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Apef
- 8 Marzo – Seminario Nazionale
“La formazione delle competenze: quale sinergia tra scuola e università”
Avendo
cercato di occuparmi, negli ultimi tempi, della scuola come sistema
complessivo, se dovessi dire quali sono i problemi importanti ed i punti di
debolezza che caratterizzano il sistema scolastico italiano, credo che dovrei
citare come primo elemento, la difficoltà di stabilire degli effettivi livelli di comunicazione tra
i diversi livelli, delle effettive interfacce
in cui il sistema scolastico è articolato.
Credo
che, uno dei difetti di cui il sistema scolastico italiano soffre, sia il fatto
che i suoi diversi segmenti cioè i suoi diversi stadi, sono stati riformati
avendo di mira obiettivi e percorsi differenti non sempre omogenei e congruenti
fra loro e quindi la prima opera urgente da fare è quella di effettuare un
riallineamento fra i diversi livelli.
Questo
lo dico perché nel lavoro che abbiamo cercato di fare, nell’ultima commissione,
il primo punto all’o.d.g. era proprio questo: costruire delle interfacce tra il
livello della scuola elementare e quello della scuola media, tra la scuola
primaria nel suo complesso e la scuola superiore e soprattutto fra scuola , cioè
sistema scolastico nel suo complesso, e sistema universitario.
Lo dico
e lo ribadisco, perché ahimè! Il passaggio alla proposta di legge delega ha
cancellato , secondo me, degli aspetti interessanti ed innovativi da questo
punto di vista.
La
biennalizzazione dei percorsi doveva servire, dichiaratamente, a stabilire
qualche elemento di raccordo e di continuità tra la scuola elementare e la
media, proprio per eliminare una delle più gravi fratture che si riscontra tra
questi due livelli.
Ma per
rispondere subito, ad uno dei due quesiti che sono stati posti da Gigliotti
nell’introduzione, si pensava necessario, non semplicemente un forte raccordo
tra sistema scolastico e sistema universitario, ma si pensava che dovesse
finalmente essere costruito un luogo specifico di lavoro comune tra il sistema
scolastico e sistema universitario, finalizzato per un verso, al completamento
dell’itinerario e del percorso della formazione scolastica, per l’altro verso
alla preparazione della formazione universitaria.
Avevamo
chiamato un po’ provocatoriamente, questo spazio comune……di riallineamento, per
sottolineare il fatto che dovevano essere luoghi all’interno dei quali ,
docenti della scuola secondaria e universitari collaborassero insieme al
progetto comune che fosse per un verso di completamento del progetto di
formazione della scuola secondaria e per l’altro verso di preparazione ai corsi
di laurea universitari.
Devo
dire che il disegno di legge, la proposta legge delega, cancella gli itinerari
biennali 2+1, 2+2+1, e quindi viene a mancare quell’elemento di raccordo tra
scuola elementare e scuola media che noi avevamo previsto e per quanto riguarda licei almeno, non parla
più della formazione professionale, e cancella con la quinquennalizzazione dei
licei, quindi, il tradizionale passaggio ai corsi di laurea universitari, ogni
forma ed ogni luogo di lavoro comune tra scuola ed università.
Un altro
elemento, di cui credo, si debba tenere conto è questo: il titolo del tema che
mi è stato assegnato è la formazione delle competenze: quale sinergia tra
scuola e università, ecco vorrei, ricordare un fatto che il termine, il
passaggio dal termine conoscenza al termine competenza non è soltanto uno
sfizio di carattere terminologico e linguistico, ma è qualcosa che consegue a
tutto un processo che forse è il caso di richiamare in alcuni dei suoi elementi
fondamentali, per rendersi conto quali sono le competenze nuove che, in qualche
modo fanno riferimento a quelle nuove funzioni che sono state citate prima, e
quale tipo di formazione si richiede per queste competenze.
