IL
SESSO DEGLI ANGELI
Valutazioni a
latere intorno al documento
Aran- Miur- Sindacati sulla carriera degli insegnanti
Premessa
Prevista dall’art. 22 dell’ultimo CCNL della Scuola per “elaborare le soluzioni possibili di meccanismi di carriera professionale per i docenti” e insediatasi, secondo i più maliziosi, per diluire i tempi dell’iter parlamentare e mantenere il più possibile nel limbo i due DDL sullo Stato giuridico degli insegnanti approdati in Parlamento nel Giugno dello scorso anno, la Commissione mista Miur, Aran, Sindacati ha concluso finalmente i suoi lavori con cinque mesi di ritardo sulla data prevista del dicembre 2003, pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Dopo due documenti allestiti con solerzia dall’Aran, recanti interessanti indagini Ocse e puntuali analisi sulla situazione europea, finalmente è stato prodotto un documento di cinque pagine la cui lettura, per coglierne appieno la valenza, non va disgiunta dall’allegato documento d’intenti, diffuso non senza retorica, dalle centrali sindacali confederali.
Un risultato, al di là del merito, c’è comunque stato. E’ infatti la prima volta che una Commissione, tra tutte quelle che, da quando c’è stata la privatizzazione, sono state regolarmente istituite in tutti i Contratti Scuola per rimandare sempre “ad altra data” l’analisi della questione della professionalità docente, ha prodotto un documento scritto. Ne siamo lieti.
Ma per raffreddare eventuali entusiasmi dopo tanti mesi di discussione (come se non si provenisse da un decennio di dibattito pubblico sulla questione della carriera docente) i sindacati hanno fatto sapere che si tratta solo di “un documento di ricognizione” che “ fissa alcune ipotesi di lavoro che la discussione che si apre da oggi dovrà verificare, integrare , modificare “, dopo la inevitabile, quanto aleatoria “consultazione ampia e capillare, condotta direttamente, da sviluppare in forme e tempi utili ad un reale coinvolgimento della categoria”.(fonte sito cgilscuola)
I tempi ipotizzati forse saranno, nelle intenzioni dei sindacati, anche utili ad un coinvolgimento della categoria ( anche se, con tutta evidenza, i ”nostri” sembrano voler proprio ignorare che, seppure con posizioni articolate, la categoria è già da tempo “realmente” coinvolta sull’argomento) ma costoro dovrebbero anche cominciare a chiedersi quanto i “loro” tempi (biblici), siano utili ad uno dei principi dichiarati e condivisi nel documento e cioè la valorizzazione della scuola dell’autonomia e la sua centralità nello sviluppo professionale dei docenti.
E’ appena il caso di ricordare, infatti, che l’autonomia delle scuole è Legge dal ’97 e che da allora, tutti gli atti di indirizzo dei governi di Polo e Ulivo hanno dato indicazioni per individuare nuove forme di sviluppo professionale in grado di gestire le complessità dell’autonomia.
Ebbene dopo otto anni, non ci si può non sentirsi presi in giro da chi parla ancora di tempi utili per definire un cambiamento che sarebbe stato DOVEROSO prendere in considerazione CONTESTUALMENTE all’ampio dibattito sull’autonomia, anziché rinviarlo di anno in anno, come è stato fatto.
I contenuti
Fatta questa, riteniamo doverosa, premessa andiamo ad analizzare i contenuti del documento cercando di coglierne tutti gli aspetti nella speranza che possano indicare anche flebili segnali di un’inversione di tendenza.
Ed infatti è positiva, nella premessa, l’indicata interconnessione tra il riconoscimento della professionalità docente ed il miglioramento complessivo del sistema istruzione, come pure l’affermazione che un Sistema nazionale di valutazione è congeniale ad una valutazione interna, di cui si scongiura il carattere sanzionatorio auspicandone la funzione di supporto nella attuazione dei Piani di offerta formativa.
Tuttavia, va rilevato che nel documento non viene proposto un organico modello di sviluppo di carriera ma sono solo indicati in sequenza gli elementi che potrebbero contribuire a delinearla: esperienza, crediti formativi e professionali. E se nell’ambito della formazione per l’acquisizione di crediti formativi, viene indicata l’opportuna e condivisibile suggestione che non venga delegata al solo mondo accademico ma coinvolga anche la scuola attiva, contestualmente (e finalmente diciamo noi) a forme di verifica e di validazione dei percorsi formativi, è invece da rigettare in toto quanto ipotizzato per i crediti professionali, anche se con un linguaggio non proprio cartesiano, come ha suggerito qualcuno. Infatti il riconoscimento, ai fini della carriera, di incarichi specifici previsti dal contratto, prefigura senza ombra di dubbio, una sanatoria di quelle funzioni obiettivo, elettive e prive, nella maggioranza dei casi, di specificità professionale e di formazione idonea, di cui s’è da più parti detto il peggio come istituto contrattuale, surrogato inadeguato di quelle articolazioni funzionali di cui l’autonomia invece abbisogna.
