Bragoni arancioni: una risposta a Hillman

di Luca Ponchiroli


Caro J.H.
quella che segue porta, alla fine, la mia di firme. In realtà, almeno in parte, è il frutto di una specie di lavoro di gruppo nel quale ho coinvolto alcune giovani vittime della Istituzione Scolastica. Mie giovani vittime. Ho organizzato la piccola impresa per rimanere fedele alla chiosa della tua lettera. E’ vero: Insegnante e Studente costruiscono e dividono insieme le proprie avventure scolastiche.
Anche la risposta che segue questa volta.
Gli studenti prescelti non sono i canonici primi della classe. L’unico talento richiesto è stato quello dell’occhio sveglio, anatomica caratteristica che rivela, almeno in teoria, un qualche interesse a parlare insieme, e con me, fuori dai limiti imposti dal Dovere. Con la maiuscola.
“Fantasie comuni” tra me e le giovani sorelline e i confratelli alti come armadi: Federico, Laura, Jennifer, Paolo, Manola ……? Nessuna traccia. Credo.
Questo il percorso seguito: un primo, solitario, approccio con la tua “Lettera agli Insegnanti italiani”, seguito da una rapida parafrasi con la traduzione da parte mia di parole ostili quali “archetipo” e compagnia, concluso da una raccolta al volo di espressioni e osservazioni riportate, quando mi è parso il caso, nella risposta che segue. Previa una opportuna ripulitura dai termini più coloriti, naturalmente!
Userò quindi indifferentemente l’”Io” o il “Noi”nella risposta, a seconda che l’opinione espressa sia solo mia o sia stata approvata anche dai miei occasionali collaboratori.
Detto questo passo ora alla illustrazione delle precisazioni, riflessioni, contestazioni che le tue parole hanno generato. Tra noi, insegnanti e studenti con la minuscola.
Alla fine non mancherà una , collettiva, proposta operativa.
I

“Miss Miller e Miss Wood e Miss Shank nutrivano le anime degli studenti e mettevano il fuoco nei loro spiriti” : è un’immagine rarefatta quella che poni come ideale, letterario,esempio dei rapporti che dovrebbero, quasi miracolosamente, intercorrere tra insegnante e studenti, l’unico utile per cercar di uscire dalle costrizioni imposti dalla Educazione, l’istituzione che irreggimenta, nelle tue parole, con indifferenza corpi e anime.
Oggi la frase di prima appare, ci appare, francamente, provenire da mondi lontani. Sembra tratta di peso da un volume antico dedicato a storie edificanti. Per usare un garbato eufemismo, tralasciando le più colorite espressioni usate dagli studenti coinvolti nella discussione, la stessa suona a dir poco irrealistica, quasi temeraria alle nostre orecchie.
Non c’è bisogno di essere osservatori attenti della realtà per accorgersi che la scuola è vissuta, oggi troppo spesso, come una sorta di duro “carcere educativo”: sia da parte dei giovani “detenuti” sottoposti ad una pena senza ragioni apparenti, legata come è, inopinatamente, solo all’età, che da quella degli insegnanti sempre più convinti “che nessuno vuole ciò che possono insegnare”, consapevoli proprio per questo di svolgere un’attività” inutile”, un lavoro dimezzato come ogni tanto anche qualche sindacalista in vena di schiettezza afferma senza mezzi termini.
Tra indifferenza e non comprensione può davvero ardere il fuoco negli Spiriti? La risposta inevitabile è una sola: no. Anche se i miracoli possono, credendoci, sempre avvenire.
Tu stesso quando parli di studenti scrivi: “ la gioventù” vive la scuola con ” tanta ribellione, sia diretta- con il rifiuto della scuola, la violenza e i desaparecidos-, sia indiretta, nei sintomi psicologici che ostacolano l’imparare, ad esempio”i disturbi dell’imparare””. Poi, coinvolgendo anche i docenti, parli in questi termini della “Educazione”: ci sono dentro “quelli che possono e quelli che non possono, quelli che sanno e quelli che non sanno……Il potere inevitabilmente fa seguito alla divisione in classi che minaccia l’insegnare e l’imparare con la paura dell’”altro”. Gli insegnanti temono i loro studenti; gli studenti i loro insegnanti”.
