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A.P.E.F. Associazione Professionale di Insegnanti
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LA SPERIMENTAZIONE MORATTI
Questa iniziativa trova il suo supporto giuridico nell’art.11 del Regolamento dell’Autonomia ( DPR 275/99 ), dove è previsto, infatti, che: “ il Ministro della Pubblica Istruzione promuove, eventualmente sostenendoli con appositi finanziamenti, progetti in ambito nazionale, regionale e locale, volti ad esplorare possibili innovazioni riguardanti gli ordinamenti degli studi, la loro articolazione e durata, l’integrazione tra i sistemi formativi, i processi di continuità e orientamento.” Nell’articolo citato è anche previsto il parere consultivo del CNPI e il Decreto recepisce e fa sue alcune puntuali osservazioni espresse dai Consiglieri.
Il progetto, proposto alla libera adesione degli organismi collegiali delle scuole, è rivolto a non più di due circoli didattici o istituti comprensivi per ogni provincia, nonché a due scuole paritarie preferibilmente per ogni capoluogo di regione. A conti fatti le scuole coinvolte non superano le 200 unità, e sono state individuate dai Direttori Regionali tra il migliaio propostesi per l’adesione. Ne è interessata la scuola dell’infanzia, per intero, ed il primo anno della scuola elementare.
Tutta la sperimentazione, in realtà è imperniata su due novità “forti” sul piano della flessibilità organizzativa. Novità che hanno determinato lo scatenarsi del versante sindacale da una parte, e di quello politico (di area cattolica e area diessina ) dall’altra.
La prima consiste nella possibilità di anticipare, in deroga alla legge vigente, la frequenza sia alla scuola dell’infanzia che a quella elementare per i bambini che compiano, rispettivamente, tre e sei anni entro il 28 febbraio 2003. Le ammissioni avverranno senza riaprire le iscrizioni, come aveva chiesto il CNPI, e non possono essere attivate in presenza di liste di attesa, per non pregiudicare il diritto alla frequenza dei bambini già iscritti o aspiranti tali. I bambini che aderiranno anticipatamente alla scuola dell’infanzia, verranno individuati con la collaborazione degli asili nido presenti nel territorio. Per la scuola elementare proverranno dalle scuole dello stesso circolo didattico o istituto comprensivo. Le scuole potranno inoltre, se lo ritengono, stipulare contratti d’opera con esperti esterni e avvalersi di figure professionali specifiche che supportino i docenti. Peraltro questa possibilità è già prevista nel CCNL attualmente in vigore.
Nonostante che
il Decreto preveda, com’è ovvio, la
libera adesione delle famiglie, su questa possibilità di anticipo, come si
è accennato, si sono catalizzate le più intransigenti opposizioni sia da parte
politica che sindacale, tutte incuranti del fatto che ogni anno una larga fetta
di bambini ( circa il 5% fonte MIUR )
adotta le più diverse soluzioni ( uditori, iscrizione a scuole private etc..) per accedere in anticipo alla scuola, essendo una
cospicua parte della società convinta
che le capacità cognitive ormai raggiunte dai bambini di queste fasce di età lo
consenta. Eppure la parte cattolica lo nega per un tradizionale
conservatorismo, salvo poi nelle sue
scuole, derogare dai limiti d’età imposti per la scuola pubblica; mentre la
sinistra per motivi di pura opposizione,
è platealmente tornata su una posizione di conservazione dell’esistente dopo
aver sostenuto per decenni la necessità di una scolarizzazione precoce; le
organizzazioni sindacali, tutte, per una autodimostrazione
di esistenza attraverso l’ipertutela dei suoi rappresentati, che passa sempre
attraverso il negare qualsiasi innovazione rispetto all’esistente. Col che gli
insegnati sono trattati da minus habentes,
quasi che non fossero in grado di decidere senza il sindacato (sic!) se aderire
o meno ad una scelta professionale di tipo didattico.
Il docente prevalente
L’altra novità di rilievo, già ampiamente motivata nella proposta del Gruppo di Lavoro del Prof. Bertagna, è rappresentata da una diversa impostazione didattica rispetto al modello dei tre docenti su due classi previsto dalla riforma del 1990.