Vorrei
ricordare l’art. 68 della legge 144 del 1999 che dice chiaramente che:
“al fine di diffondere….. la crescita culturale e
professionale dei giovani è istituito a decorrere dall’anno 1999-2000,
l’obbligo di frequenza di attività formative fino al compimento del 18simo anno
di età, l’obbligo formativo può essere assolto in percorsi anche integrati di
istruzione, e formazione nel sistema di istruzione scolastica , nel sistema
della formazione professionale di competenza regionale, nell’esercizio
dell’apprendistato”; e nella conferenza unificata tra Stato e Regioni
del 2 marzo del 2000 viene sancito un principio che è molto forte anche se poi,
spesso, viene dimenticato che è il principio della specificità e della pari dignità
di ciascuno dei tre sistemi, che concorre alla costituzione del sistema
formativo integrato, della pari dignità di istruzione scolastica, formazione
professionale, apprendistato.
La cosa
è resa abbastanza concreta da un documento che il MPI ha fornito nel 2000 e che
reca il titolo ” Indicazioni Operative
per le scuole in relazione all’attuazione dell’obbligo formativo dell’anno
2000/2001”, in cui non soltanto si ribadisce la pari dignità ma si
stabilisce il concetto di credito formativo che deve poter essere speso nel
passaggio da uno all’altro dei tre sistemi che compongono, appunto, il sistema
formativo integrato.
L’elemento
che emerge, è quello di costruire una specie di moneta comune di credito formativo che permetta, senza
troppe perdite, il passaggio dall’istruzione scolastica alla formazione
professionale e viceversa, e anche il passaggio dal sistema dell’apprendistato
all’istruzione scolastica .
Questo
lo dico perché, sono provvedimenti che sono stati approvati nella scorsa
legislatura e che facevano da corredo all’idea di costituzione, anch’essa
questa, emersa nella scorsa legislatura, nel sistema formativo integrato
articolato in tre indirizzi di pari dignità: sistema scolastico, sistema della
formazione professionale, esercizio ed apprendistato.
Tutto
questo comporta il fatto che, accanto ad una didattica disciplinare e specifica
dell’indirizzo, se vogliamo dare un senso alle parole, andava costruita anche
una didattica di rete e interdisciplinare che consentisse la migrazione da un
sistema all’altro e la traduzione di ciò che veniva appreso in qualcosa di estremamente concreto
e cioè in crediti formativi.
Allora
il problema che sorge e la domanda che noi commissione, dove operavamo per dare
suggerimenti per la riforma dei cicli, ci siamo posti è: quale didattica e
quale tipo di formazione oggi viene fornita agli insegnati per favorire e dare
questo tipo di contenuti?
Noi
sappiamo benissimo quale è la formazione delle conoscenze e competenze che
servono per l’esercizio della formazione docente di carattere disciplinare, ma
se dovessimo fare una domanda di questo tipo: “quale è la formazione che serve
per l’esercizio della funzione docente finalizzata all’apprendimento delle
competenze cioè quei tipi di contenuti che possono essere trasportati da un
sistema all’altro e che per questo motivo non possono essere semplicemente
disciplinari?” Chiramente il problema assume tutt’altra valenza.
Lo dico
perché quando si è posto il problema della formazione iniziale degli insegnati
ci si è trovati di fronte ad una scelta
che per un verso, credo, sia risultata molto sensata e vincente, cioè quella di
della laurea specialistica, laurea quinquennale realizzata tra formazione
specifica degli insegnanti, per l’altro verso al rapporto tra laurea
specialistica e laurea del I livello, ed al tipo di natura che bisognava dare
alla laurea di I livello.
Mi
spiego: se noi avessimo prospettato l’idea di una laurea triennale finalizzata
come I livello della formazione degli insegnanti e del tutto disgiunta e
distinta dalla formazione disciplinare e dalle altre lauree di I livello,
avremmo provocato una situazione nella quale un giovane che all’atto della conclusione della scuola
secondaria superiore che avesse deciso di fare la professione dell’insegnante,
e quindi di iscriversi a questo corso di laurea del I livello finalizzato alla
preparazione degli insegnanti, e poi avesse cambiato idea, come è possibile,
lecito, nel corso di questa sua formazione, avrebbe conseguito una laurea di I
livello che proprio perché non omogenea alle altre lauree disciplinari, sarebbe
stata è una laurea di I livello in matematica, in fisica, in filosofia, non
sarebbe stata spendibile in nessun altro luogo specifico che se non altro ,
come primo passo nella formazione degli insegnanti.
