L’EDUCAZIONE E L’STRUZIONE NEL XXI SECOLO

 

Milano 17-20 Settembre 2002

 

Seminario

L’insegnamento nella società multietnica

 

Relatore A. Augenti, docente Lumsa

Coordina G. Marzullo, assessore prov. Milano

 

 

Intervento di Luca Ponchiroli, Apef

“Discussioni multietniche”

 

Premessa

L’emigrazione è un fenomeno irreversibile. Non ha scadenze certe, ne prevedibili. E’ inoltre indispensabile per l’equilibrio economico dei paesi sviluppati. Ricchi. Come l’Italia, regione d’Europa.

A tali considerazioni, che chi scrive dà per scontate, si sovrappongono, spesso, le opinioni di chi ritiene tale fenomeno, sia pure nella  diversità di accenti e di proposte, un fatto da limitare d’autorità, idealmente da cancellare.

Contro l’immigrazione e gli immigrati riassumendo, si sostiene che:

a)     La prima è foriera di malessere sociale e, di conseguenza, di conflitti; 

b)     I secondi sottraggono, con la loro presenza più o meno clandestina, posti di lavoro alle persone che già vivevano, in precedenza, nel territorio. 

Esiste anche un’altra interpretazione “buonista” e più politically correct di tale avversione: l’emigrazione genera  certamente sofferenze negli  individui coinvolti in tale fenomeno ed è, inoltre, fonte di depauperamento umano dei paesi d’origine, che si vedono sottrarre gli individui più combattivi e alacri, non rassegnati all’”equilibrio della povertà”  Di conseguenza occorre  limitarla, si continua, cancellarla nell’interesse di tutti. Potenziali immigrati e “indigeni”dei paesi ricchi. ( per una confutazione di queste affermazioni  vedi Galbraith; “The nature of mass poverty").

 

Multiculturalità come equivoco

 

In relazione alle precedenti considerazioni credo che il problema da affrontare in questa sede  sia quindi quello, citato nella relazione introduttiva, della “contiguità fisica” che la società multietnica presuppone.. per cercare poi di offrire un ipotesi di risposta in positivo nel campo che accomuna i presenti: l’educazione.

E’ infatti l’incontro-scontro giornaliero con il portatore di  esperienze “altre” che preoccupa i più, non quello con i sociologismi tipo no-global. Un problema che coinvolge inevitabilmente i nuovi abitanti  come gli "indigeni"di antico lignaggio. Una risposta apparentemente facile è quella offerta dall’approccio multiculturale.  Nella relazione iniziale si riproduce una preziosa, sintetica, formula di cultura intesa in senso etnografico “come l’insieme complesso che include il sapere , le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e ogni altra competenza e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società “.

Questa rappresenta un perfetto prototipo, tanto ecumenico quanto generico, da porre alla base dell’ipotesi multiculturale.

A causa della difficoltà oggettiva di disegnare i limiti di tale definizione di cultura, inevitabilmente astratta, , si rischia, tuttavia, di cadere nella indeterminatezza, nel relativismo esasperato, nella ricerca di improbabili, inaccettabili spiegazioni più o meno genetiche o “naturali”, tribali, climatico-geografiche,  della  differenza.

Perché questa rimane, evidente, negli atteggiamenti, nei volti, nelle parole.

Se, in estrema sintesi, per cultura si intendono, infatti, tutti gli aspetti caratterizzanti la "vita" passata e presente di un gruppo di persone stanziate in un territorio, ne deriva che ogni "cultura" è non solo egualmente legittima  ma addirittura è non discutibile in alcuna sua parte, a pena di discriminazioni  inaccettabili,  qui e oggi. E’ difficile  in questa accezione, quindi,  immaginare di poter  distinguere, all’interno di tradizioni diverse, tra un ipotetico “meglio” e un malaugurato, sia pur astratto, “ peggio”.

 In mancanza di ciò si passa inevitabilmente a proporre spiegazioni “non scientifiche” della “differenza”: si ricorre ad esempio alle innate pulsioni- l’avarizia degli ebrei dal naso adunco-, o  ad ancestrali tendenze, di volta in volta, al furto per gli albanesi, al commercio e alla pigrizia per i magherebini. E così via. Tristemente.

