Esproprio di professionalità docente

           di Paola Tonna

          ( pubblicato  su  Notiziario professionale   Scuola e Didattica, n° 1  Settembre 2003)

Prima di scrivere questo breve intervento ho letto attentamente, sulle pagine di questa rubrica, quello che mi ha preceduto  sullo stesso argomento. Il sindacalista che lo ha scritto, sciorinava come gioielli in una vetrina, schede su schede riassuntive di una iperfetazione contrattuale che esce, ahimè, ulteriormente rafforzata nel contratto scuola appena siglato. Lo stesso, trionfalisticamente, evidenziava la vittoria del sindacato  nel “braccio di ferro” con l’ARAN nel tutelare i diritti del lavoro e dei lavoratori ed evocandone, addirittura “il massimo livello di partecipazione, in ogni situazione e in ogni luogo”.

Un egalitarismo anacronistico

Laicamente non posso che rispettare tanta autentica convinzione che tuttavia rappresenta un tipo di approccio alle questioni della funzione docente e dell’organizzazione del lavoro didattico nelle scuole, che decisamente non condivido, perché vi si scorge con tutta evidenza, il marchio che il tipo di rappresentanza sindacale in questo Paese, (rappresentativa per legge certo, ma lungi dal rappresentare la maggioranza numerica) imprime sugli insegnanti e sull’intera “socialità” dei rapporti nelle scuole. Un’impostazione decisamente operaista e non professionale come sarebbe certamente più indicato al luogo e alle funzioni che la scuola come istituzione educativa che basa la sua opera precipua sulla prestazione professionale di laureati, abilitati e che si avviano ora finalmente anche ad essere specializzati, meriterebbe. Impostazione che vede appunto il suo apice in queste RSU di istituto, volute con il decreto 29 del 1993, per omologare al settore privato tutto il settore pubblico, “omologare” nel senso giuridico- sindacale del termine, della privatizzazione del rapporto di lavoro, non certo in quello della “parità” che è tutt’altra cosa e ambito di intervento.

            Quanto detto sopra ha il suo principale riscontro nel fatto, stranoto, che le RSU sono unitarie, effetto diretto di aree contrattuali, caso unico in tutto il Pubblico impiego, ancora pervicacemente mantenute unificate: docenti, amministrativi, bidelli tutti insieme a trattare ( e tutti, s’intende, incongruamente rispetto alle loro specifiche competenze) materie di tutti. Tanto anacronistico egalitarismo,  evoca una riflessione di Geminello Alvi quando afferma che il sindacato si compiace ancora di una perniciosa attitudine ottocentesca: quella di pensare ai lavoratori come un movimento, leva per la riforma della società , proprio mentre le classi si disarticolano sempre più in lavori particolari. E poiché hanno evidentemente fallito nel loro principale compito, la difesa dei livelli di retribuzione, hanno creato nuove epiche per sostituire quelle scadute…..

                Nella scuola la situazione è chiara: in luogo di un auspicato quanto necessario inquadramento dei docenti in una dimensione professionale, con “strumenti” propri dei professionisti, ( e relative rappresentanze professionali) li si spinge invece verso una sindacalizzazione esasperata, tipica appunto delle categorie operaie e impiegatizie, contrapponendo RSU che stanno inglobando progressivamente, ad ogni rinnovo contrattuale, materie che sono di  competenza degli organi professionali della scuola. Con il risultato che questa espropriazione riduce sempre più l’autorevolezza dei docenti come corpo professionale e dei loro già precari organismi collegiali di rappresentanza.  Quanto all’efficienza di questo istituto, che andava doverosamente verificata  dopo due anni, prima di appesantirla ancora contrattualmente,  ha trovato critici ovunque supportati anche da sondaggi. La stesura dei contratti, nei pochi casi dove ci si è potuti arrivare, è stata laboriosissima, e ha costretto i malcapitati docenti-sindacalisti  ad una inevitabile dipendenza tutoriale dalle organizzazioni sindacali e ad un’attività totalizzante di tipo micro-sindacale, sottraendo importanti energie al dibattito professionale - didattico, e contribuendo così a quella che riteniamo essere una vera mutazione genetica che sta progressivamente subendo lo spirito e la stessa “ragione sociale” delle nostre istituzioni scolastiche.  Contemporaneamente  si perde di vista l’obiettivo globale, che è quello di ritrasferire sul piano politico, da quello contrattual-sindacale,  le grandi, irrisolte, questioni  della Funzione docente, del suo modo di rapportarsi al lavoro, delle sue responsabilità professionali assolutamente atipiche etc.