Da questo
punto di vista, noi dovevamo per quanto riguardava il primo triennio,
necessariamente, riferirci all’aggancio alle lauree disciplinari di I livello
delegato alla formazione, al problema della formazione specifica
dell’insegnante, ed il peso di questa formazione al biennio di approfondimento
conseguente alla laurea di I livello.
Ma voi
capite che se il problema diventa quello, non soltanto, di preparare
l’insegnante all’esercizio di una professione diretta all’insegnamento di una
specifica disciplina o di un gruppo di discipline omogenee, ma di preparare
l’insegnante ad una didattica di tipo interdisciplinare, quale quella che è
richiesta dal tessuto delle competenze come elementi di trasferimento da un
sistema all’altro, all’interno di questa intelaiatura di formazione degli
insegnanti non avremmo trovato nell’università nessun corso di laurea specifico
diretto a dotare il giovane di questo tipo di formazione e non saremmo, in
nessun caso, riusciti a risolvere il problema del rapporto tra laurea di I livello
e laurea specialistica.
La
soluzione che avevamo prospettato era allora questa: era l’idea intanto di
affidare il problema della formazione degli insegnanti, per quanto riguarda
questo aspetto, alla formazione in servizio, in cui il rapporto tra scuola ed
università si facesse molto forte e che fosse finalizzato a questo obiettivo
specifico. Ma avevamo altresì, rinvenuto Sottosegretario Aprea, che questo non
fosse sufficiente ad offrire una formazione teorica degli insegnanti da parte
delle strutture universitarie, e che si dovesse avere il coraggio di nuovi modi
di aprire il sistema scolastico a nuove modalità organizzative, che sancissero
l’apertura di luoghi in cui docenza universitaria e docenza scolastica si
incontrassero e collaborassero ad un obiettivo comune che, secondo la nostra
interpretazione, scaturiva in modo molto naturale e, non forzato, dal fatto che
oggi c’è uno stacco tra il conseguimento del titolo di studio di scuola
secondaria e l’accesso all’università.
Infatti
noi tutti sappiamo che un titolo di studio di scuola secondaria, qualsiasi esso
sia, per se, non abilita all’iscrizione a un corso di laurea universitario,
perché ci vuole il riscontro delle effettive competenze, capacità…… da parte
del sistema.
Allora,
si riteneva che questo luogo dovesse in qualche modo essere riempito da una
attività comune, organizzata dai corsi di laurea universitari ed affidata alle
competenze ed alle professionalità di docenti della scuola secondaria che, in
questo modo, oltre ad avere formazione in servizio avrebbero avuto pure un tipo
di funzione, di mansione all’interno del sistema e finalizzata a questo tipo di
obiettivo.
Il
problema della selezione, a questo punto sarebbe passato in II grado, nel senso
che a selezionare gli insegnanti che potevano svolgere questa funzione, poteva
anche essere il corso di laurea per il quale il servizio stesso veniva
istituito.
Questo
elemento, che secondo me, rappresentava uno degli aspetti maggiormente
innovativi del progetto ordinario che era stato presentato, è sparito, non c’è
traccia nella proposta che è stata presentata ed approvata da Consiglio dei
Ministri.
Rimane l’inciso, che è
stato letto prima dal prof. Gigliotti, la lettera f dell’art.5 della legge di
Riforma che delega l’Università al compito della formazione in servizio degli
insegnanti nelle funzioni che sono state citate prima che sono funzioni tipiche
di collegamento.
