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(Pubblicato su Italia Oggi del 03.07.2001
(presidente APEF e membro del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione)
Difficile negare alla Scuola italiana, ingolfata com’è da una valanga di provvedimenti, di annunci, di norme, il diritto ad un attimo di tregua che le consenta di riflettere su se stessa; ad un piccolo, momentaneo passo indietro, ad una fase, pur breve, di normalità, di quotidianità, per capire dove ha portato la frenetica, tumultuosa, valanga riformatrice degli anni appena trascorsi. E per fare una attenta ricognizione sulle condizioni precarie in cui ormai versa, per poi riprendere presto, e al meglio, il filo di un processo innovatore, comunque indispensabile.
All’ex ministro Berlinguer va certamente il non trascurabile merito di aver dato inizio all’era dell’Autonomia Scolastica. Sabino Cassese ebbe a dire che un processo di acquisizione non solo formale, ma condiviso, compiuto, della cultura dell’autonomia necessita almeno di un paio di lustri. Bene, Berlinguer avrebbe potuto (dovuto) dedicare ogni energia a ritmare le fasi di questo nuovo modo non statalista di intendere i processi interni ed esterni del Sistema dell’Istruzione. E invece ha ritenuto di dover mettere le mani a tutto, rivoluzionando, stravolgendo anche quanto c’era di buono: il risultato è che regna sovrana una gran confusione.
Del nuovo Ministro, Moratti, sono note e indiscusse le qualità imprenditoriali. Niente di meglio, perciò, per un universo scolastico che è largamente viziato dall’abitudine burocratica e autoreferenziale, e scarsamente informato da principi di efficacia ed efficienza. Ma questo è anche un mondo particolare, non certo riconducibile tout court a cultura aziendalistica e di mercato; e possiede una tradizione illustre, che è quanto mai opportuno tenere nella giusta considerazione assumendola come guida nel ritessere la trama delle riforme.
Ben vengano dunque, rapidamente, le
innovazioni del programma della Casa delle Libertà, ma, cum grano salis.
Mi spiego. Attribuire, per esempio, alle regioni ulteriori poteri in materia di Istruzione sarà cosa assai saggia a condizione che sia salvaguardata l’identità culturale nazionale. Un processo di balcanizzazione che ricostituisca tante piccole piramidi al posto dell’antica, grande piramide del Ministero della P.I., potrà solo riprodurne, moltiplicandoli, i mali. E l’ autonomia degli Istituti Scolastici dovrà essere non solo preservata, ma potenziata, realizzata sul serio, visto che i dirigismi e i centralismi burocratici sono duri a morire. A questo proposito, date le ultime vicende degli esami di Stato (ex maturità), forse sarà bene che si cominci a pensare al modo di far scomparire quel vecchio retaggio che è un esame “nazionale” atto solo alla preservazione dell’obsoleto istituto che si chiama valore legale del titolo di studio.
Con la stessa dose di saggezza sarà opportuno portare avanti il processo di “parità”, senza gravarlo di ideologismi, costruendo un sistema di scuole, pubbliche e private, nel quale il sacrosanto diritto di scelta del cittadino possa realizzarsi compiutamente in un mosaico che abbia, prima di ogni altro marchio, quelli della serietà e della qualità. E, in relazione a quest’ultima, non sarà male ricordare che la qualità costa, e che dunque il Governo avrà l’obbligo (e potrà fregiarsi dell’onore), di portare la spesa per l’Istruzione ai livelli europei. A partire dal funzionamento del quotidiano, senza il quale “qualità” resta parola vuota. La travagliata vicenda delle nomine in ruolo di precari, che rischia l’ennesimo, disordinatissimo avvio del nuovo anno scolastico, ne è esempio illuminante.
Da ultimo, ma non per ordine di importanza, al Ministro spetterà il non semplice compito di cominciare a sanare la condizione degli insegnanti. La demotivazione, nella categoria, è ormai generalizzata. Qualcuno ha scritto, rilevando i crescenti tassi di promozione degli alunni, che non sono i ragazzi ad essere più preparati, ma gli insegnanti a promuovere a piene mani, condizionati da una cultura permissiva e ideologicamente avversa alla selezione, ed espropriati, dalla pletora di circolari, di uno dei caratteri specifici della professione: la valutazione, appunto. In queste analisi c’è molta verità. Come c’è del vero quando si fa riferimento alla frustrante condizione economica. Sul Sole, A. Casalegno ha scritto che gli insegnanti sono mal pagati, ma troppo numerosi rispetto alla media europea. Aggiungerei anche che sono reclutati con sistemi perversi. Tutto questo si sa da tempo. Ma siccome senza insegnanti non c’è scuola , si dia inizio ad una soluzione contestuale, ché la situazione è fin troppo incancrenita. E si costruisca, alfine, anche per loro una “carriera”, senza la quale non ci sarà mai stimolo a far meglio, differenziandone funzioni e stipendi. E lo si faccia, in ultima analisi, anche se il sindacalismo, intriso di vecchio egualitarismo, non è proprio d’accordo. Potranno, in questo caso, Ministro e Governo, contare sul sostegno della parte più consapevolmente “professionale” della Scuola, e su quello, pressoché incondizionato, dell’opinione pubblica, che ri-vuole una Scuola credibile e autorevole.