L’Educazione a questo punto risulta basata su “un’autorità impositiva” strutturata, oltre che su un esercito di milizie ausiliarie, amministratori, esperti etc., “… in classi, unità, soggetti, discipline, dipartimenti; conseguimento di traguardi, gradi, prove, valutazioni; e naturalmente bilanci preventivi, supervisione, responsabilità misurabile”. Sono parole da penitenziario, da fabbrica ottocentesca, in cui espiare il peccato originale.Con queste premesse il rapporto quotidiano tra insegnanti e studenti ha poco a che fare con quello che intercorre di solito tra avvocato e cliente, tra medico e paziente, tra prete e peccatore. Il paragone più calzante mi sembra, ci sembra, quello tra secondino e carcerato.Il rancio è immangiabile con chi ci se la prende? Con la guardia naturalmente! Le carceri scoppiano? L’ira dei detenuti si abbatte con forza sullo “sbirro” che agisce, per ventura, in prima linea, nelle galere. Esattamente come a scuola: l’insegnante, troppo spesso, rappresenta la valvola di sfogo del malessere generazionale. Perché è in prima linea, sul campo, senza fanfare, caramelle o sacri fuochi al seguito. E’, contemporaneamente, il tenutario dello scolastico ordine pubblico e la meccanica valvola che si apre e chiude a seconda della pressione circostante. Come valvola viene, non a caso, pagato. Non come professionista. Giustamente dati i compiti.
Miss Muller, Miss Wood, Miss Shank, al contrario, sembrano muoversi dentro a quelle immaginette che apparivano nei vecchi sussidiari delle scuole elementari dove il ricco, a Natale, si ricordava del poverello congelato all’angolo di casa, la mamma accarezzava teneramente il figliuolo scapestrato ma di cuore, e ancora, l’orfano trovava finalmente una casa con famiglia affettuosa, l’affamato sguazzava, finalmente!, dopo le doverose traversie, tra pane fragrante e companatico profumato. Immaginette smaltate quindi, dai colori tersi. Ma rigide, immobili. Senza vita. Con poco Eros da suggerire a noi.Oggi.
II
Nella tua lettera, J.H., non mancano parole di conforto, di speranza per insegnanti e studenti, insieme ad una sorta di traccia per cercare di evadere, in positivo, dalle costrizioni imposte dall’”Educazione”.Scrivi a tal proposito: “ impariamo ancor di più osservando, ascoltando, imitando, sperimentando, e assorbendo sensualmente il mondo che ci circonda”.
“Sensualmente” si impara quindi. Coerentemente aggiungi poi: “la reazione fra l’imparare e l’insegnare è animale, naturale….”.
Offri a conferma di quanto precede gli esempi letterari, già citati,di rapporti maestro- discepolo tanto naturali quanto repressi, sublimati in brani teneri e un po’ artefatti, scontati come spesso sono le frasi dell’amore.

Continui e ribadisci: “Agli insegnanti è consentito di essere chiamati dalla bellezza; l’educazione permette che l’eros si risvegli? Ma se dovesse risvegliarsi, allora l’eros non corromperebbe l’obiettività e l’eguaglianza?”
Abbiamo cercato di interpretare le tue parole, di non travisarne il senso. Ecco le risposte collettive elaborate a tal proposito dal gruppo  : alla prima affermazione: si alla bellezza; alla prima domanda: no, l’”educazione”per irregimentare deve castrare le sue vittime, in ogni epoca prescindendo dagli occasionali Hitler, Mao, Pol Pot, Bush che si susseguono per accidente; alla seconda domanda: nessuna risposta, domanda superflua. L’obiettività è un criterio fittizio frutto della “Educazione”castrante, quella che riduce l’insegnare e l’imparare ad una quotidiana lotta tra giudice e inquisito di turno.
Ti riferisco subito, in versione edulcorata, le candide (?), pragmatiche, reazioni di “sorella” Laura, 18 anni, sollecitata ad argomentare sulle precedenti questioni: - Educazione con Eros? Sono d’accordissimo. Sarebbe cosa davvero positiva e salutare! Ci sarebbero più insegnanti snelli e dallo sguardo vispo, meno studentesse anoressiche, più signore sorridenti e colorate e giovani maschietti studiosi del Galateo con profumo buono al seguito. C…..cambierebbe il panorama!-
Quella che segue è una scelta delle espressioni da te usate al riguardo: Eros, affinità innata, intimità clandestina, ta erotika, misterioso lavoro emotivo, psiche turbata, desiderio istintivo, attrazione, “l’amore fiorì..”.
