino al di sotto degli studenti. Gli
studenti mettono in contatto i loro cuori affamati con la loro sete di
conoscenza che sarà superata dalle vane preoccupazioni della facoltà, loro
stesse in cerca di amore. La trappola sessuale diviene l’unico accesso all’eros
nell’università. Gli esempi di Baldwin, Capote e Kazan rivelano qualcosa di
particolare riguardo all’eros dell’insegnare. Ciò che fece riunire le coppie,
la reciproca attrazione, fu una visione comune. L’amore fiorì perché
condividevano una fantasia. Per Baldwin e Miss Miller, Dickens; per Capote e Miss
Wood, Ibsen e Undset; per Kazan, la visione di un futuro umanista. Essi
percepirono la bellezza l’uno nell’altra e permisero la vicinanza. (Capote
veniva a casa per cena; Miss Shank studiava il volto e gli occhi di Kazan; Miss
Miller dava a Baldwin il suo tempo privato). Quando l’eros è represso cade in
un’intimità clandestina. Pure impariamo attraverso la vicinanza - osservando le
mani del maestro al lavoro, ascoltando le inflessioni vocali, contagiati dalla
gioia del compito. Uno degli studenti di Socrate dice (Teagete 127 Bff):
“Ho fatto progressi ogni volta che ero insieme a te… e sono progredito più
rapidamente e profondamente quando mi sono seduto vicino, accanto a te e ti ho
toccato”. Mentre sull’educazione nello stesso passaggio (128B) Socrate dice:
“Non so niente di questo raffinato sapere dei Sofisti; io ho soltanto un
piccolo corpo di sapere: la natura dell’amore (tà erotika)”.
È importante mantenere
distinte nella mente le molte specie di eros. I filosofi della Chiesa
potrebbero elencare una quarantina di specie di relazioni amorose, come i
soldati in armi, i compagni in un viaggio, le suore in un ordine, il servo e il
padrone, fratelli e sorelle, e naturalmente madri e figli, mariti e mogli. Ciò
che in particolare il mentore divide con il suo o la sua protetta è un amore
nato da una fantasia comune. La loro dedizione non è tanto per ciascuno come
amanti quanto - in questi casi di scrittori - per la lingua inglese. I loro
demoni sono in armonia, ciascuno aiuta l’altro a soddisfarsi. Insegnare e imparare
sono necessari l’uno all’altro e, come Hansel e Gretel si salvano l’uno con
l’altro. Così l’insegnante non è un genitore sostitutivo che procura allo
studente i soldi per il pranzo e scarpe nuove. Miss Miller e Miss Wood e Miss
Shank nutrivano le anime degli studenti e mettevano il fuoco nei loro spiriti.
Prima di concludere
questo discorso rivolto agli insegnanti mi piacerebbe rendere più chiaro un
pensiero. La base dell’insegnamento nel Ventunesimo secolo non è diversa da
quella di qualunque altro, anche se il contenuto e la forma dell’educazione
subiscono le esigenze della storia. Il fatto che l’educazione presti il suo
corpo alla piazza del mercato nella nostra epoca, non è diverso dalla sua
prostituzione alla dottrina politica nell’era di Stalin e Hitler, o Mao e Pol
Pot, o alla Chiesa nella Francia della Scolastica, o all’ortodossia musulmana
nelle scuole del Medio Oriente. All'insegnamento si chiede sempre di
sottomettersi senza protestare di fronte ai dogmi educativi: lo testimoniano il
destino di Socrate, la persecuzione degli insegnanti irlandesi nelle scuole di
trincea durante la dominazione inglese. A causa del potere degli istituti
educativi, il vero imparare, analogamente alla psicanalisi, diventa sovversivo.
L’imparare deve nascondersi all’interno dell’educazione come abbiamo visto nei
tre piccoli bambini e nei loro insegnanti, dove una corrente erotica lega in
modo sovversivo l’insegnante e lo studente. Marsilio Ficino, uno dei più
autorevoli insegnanti d’Europa, si riferì a questo imparare nascosto e
sovversivo come contro-educazione. Noi impariamo ciò che è ufficialmente
insegnato, e re-impariamo il contrario o ciò che sta più profondamente nel suo
interno, vedendo in esso e attraverso esso, decostruendo, diciamo, con il
chiedere ulteriormente: “Questo materiale, questo metodo, questa ipotesi che
cosa significano per l’anima?”. La contro-educazione interiorizza e
individualizza, come ha detto Ficino, le uniformità dell’educazione.
Individualizzare l’educazione, cioè collocare l’imparare all’interno dell’anima
di qualcuno, esige l’eros, non perché l’individualizzare favorisce uno studente
a scapito di un altro, il cosiddetto “prediletto dell’insegnante”, ma perché
l’eros incendia il particolare stile di desiderio di ogni persona. Con “uniformità”
mi riferisco a modelli di prove, misure di intelligenza, gradazioni attraverso
livelli, libri di testo uniformi, divisioni del tempo, architettura delle aule
scolastiche, ecc. L’idea autentica dell’uniformità educativa, dell’universalità
stessa, è stata radicalmente sfidata teoricamente da Howard Gardiner, a
Harvard, e molto tempo fa da Giambattista Vico a Napoli. Per Vico i veri
universali dai quali potevano essere derivati i modelli sono i miti classici,
che ha chiamato universali fantastici, cioè i tipi archetipici che
governano l’immaginazione e dai quali dipende lo stesso pensiero. Questi universali
mostrano come la natura umana immagina i suoi problemi, viene a contatto con
essi, ed effettua scelte di valore. Essi offrono un modo di pensiero umanista o
quella che può anche essere chiamata una base poetica della mente che è capace
di superare il nichilismo etico dell’educazione contemporanea e l’ottusità
estetica travestiti e rinforzati dal “metodo obiettivo”.
Così, seguendo Vico,
la base archetipica della mente è un substrato sia di logica che di sogno, di
scienza e di arte, di passato e di presente, di obiettività e di soggettività.
Mentre Vico propone le molteplici persone e storie e valori dei miti nella loro
immensa differenziazione, Gardiner mina l’uniformità dimostrando che l’imparare
dev’essere molteplice perché l’intelligenza è molteplice. L’imparare e
l’insegnare devono seguire una varietà di pensieri. Una dimensione non va bene
a tutto. Anche la nozione di “misura” può essere liberata dalla sua angusta
denotazione - significati matematici e statistici - per allargarla al chi, al
perché e al che cosa è stato misurato; per esempio, l’estetica, la narrativa,
la morale o le capacità del corpo. Ma ora sto andando oltre il mio semplice
tema e sto trasgredendo nel campo delle idee educative, idee per rifondare
l’educazione lungo linee che derivano da Vico e Gardiner, il che implica che il
primo compito dell’educazione sarebbe di psicoanalizzare se stessa, di
decostruirsi trovando i miti che suggeriscono i suoi programmi. Pure, qualunque
cosa venga proposta da chiunque, dovunque, la techne e la praxis di
tutti i programmi educativi, la realtà di ogni adempimento dipende
dall’affinità naturale fra la coppia archetipica: l’Insegnante e lo Studente.
(Traduzione dall’inglese di Giovanni
Piccioni)
Nota
1) Dall’inglese serendipity. Lo scoprire qualcosa di inatteso e importante che non ha nulla a che fare con quanto ci si proponeva di trovare o con i presupposti teorici sui quali ci si basava. Il significato del termine trae origine dalla fiaba persiana I tre principi di Serendip, nella quale gli eroi protagonisti posseggono appunto il dono naturale di trovare cose di valore non cercate.