 Non c’è quindi spazio, terreno, per l’affermarsi della “regola” della convivenza.

Il multiculturalismo che ambisce a proclamare  l'eguaglianza formale tra diverse tradizioni , può davvero generare le" tensioni, incomprensioni e intolleranze",  insieme al rischio di “etnocentrismo e  elitismo”, prospettate come ipotesi nella relazione introduttiva.  Semplicemente perché non da risposta alcuna.  Semplificando al massimo,  se ogni regola, abitudine, costume è davvero giustificata dal fatto di preesistere in una tradizione consolidata ed è, di conseguenza da tutelare in uno sforzo di "ecologia"culturale, cosa si può mai controbattere al capo della comunità musulmana che vive nel basso mantovano quando rivendica la necessità di salvaguardare ogni aspetto relativo agli usi del paese d'origine, comprese burka e discriminazione sessuale, più o meno dolce,  nei confronti delle donne? E quando aggiunge che le discriminate accettano volontariamente "quelle" discriminazioni? 

"E' il multiculturalismo, baby!" verrebbe da dire immaginandosi, per un attimo, il Bogart di turno.

 

Verso il "melting pot"

 

Per uscire dalle ambiguità concettuali suggerite dal relativismo culturale,  credo sia necessario cercare di individuare, idealmente fissare, uno o più punti di riferimento su cui basare il confronto tra persone, tra individui plasmati da educazione e esperienze diverse, a volte diversissime. Differenze tra persone quindi, non tra gruppi.

La prima operazione idealmente da svolgere è quella di individuare la norma, le norme, fondante  un ipotesi di convivenza,  quella   Grundnorm che Kelsen mette a fondamento logico  di  ogni ordinamento.

Occorre quindi precisare i punti irrinunciabili del propria bagaglio per confrontarlo con quello altrui. Consapevoli delle proprie ragioni, non di avere “Ragione”. Per modificare, eventualmente, la prospettiva e i  contenuti di quelle ragioni. Laicamente. Empiricamente.

 

Un esperimento multietnico

 

Di recente, insieme con altri  insegnanti e mediatori culturali, mi sono trovato a vivere  una esperienza che, fatti i dovuti distinguo e calcolata una abbondantissima tara, mi sembra possa essere considerato  un tentativo, tanto temerario quanto modestissimo, di risposta alla necessità di individuare alcuni, empirici, criteri per poter cercare di discriminare il “ meglio” e il “ peggio” nelle culture “fisicamente contigue” sul territorio, per determinare ciò che è accettabile rispetto a ciò che non può essere tollerato. Ora e per chi vive “qui”. Per tutti coloro che vivono qui

L’esperienza citata verteva sulla discussione di tematiche  relative alle discipline giuridiche. La stessa  era volta in particolare al tentativo  di individuare, a livello scolastico, una possibile base comune per strutturare tematiche giuridiche che, pur riflettendosi negli aspetti normativi dell’esperienza italiana e comunitaria, potessero rappresentare un terreno comune di incontro tra esperienze culturali, esistenziali, diverse. Una specie di base giuridica essenziale della convivenza nella Bassa.. Qui e oggi. Rileggendo nei giorni scorsi l’esito di quel lavoro mi è sembrato opportuno, scontata la modestia nostra e dell’esperimento attuato, riportarne molto sinteticamente gli esiti. Prima di fare ciò voglio sottolineare l’estrema “polietnicità” del gruppo: oltre a me, lo stesso era formato da persone di nazionalità rumena, “maghrebina”, così individuata seguendo la  volontà ripetutamente espressa dai partecipanti in questione, albanese, vietnamita, libanese.