Si sperimenterà nelle prime classi delle elementari un docente tutor, che avrà la responsabilità di precisi compiti educativi. Curerà infatti la continuità educativa e didattica e l’efficacia dei percorsi formativi di ogni alunno. Sarà insomma l’insegnante di riferimento per gli allievi e avrà anche l’onere di curare i rapporti con le famiglie, con la cui collaborazione predisporrà il portfolio delle competenze di ogni singolo allievo. Il portfolio, una sorta di scatola nera del percorso didattico, scritto anche con gli altri docenti del team, comprenderà la descrizione di percorsi seguiti e dei progressi educativi raggiunti corredati dalla documentazione prodotta dall’allievo. Per espletare questi compiti il docente tutor effettuerà una articolazione oraria diversa da quella attualmente prevista e cioè dalle 18 alle 21 ore di didattica frontale in ciascuna classe, in luogo delle attuali 22+2. La novità comporterà certamente una non modesta riduzione del personale. Non c’è quindi da stupirsi se i sostenitori dell’organizzazione a moduli, contestino strenuamente quello che ritengono essere un ritorno al docente unico. In realtà tutti sanno che alla base delle scelte del ‘90 vi era l’esigenza di salvaguardare gli organici a fronte del vistoso calo demografico, piuttosto che una conseguenza della nuova impostazione dei programmi didattici del 1985. Gli anni passati hanno visto spesso una proliferazione di figure docenti, con il risultato di arrivare in molti casi ad una secondarizzazione degli insegnamenti, cosa che sono in molti a ritenere, non essere certamente congrua con lo sviluppo e i bisogni evolutivi di questa fascia d’età.
Ma in questo paese dove nessuno ricorda, sindacati per primi, che la scuola è in funzione degli allievi e l’impostazione didattica non può essere asservita al mantenimento degli organici in un’ottica costantemente difensiva, si arriva alla guerra santa cui abbiamo assistito nel mese di Settembre.
E, volendo dirla tutta, bisognerà ricordare che più di una riforma, in questo paese, è avvenuta seguendo questo percorso, anticipata da sperimentazioni sul campo. La già citata Legge 148/’90 che ha istituito l’organizzazione per moduli e la didattica per ambiti disciplinari, ha esperito proprio questo percorso. L’ultimo è stato il caso, nel ’97, Ministro Berlinguer, dei circa 170 istituti secondari che, con un anticipo di quattro anni, hanno sperimentato quello che ancora purtroppo non ci è dato ancora di attuare e cioè l’autonomia didattica: con le materie fondamentali e quelle opzionali e facoltative scelte direttamente dalle scuole, così come previsto dall’art.8 del Regolamento sull’Autonomia.
Sul piano dei contenuti più propriamente didattici da sperimentare, il MIUR ha predisposto i nuovi indirizzi curricolari in un quadro di riferimento complessivo, elaborato durante l’estate, e contenuto nelle Indicazioni nazionali per i Piani di studio personalizzati e nelle relative Raccomandazioni. In breve gli aspetti essenziali della sperimentazione sono: la progettazione di piani di studio personalizzati e, nella scuola elementare l’attivazione dell’insegnamento della Lingua Inglese e di una prima alfabetizzazione informatica. Il metodo, trasversale ai due gradi di scuola è comunque, come indicato nel Decreto, la flessibilità organizzativa a cui si deve accompagnare una continuità educativa e didattica ai fini di una corretta gestione dell’anticipo scolastico.
L’intenzione è quella di costruire una scuola che non abbia più classi, ma gruppi, in base alle singole necessità e attitudini degli alunni.
Fin qui sembrerebbe tutto bene. Sorge però spontaneo chiedersi come mai se, come viene indicato nel Decreto e ribadito da più parti, la didattica dovrà essere costruita nelle singole scuole (del resto questo è proprio il requisito dell’Autonomia ora costituzionalmente garantita), perché le Indicazioni assumano così spesso carattere decisamente prescrittivo e analogamente, lo stile delle Raccomandazioni sia così minuzioso. Perché ancora una volta non si è lasciato ai docenti, professionisti dell’insegnamento di progettare il percorso attraverso il quale gli allievi possano raggiungere le competenze e gli obiettivi richiesti ? Non sappiamo se sia stato nelle intenzioni del Ministro, ma certamente, ancora una volta, l’apparato Ministeriale ha ignorato quella che è la vera essenza dell’Autonomia didattica e cioè dare agli insegnanti la responsabilità e l’autonomia decisionale del loro lavoro. Col risultato che si predica l’Autonomia e contemporaneamente si ricorre all’antica pratica centralista.
Il fatto che Il ministro Moratti sia determinata ad andare avanti con la sua Riforma, nelle more Parlamentari, è indicato dall’altro aspetto della sperimentazione avviata, e cioè la sottoscrizione, iniziata prima dell’estate, dei protocolli di Intesa tra il MIUR e alcune Regioni ( Lombardia, Lazio, Puglia, Piemonte e Provincia autonoma di Trento). Questi accordi consentiranno agli studenti di assolvere, in deroga alla legge 9/’99, l’obbligo scolastico nella Formazione professionale. Il principio è certamente buono ma solo nella prospettiva immediata di riformare la Formazione Professionale Regionale, notoriamente ad un livello di qualità non sufficiente per consentirle di far parte di un sistema pubblico
integrato di Istruzione.
Ma dove troverà i fondi, la Sig.ra Moratti ?
Staremo a vedere non senza qualche apprensione, perchè di un ennesimo fallimento riformatore la scuola Italiana non ha proprio bisogno.