                E del resto se si fa un minimo di analisi del percorso che ha portato all’istituzione delle RSU nella scuola, introdotte quasi contemporaneamente all’avvio dell’Autonomia (che è la vera riforma copernicana del nostro sistema istruzione), si vede come queste siano  state funzionali anche ad altri scopi.

 Le prospettive di osservazione

Le prospettive di osservazione sono sostanzialmente due: quelle dell’associazionismo professionale degli insegnanti e quello del sindacalismo di comparto.

Il primo ha da subito visto nell’Autonomia una favorevole opportunità che consentiva ai docenti di assumere responsabilità in merito ai percorsi didattici originali, da costruire, gestire e valutare, in alternativa al rigido ruolo di esecutori di programmi ministeriali della scuola pre-autonoma. Questo avrebbe favorito finalmente il riscatto da una “carriera”  professionale depressa da una politica  di appiattimenti e da una assenza di prospettive di sviluppo. Avrebbe costituito un’occasione per la assunzione di nuove responsabilità e quindi contribuito alla ricostruzione sociale della figura dell’insegnante. Le associazioni professionali coerentemente dettero infatti impulso al dibattito su quei temi che costituiscono i prerequisiti essenziali della professione: Il Codice deontologico, l’ Ordine e gli Albi professionali e lo sviluppo di carriera. Tutti temi che sono stati ampiamente ripresi nel recente Documento Ministeriale sul Codice Deontologico con relative raccomandazioni  allo stesso ministro Moratti.

Dal canto loro gli apparati sindacali, poiché l’Autonomia comunque si inseriva in un regime divenuto privatistico, che apriva loro ulteriori spazi nelle istituzioni scolastiche, premettero affinchè le RSU, introdotte ormai in tutti comparti del Pubblico impiego, anziché essere istituite a livello regionale  o provinciale, fossero di Istituto.

Esattamente come nelle fabbriche e nelle piccole aziende.

Il Contratto del ’99, naturalmente, le recepì a livello locale, introducendo anche quell’assurdo giuridico di utilizzare i voti delle RSU locali per una rappresentatività nazionale ( come a dire che i risultati delle elezioni politiche sono dati dalla somma dei voti delle amministrative). Apparve subito chiaro che con questa sindacalizzazione esasperata nelle scuole, si volesse anche contrastare un ruolo, quello del capo di istituto, a cui la logica coerente della Legge Bassanini, aveva conferito la dirigenza delle scuole autonome, in quanto diretto responsabile della gestione e dei risultati, e contrapporlo al “restante personale”. E quindi anziché  portare Docenti e Dirigenti a collaborare perché la scuola, nella logica dell’autonomia, fosse il  luogo delle responsabilità diffuse e reticolari e per chiudere l’epoca della conflittualità permanente si è ottenuto che le scuole da luoghi professionali divenissero luoghi sindacali della contrapposizione datore di lavoro- dipendente.  Questa deriva conflittuale è riconosciuta e acclarata dagli stessi sindacati in quanto nel nuovo  contratto, a livello di contrattazione integrativa regionale, si è avvertita la necessità di introdurre, come materia di contrattazione: ”l’istituzione di procedure sperimentali di raffreddamento dell’eventuale conflittualità contrattuale generatasi a livello di singola istituzione scolastica”.

In quest’ottica è evidente come il ruolo del sindacato nelle scuole diventi insostituibile e immanente ma è altrettanto evidente come di questo passo venga resa asfittica una crescita professionale nel corpo della categoria docente, con tutto quello che ne consegue sul piano della qualità della didattica e dell’efficienza dell’istituzione educativa.

Promuovere il processo di  professionalizzazione degli insegnanti, (come suggerito pure dall’UNESCO  nella “ Raccomandazione sullo status degli insegnanti” del 1966) e tutele sindacali  sono due aspetti entrambi essenziali in una organizzazione lavorativa indubbiamente complessa e atipica come la scuola ma  è ora di cominciare  a pretendere la “giusta” collocazione di questi aspetti in maniera congrua alle finalità dell’istituzione scuola.

 Paola  Tonna

Presidente  A.P.E.F.

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