E a rendere improbabile la proposta di lasciare la certificazione dei crediti professionali alle “istituzioni scolastiche”, vi è la genericità di questa indicazione che è priva di significato se non si individua chi e come dei soggetti che ne fanno parte è coinvolto, perchè fa intravedere la prospettiva inquietante di microsanatorie di Istituto ad opera, magari, delle RSU !
Quello che si evince chiaramente è una sorta di confusione primordiale tra progressione economica, merito e carriera professionale. Sarà il fantasma del Concorsone, che giustamente aleggia, a guidare la mano di chi ha scritto che:” i crediti formativi acquisiti potrebbero essere utilizzati dai docenti non solo ai fini della costruzione della carriera ma anche per il conferimento di incarichi professionali nella scuola dell’autonomia”. Ora è evidente che i crediti formativi (valutati e certificati) dovrebbero essere funzionali ad assumere quelle competenze idonee e necessarie a ricoprire incarichi diversi e più complessi nella scuola autonoma. La carriera, in tutti i luoghi del mondo, non è altro che questo: progredire nelle conoscenze, nelle competenze e quindi adire ad ulteriori responsabilità. Quel “ma anche”, tipico del lessico sindacalese, insieme ai “di massima” e “di norma” di cui abbondano, purtroppo, i nostri contratti, è indicativo di una situazione che deve rimanere nella non chiarezza, che si è costretti a dire (i DDL sullo Stato giuridico incombono) ma che al contempo si preferirebbe negare.
Vi sono altri due elementi che sostanziano quest’ultima illazione e danno conto del basso livello di convinzione di questa proposta. Il primo si evince dalla veemenza con la quale si difende l’anzianità di servizio, in una sorta di excusatio non petita, ricorrendo a termini come un presunto “disvalore” e al fatto che possa essere “repentinamente svalutata” da un’ipotesi di carriera. Ipotesi che evoca anche l’altro, eterno, tabù della gerarchia professionale che, nei documenti sindacali viene erroneamente prefigurata in alternativa all’unicità della funzione docente. E al valore altamente simbolico e ideologico di questa unicità che si continua a sacrificare, solo nella scuola, l’ipotesi di uno sviluppo di carriera professionale tra gli insegnanti. Prova ne sia che il documento ipotizza, nella parte finale, sbocchi di carriera e incarichi professionali, questa volta ben individuati, solo fuori della scuola, nelle Università, nelle Scuole di specializzazione, IRRE e quant’altro.
La complessità dell’autonomia viene, di fatto, ancora una volta negata in nome di una imposta sacrificale uguaglianza, mentre al contempo si tace agli insegnanti che, tra i comparti del pubblico impiego, solo nella scuola sono gli unici professionisti a rimanere confinati a vita al 7° livello retributivo, mentre gli altri laureati possono progredire, attraverso un percorso professionale, fino al 9° .
Per chi avesse ulteriori dubbi sulla pletora di “se” e “ma” che accompagnano questo documento, può leggere nella premessa che:” La sequenza contrattuale relativa all’attuazione dell’art.22 del CCNL non ha alcuna attinenza con quanto previsto dall’art.43 dello stesso CCNL” che, decodificato dal sindacalese, vuol dire che la carriera professionale dei docenti, sul piano contrattuale, non ha alcuna attinenza (!) con le nuove figure professionali, (come ad esempio il tutor), che si dovessero creare con i dispositivi di attuazione della Legge di Riforma.
E allora che questa proposta voglia occuparsi solo del sesso degli angeli è una triste ma indubitabile realtà.
A costo di apparire ripetitivi, non possiamo a questo punto che chiedere nuovamente e con forza a chi governa di sollecitare la ripresa degli interventi legislativi che giacciono ormai da un anno in Parlamento perché è ormai chiaro che la via delle Commissioni in questo Paese, ha dimostrato ancora una volta che non sarà mai in grado di operare quella cesura con il passato, necessaria per attuare le Riforme.
Paola TONNA
Roma Giugno 2004