Cosa poteva mai capire la giovane Laura? In sintesi: sesso, magari non guerreggiato, ma sesso. Perché “l’occhio del cuore”e “l’occhio dei genitali”, fuori dai possibili, sottili, distinguo accademici, non sono poi tanto lontani e possono far nascere inevitabili, naturali, “fantasie comuni”. Anche a scuola a volte, con scorno e beffa di eventuali superdivieti ministeriali, nonostante sanzioni vere o presunte. Naturalmente.
Forse ciò può legittimamente apparire sconveniente e inopportuno agli “educatori”, per come li intendi tu, agli psicologi scolastici, agli Alti Dirigenti.
Per i miei “collaboratori”? Poco da dire. Succede e quindi……
Sei abile scrittore però: conscio della più che possibile, magari un po’ grossolana, interpretazione “sessuofila” del tuo scritto, del tipo“libero sesso in libera scuola”, cerchi di arginarne il suono sovversivo alle orecchie degli insegnanti timorati da dio e dalle Istituzioni che potrebbero esser presenti tra chi ti legge, sottolineando abilmente che “ E’importante mantenere distinte nella mente le molte specie di Eros”. A sostegno della tua affermazione estrai a sorpresa “ i filosofi della Chiesa”: sono stati capaci , tra l’altro, di elencare una quarantina di tipi di relazione amorosa “come i soldati in armi, i compagni di un viaggio, le suore di un ordine, il servo e il padrone, fratelli e sorelle, e naturalmente madri e figli, marito e moglie”. Credo di capire che i filosofi di sopra non citino gli “amanti” puri e semplici, categoria amorosa condensata in un solo termine, onnicomprensivo. Una coppia lessicalmente fusa come l’insegnare e l’imparare della tua lettera.
A questo proposito il “gruppo”, caro J.H, ribadisce: non raccontiamoci storie!
Se persone sessualmente attive, sia pur di età diversa, hanno “i demoni in armonia”, nonostante la tua abile mimetizzazione ecclesiastica , l’Eros in questione difficilmente sarà quello tra fratelli e sorelle o quello che cresce tra le suore di clausura! Anche a me sembra, in effetti, che Hansel e Gretel c’entrino poco.
O mi sbaglio? Ci sbagliamo?
III
So che, alla fine, ci darai ragione. Attribuisci infatti, nonostante i pregressi ghirigori, alla carica emotiva, all’Eros che può nascere tra le persone, docente e allievo nel nostro caso, la possibilità di spezzare, di aprire la plumbea cappa con cui l’Istituzione Scolastica schiaccia il rapporto di amorosi sensi che, unico, è in grado di saldare, naturalmente, l’insegnare all’imparare.
Come scriveva Sant’Agostino: “Lascia fare alla lussuria”- l’eros della tua lettera- “e tutto”- l’istituzione-educazione nello specifico- “sarà sconvolto”, sbriciolato da dentro!
Per questo è presente a scuola una così forte, magari solo formalistica, corrente sessuofobica, appena mascherata dal mito della obiettività, dal ruolo di giudice incarcerante attribuito agli insegnanti dalla Istituzione . In quest’ottica, l’obiettività è un simulacro. E’ la repressione moralistica, ci sembra , quella che genera piacevolezze quali le “trappole sessuali”, non l’aria aperta, la naturalità di un rapporto possibile semplicemente perché accade. Senza chiedere permesso. E perciò eversivo dello scolastico “Ordine pubblico”.
Sbagliato tutto? Promossi o bocciati ?
Per questo scolorano logicamente le differenze tra l”Educazione” ai tempi di Hitler, Stalin, Pol Pot o del odierno, avido, Mercato Capitalistico. La pulsione istituzionale di chi comanda è quella di imporre, se gli riesce, pesanti e lunghe giubbe nere che coprano, soffocandoli, i corpi e i cuori. Una specie di burka transnazionale e transtorico, a volte virtuale, altre volte, purtroppo, no. ( Che resti tra noi: quest’ultima non ci sembra una differenza da poco!)
Per quanto irritante sia il possibile paragone tra la Scuola di Pol Pot e, ad esempio, quella di Bush, - Ci piacciono le “Nike” e amiamo avvelenarci da “Mc Donald”. Noi!- è questa la conclusione, condivisibile nei termini esposti, della tua analisi. Anche se mi sembra tu riconosca, prescindendo da quelli citati, una eccessiva, plenaria e indiscriminata “intelligenza”delle cose ai capoccioni di turno.
