L’educazione e l’istruzione nel XXI secolo
Milano, 17/20 aprile
relatore R. Drago, consigliere Ministro Miur
coordina S. Gigliotti,
presidente Apef
Intervento di Paola Tonna, A.P.E.F.
Il titolo
di questo seminario, così come formulato, sembra presupporre un dibattito
risolto: quello della costruzione, direi ricostruzione,
della figura dell’insegnante come professionista dell’istruzione, che necessita
( perché ne necessita la Scuola) di una diversa organizzazione del lavoro
didattico su cui incardinare nuove responsabilità professionali: una carriera,
appunto. R. Drago parla nella sua
relazione, di Autonomia come l’ultima occasione per la riconquista
di uno status professionale: più
ottimisticamente io direi che un nuovo Status professionale è l’inevitabile punto di partenza per la costruzione della scuola autonoma. Questa
affermazione rientra ormai quasi nel “politically correct” , ma per la sua realizzazione sono davvero pochissimi ad operare.
La Formazione
Se la carriera è congrua e necessaria al professionista, a maggior ragione lo è la sua formazione iniziale. La mancanza di una formazione specifica per l’insegnamento è la prima di quelle che io ritengo essere le tre anomalie italiane rispetto all’Europa dove, da diversi lustri, la formazione iniziale specifica è il naturale requisito d’accesso alla professione docente. In Italia solo da pochissimi anni si sono cominciati a superare alcuni tabù come quello per cui la qualità e la durata della preparazione dei docenti dovrebbe essere direttamente proporzionale all’età dei discenti. E si è così arrivati al tentativo della scorsa legislatura di dare attuazione alla legge 341/’90 con l’istituzione dei corsi di laurea per la Formazione primaria e delle SSIS. Oggi la legge di riforma prevede all’art.5 com. 1/a che: “la formazione iniziale è di pari dignità per tutti i docenti” e finalmente arriva a declinare un percorso: selezione in ingresso, laurea specialistica, tirocinio con contratti di formazione lavoro. Tralasciando, per mancanza di tempo, l’approfondimento di alcuni problemi pur connessi a questo percorso ( dibattito laurea specialistica-disciplinare, etc…) auspichiamo che questo sia l’inizio della fine di quel pessimo canale d’accesso alla professione che è l’iter di precariato. Un precariato alimentato e trascinato per decenni senza concorsi ordinari e malamente risolto con concorsi riservati e ope legis, che hanno mortificato l’istruzione, la scuola e, per primi, gli stessi insegnanti.
Quella dell’Insegnante è la professione dove è maggiormente necessaria la verifica delle qualità attitudinali per accedervi. E’ su questo aspetto di indagine e di verifica iniziale che le strutture universitarie deputate, in stretta sinergia con la scuola, dovranno fare il massimo sforzo nei prossimi anni. Ferme restando le competenze disciplinari qualificate e quelle relazionali che potranno sempre essere migliorate con la formazione, è la psicoattitudinalità a costituire un elemento di vera selezione per assumere un futuro bravo insegnante, abbandonando finalmente l’antico luogo comune vocazionale-missionario, che può essere una qualità umana in più, ma certo non un requisito professionale.
Il quadro attuale
Le altre due anomalie italiane, cui facevo
riferimento prima, sono sostanzialmente correlate tra loro: l’assenza ( per
vari fattori…) di una dimensione associazionistica professionale, e la
conseguente omogeneizzazione contrattuale degli insegnanti con gli altri
lavoratori del comparto scuola. Qmogeneizzazione che,
nel corso degli ultimi trent’anni ( tanti ne hanno gli ultimi profili
professionali definiti dal Legislatore) è andata sempre più espellendo le
prerogative e le caratteristiche “professionali”, data la necessità di una
obbligata continuità contrattuale per tutti. Chi ha dimenticato l’aggiornamento
obbligatorio, dal bidello al preside, nel Contratto del ’95? Col contratto
successivo si è provato poi, ad abbozzare un maldestro tentativo di
diversificazione di funzioni, in quanto necessarie all’autonomia, con le
Funzioni Obiettivo, il cui bilancio si è rivelato decisamente negativo, per due
motivi. Il primo è che a questo istituto non si è scientemente voluto dare uno spessore professionale sul piano didattico, il secondo è il loro
carattere di elettività, rivelatosi
inevitabilmente non in grado di selezionare le competenze necessarie a svolgere
una funzione più complessa dell’insegnamento. Un ulteriore elemento che ha
portato ad una omegenizzazione verso il basso e che
non posso esimermi dal citare con le stesse, efficaci parole di R.Drago è che ” si è confusa la rappresentanza sindacale
dei professionisti con quella dei dipendenti, per cui oggi un insegnante può
essere rappresentato nelle RSU anche da un bidello”.