Ma io mi
chiedo e chiedo: al di fuori di un luogo specifico di collaborazione quale
quello a cui ho fatto riferimento prima, quale corso di laurea universitario
oggi, di una università ipotetica, pensiamo all’università che oggi c’è, nella
sua articolazione in corsi di laurea e pensiamo al fatto che i corsi di laurea
di I livello sono generalmente funzionalizzati alla preparazione di determinate
professioni. Quale corso di laurea, dicevo, all’interno dell’università può
preparare insegnanti in servizio a questa funzione di collegamento di
esercizio-ponte tra sistemi? Chi prepara gli insegnanti che devono in qualche
modo trasformare le competenze in debiti formativi che possono essere
mobilitati nel passaggio da un sistema come quello scolastico al sistema della
formazione professionale e viceversa?
Passaggio
che sinceramente, non può fare leva sulle conoscenze disciplinari ma che può
mobilitare altri tipi di formazione, quindi altri tipi di didattica.
Quale è
il corso di laurea, la facoltà universitaria che oggi ha questo tipo di
vocazione ?
O non è
piuttosto vero che queste esperienze di didattica, fortemente caratterizzate in
senso disciplinare sono diperse e maturate all’interno della scuola, con grande
sforzo e professionalità da parte dei docenti, per cui paradossalmente, per
quanto riguarda questo aspetto, è la Scuola che avrebbe qualcosa da insegnare
all’Università e non viceversa.
La contraddizione che io trovo è proprio
questa: si fa riferimento all’esigenza di costruzione di un sistema formativo integrato e già il disegno di legge
delega rafforza questo elemento, si insiste sulla pari dignità di ciascuna
articolazione del sistema formativo integrato, si insiste sull’adozione di
credito formativo come moneta comune che dovrebbe essere spesa all’interno di
questi sistemi, io mi chiedo: quale didattica, quali contenuti ed a opera di
chi, corrispondono concretamente a questa nozione di competenza per i crediti
formativi ?
Chi forma gli insegnanti che devono
esercitare questa funzione ? Leggevo giustamente prima sull’opuscolo (Apefnews)
che mi è stato consegnato mi chiedevo, perché è giusto, è questo il problema!
“L’altra grande novità della riforma e di cui
il sistema di istruzione aveva un assoluto bisogno, è quello del canale universitario di formazione
iniziale di docenti attraverso la laurea specialistica.
Rimangono, tuttavia, anche qui, alcuni problemi aperti e ancora da
definire.
Il primo è che la laurea specialistica non dovrà comunque
discostarsi, salvo che per un numero limitato di crediti formativi, da quella
disciplinare, pena la massiccia “ non scelta” di quelle facoltà più appetibili
sul piano professionale”.
Se la matrice della formazione
universitaria degli insegnanti è disciplinare, e se l’università si orienta
sempre di più verso corsi di laurea anch’essi a forte caratterizzazione
disciplinare, chi forma gli insegnanti,
che debbono a loro volta, esercitare la funzione di attivatore delle competenze e in quei contenuti che in qualche modo
possono essere trasmigrabili da una sistema di formazione all’altro ?
Da questo punto di vista, concludo
facendo una riflessione: se è vera la diagnosi dalla quale sono partito e cioè
che una delle gravi disfunzioni del sistema scolastico italiano sta nella
mancanza di snodi ed interfacce
effettive tra le sue articolazioni, tanto è che spesso queste sue
articolazioni, sono prive di canali effettivi di comunicazione, e se, altresì è
vero che il problema di fondo per quanto riguarda la formazione degli
insegnanti, iniziale ed in servizio, è la mancanza di canali di comunicazione
effettivi fra sistema scolastico e sistema universitario: O si riesce a recuperare
le modalità effettive di costruzione di queste interfacce, oppure il disegno di
riforma si troverà di fronte a problemi
di gestione nei rapporti tra Stato e Regioni, nella costruzione dei sistemi
d’interfaccia tra il sistema complessivo dell’istruzione della formazione e
quello complessivo del governo locale, per il quale non ci saranno risorse e
competenze all’altezza dei compiti che dovranno essere esaminati.