Ancora una volta: tutto sbagliato?
A questo punto ho cercato di immaginare le possibili applicazioni sul campo della tesi “rivoluzionaria” da te enunciata, quella della necessaria presenza dell’Eros tra l’insegnare e l’imparare, magari trasformata per l’occasione , insieme a Federico, Laura, Paolo, Manola, Jennifer…, in uno slogan da discoteca, grossolano ma comprensibile -almeno per noi!-: “L’eros è vita e relazione; l’Educazione, invece, chiude l’occhio del cuore e, quindi, dell’intelligenza.”
Passo quindi ad illustrare le paradossali ipotesi applicative che ci sono venute in mente. Non in astratto ma nel mondo reale, quello pieno di sorelline e fratellini stipati negli stabilimenti educativi:
°) Ipotesi “istituzionale”: rapporto 1 a 1, o similia, tra studenti e insegnanti. Sperando che il Sacro Fuoco scenda ordinatamente“in fila per sei col resto di due”come recita una vecchia canzone per bambini. Si potrebbe pensare addirittura a paradossali , appositi, incentivi. Anche considerando la favorevole ipotesi di tensioni “didattiche” plurime, il rapporto numerico ipotizzato risulta difficilmente realizzabile. Almeno dal punto di vista finanziario, aggiungo io. Se non prevedendo fortissimi tagli agli stipendi degli insegnanti. O aprendo le porte al volontariato.
Ipotesi “romantica” o at random. “Lasciamo che la natura faccia il suo corso”, lo slogan possibile.
Gli insegnanti italiani, però, hanno in media 10 studenti a cranio da educare. Pur considerando quindi un improbabile esasperato attivismo da parte della classe docente, alta o bassa, grigia o colorata che sia, questa soluzione appare ancor più inapplicabile. Istituzionalmente.
Da Jennifer, con serietà, versione edulcorata: “ La maggior parte di noi studenti sarebbe inevitabilmente esclusa! Vedrebbe inesaudita la propria richiesta di partners professorali con i quali scambiare le necessarie “fantasie comuni”. Necessarie, beninteso, per imparare! E il diritto di Eguaglianza tra i cittadini? E quello, santo, allo Studio?”.
In effetti, in mancanza di valanghe di nuove leve di insegnanti ambisesso, finanziariamente non sostenibile, saremmo nel regno scolastico della ingiustizia e della discriminazione. At random oltretutto.
IV
Cosa resta, in definiva, a chi affronta la lettura della tua missiva, studente o insegnante che sia?
Alla fine cosa rimane nelle nostre mani di lettori, per quanto possibile, attenti?
Forse solo il garbato invito, tra le righe, di non essere troppo bacchettoni, di non scandalizzarci troppo per gli eventuali sorrisi letteralmente “galeotti” che potrebbero, dovrebbero sotto certi punti di vista, andare ad alleggerire l’attività plumbea che si svolge ogni giorno nelle “galere” scolastiche.
Una sottolineatura che faccio, che facciamo interamente nostra. Con judicio, naturalmente!
A questo punto voglio essere propositivo. Seriamente. Dopo un breve conciliabolo con i miei “collaboratori”, lancio una proposta che deriva dall’esperienza empirica, sul campo, vissuta da un docente, amico, scrupoloso come pochi.
Questi sostiene, seriamente, con forza, che più della sfilza di Lauree, Diplomi, Riconoscimenti vari che si porta sulle spalle, per parlare con gli studenti è, per lui, molto più utile infilarsi, appena il tempo lo consente, un paio di bragoni leggeri e senza forma, di un colore arancio sgargiante, pantaloni che rifiutano in modo manifesto ogni ipotesi di compromesso con il grigio ambiente circostante.
Con quelli indosso può parlare di tutto anche degli argomenti scolasticamente più ostici. La relazione insegnare-imparare, infatti, è assicurata per quel giorno.
Una domanda finale, per te: questione di Eros?
E ancora, istituzionalmente: bragoni arancioni per tutti?
Cosa ne pensi?
Luca

Ps: ti inviamo anche una cartolina. Ai miei occhi è l’immagine stessa dell’Educazione, per come ho capito tu la intenda e per come spesso la viviamo.
Ne abbiamo trovata anche una che potrebbe immortalare Eros che fa suonare le campane tra insegnamento e comprensione. Ma è impresentabile. Con rispetto parlando.

Mantova 28-12-2002