Nonostante questo, la riforma dell’Autonomia ha prodotto risultati che, si spera se non altro per trascinamento, si dovranno ripercuotere favorevolmente sull’organizzazione e lo status degli insegnanti . Si è proceduto, infatti, per via legislativa a riscrivere le nuove competenze dei Capi d’Istituto, divenuti nel frattempo Dirigenti e con un contratto ormai separato. In virtù delle nuove esigenze dell’autonomia, il Segretario è diventato ormai un quadro, dotando quindi la componente amministrativa di uno sviluppo di carriera.
La carriera
Stante questa situazione, riteniamo che analogamente
a quelle categorie professionali che sono state recentemente al centro di
Riforme ( medici, universitari) il Parlamento dovrà riscrivere i profili
professionali degli insegnanti, e fornire, in merito, vincoli precisi per la
contrattazione. E’ l’autonomia che lo richiede, quell’autonomia didattica, non
ancora realizzata appieno perché il quadro riformatore non è ancora completato,
ma che costituisce il cuore della Riforma, che prevede il passaggio dai
programmi ad una libera ed autonoma costruzione di curricoli, frutto
inevitabile di una più articolata e complessa organizzazione collegiale del
lavoro dei docenti. Le nuove procedure di lavoro che ne derivano, quali
l’autoanalisi e l’autovalutazione d’Istituto,
l’adeguamento agli standard nazionali, la scelta delle discipline, la
valutazione delle quote orarie, dell’efficacia dei percorsi, della ricaduta
sull’apprendimento da monitorare e riaggiustare ogni anno, avranno bisogno, per
essere realizzati, di professionisti con competenze, attualmente ignote alla
quasi totalità del corpo docente. Mai formato proprio perché la scuola pre-autonoma non ne aveva bisogno. E’ alla formazione di
queste competenze che dovranno provvedere le strutture universitarie, e a cui
fa riferimento all’art.5 comma f della Legge Delega, quando cita:”.. gli
insegnanti interessati ad assumere funzioni di supporto, di tutorato
e di coordinamento dell’attività educativa, didattica e gestionale delle
istituzioni scolastiche..”.
In definitiva, bisogna creare un modello a responsabilità reticolare, fulcro di una organizzazione collegiale più efficiente. Il Collegio dei docenti in plenaria, non può certo esserlo. Dovrà essere articolato in Dipartimenti funzionali, sedi delle progettazioni, del confronto disciplinare ed interdisciplinare, luoghi della verifica e del tutoraggio dei tirocinanti e degli studenti. Il Coordinatore del Dipartimento dovrà aver conseguito una specializzazione in ambito universitario e, dal momento che l’ampliamento degli spazi decisionali, conferisce al Capo d’istituto un marcato profilo manageriale ed un contemporaneo allontanamento dalle problematiche didattiche, tra i Coordinatori crediamo si dovrà arrivare ad individuare un Coordinatore della didattica. Questo modello di sviluppo di carriera, se realizzato, sarà in grado di risolvere, l’annosa querelle sulla meritocrazia, realizzandola in una dimensione di tipo “funzionale”. Ovunque, infatti, in Europa, merito equivale a fascia stipendiale differenziata correlata allo svolgimento di funzioni più complesse. Poiché è scontato che un Coordinatore di Dipartimento oltre alle competenze specifiche non potrà che essere un docente di grande qualità sul piano disciplinare, culturale e didattico, in grado di trainare gli altri nella costruzione di un percorso didattico efficace, facilitando una dimensione progettuale collegiale, essenziale in un’organizzazione autonomistica degli istituti. Come pure è scontato che questa possibilità di progressione di carriera, potenzialmente accessibile a tutti, costituirà contemporaneamente una prospettiva appetibile in grado di rimotivare professionalmente una dimensione lavorativa professionale ormai appiattita da troppo tempo.
Parallelamente a questo ambito didattico se ne dovrà prevedere anche uno gestionale-amministrativo, con specializzazioni adeguate, da cui attingere il vicario e tutte le figure di staff che operano appunto in questo ambito e che avrà come sbocco finale la carriera dirigenziale.