Partendo dalla discussione di casi proposti a turno dai presenti, ne cito due tra gli altri, le regole non scritte del diritto barbaricino in rapporto all’ordinamento nazionale, la tradizione, vissuta come regola, delle mutilazioni sessuali femminili in certe regioni africane, - una pratica presente anche qui e oggi attraverso la presenza degli immigrati -, ovviamente tra discussioni e fieri, sia pur amichevoli,  contrasti, sono stati individuati quattro aspetti , non solo giuridicamente, “irrinunciabili”:

1)      Separazione tra religione e Stato, tra religione e diritto, tra ciò che si comprende e ciò in cui si crede;

2)     Habeas corpus;

3)     I Diritti costituzionali (italiani) immodificabili dal legislatore ( secondo la giurisprudenza della corte costituzionale);

4)     Diritto di cittadinanza e doveri correlati;

 

Sulla base di questi principi abbiamo collettivamente cominciato a cancellare le “tradizioni culturali” incompatibili con gli stessi: via le discriminazioni basate sul sesso o sulle abitudini sessuali; no alle orride mutilazioni citate in precedenza, alla giustizia “pastorale”, al sacerdote-giurista, nello stesso tempo creatore e interprete della norma etc.

Abbiamo,  in altre parole, provato a “delegittimare” aspetti della tradizione, delle tradizioni, basandoci, in questo virtuale tentativo di rottamazione culturale, sul diritto, sulla valenza condivisa della norma  delle, poche, “norme” individuate insieme.

Norme giuridiche  con l’aurea ipotetica della sanzione, nel nostro gioco.

Alcuni dei partecipanti hanno a questo punto rilevato, inevitabilmente, che quelle regole non erano neutrali, che erano  state prelevate di peso dai principi fondanti la cultura dominante, quella “occidentale”.

La risposta approvata quasi all’unanimità è stata : sì è evidentemente vero..

Senza entrare in sterili ricerche di  acrobatiche, fittizie spiegazioni ecumeniche, abbiamo a questo punto nuovamente utilizzato l’improvvisato approccio empirico-sperimentale già usato in precedenza, applicandolo alla questione: quale altra tradizione giuridica, politica,  potrebbe meglio di quella sommariamente sintetizzata in quei punti, consentire, qui e ora, un organizzazione della convivenza, un ordinamento quindi, migliore, più  sereno e tollerabile da tutte le persone presenti, qui e ora , sul territorio? Quello della bassa mantovana, non a Bangkok o a Algeri. Ovviamente date le premesse la risposta è stata inevitabile: qui e ora? Nessun’altro.

Quei principi, ripeto individuati senza alcuna ambizione di completezza o di estremo rigore, non sono però principi laicamente “sacri” o immodificabili in assoluto: rappresentano, almeno nella limitatissima discussione che sto sintetizzando, gli strumenti operativi, ipotetici, per gestire la differenza, per limitare i danni della “contiguità fisica” già citata.

Dalla discussione è poi emersa una considerazione che ha chetato le ultime resistenze dei “dissenzienti”.

Passando a considerare l’individuo, gli individui , invece che l’”Etnia” o “la Cultura”, siamo davvero sicuri, ci siamo chiesti, che i concetti di laicità dello Stato, l’habeas corpus, gli altri citati in precedenza, siano davvero valori conosciuti dagli indigeni della bassa padana? Ancora più semplicemente: i “nativi” di nazionalità italica conoscono almeno il significato letterale di questi, o altri consimili, nobili concetti giuridici?

La risposta che è venuta dal gruppo è stata di una  marmorea unanimità: secondo noi, dopo una sommaria consultazione, no, ci siamo detti.

Quei valori, o altri consimili, sono noti, non necessariamente condivisi, ad una minoranza di “nativi”. Non sono parte del bagaglio culturale della maggioranza della “società italiana”. Nei fatti.

Sono principi normativi che possono, devono, essere condivisi, quindi, non perché imposti da un rapporto numerico preponderante e maggioritario, -come è possibile schierarsi compattamente a favore di principi bellamente ignorati?- ma solo in virtù del fatto che possono risultare utili nel governare i problemi della società multietnica, perché sono, forse, in grado meglio di altri, di limitare al minimo la guerra e i conflitti sociali, qui e ora. Senza ambire ad imporre una improbabile, celeste, pace.

A conclusione dei lavori è stata lanciata una proposta provocatoria: sarebbe necessario  predisporre il lancio di una specie di Piano Marshall di alfabetizzazione giuridica, ecumenicamente diretto a italiani e non.

Conoscere per deliberare, sarebbe lo slogan iniziale per lanciare tale ipotetico programma.

Per poterci  avvicinare con il minor numero di scossoni possibile all’ inevitabile melting pot che ci attende, la chiosa.