Valutare per migliorare

 

 

 

            Scuola e didattica n° 6, 2002                                        di Sandro Gigliotti

 

 

   L’INValSI ha presentato, qualche settimana fa, i risultati del Progetto Pilota, nato per  valutare l’efficienza e l’efficacia del sistema di istruzione”.  Il Gruppo di lavoro di Elias, per questa prima simulazione della valutazione nazionale, ha scelto un gruppo semplificato di obiettivi corrispondenti alle responsabilità centrali del MIUR: in particolare il grado di attuazione del POF e, relativamente ai livelli di apprendimento, la lingua Italiana e la matematica.

Facciamo così un primo passo verso l’ Europa, che, sul piano della cultura della valutazione, è avanti a noi di decenni. Ma l’importanza dell’iniziativa risiede soprattutto nel fatto che l’ autonomia delle scuole potrà finalmente realizzarsi in pieno, perchè la valutazione comporterà una sana competizione sul fondamentale versante della “preparazione degli alunni”, oltre che su quello organizzativo e gestionale, finora privilegiati aspetti del processo autonomistico in corso. I POF, in altre parole, cominceranno ad essere intesi nella loro essenza vera, cioè di piani di studio specifici, pensati ed elaborati al fine del miglioramento complessivo dei livelli di qualità dell’istruzione, più che come elenchi di “iniziative di varia umanità” quali sono, nella gran parte, oggi. E genitori ed alunni saranno sollecitati a scegliere la scuola sulla base della capacità dell’istituto di “formare”, di “preparare”, più che su quella di organizzare attività di intrattenimento, o, comunque, altre rispetto a quella, prioritaria, dell’apprendimento curricolare.

 

Sottolineo questo elemento, non solo per ribadire la gravità della situazione che l’ Ocse ha drammaticamente messo in luce (il nostro Paese viaggia attorno al 23° posto nei livelli di preparazione degli alunni), ma anche per cominciare ad affrontare un’altra questione inderogabile, e direttamente legata al funzionamento qualitativo dei nostri istituti. Quella, intendo, della formazione di una fascia di docenti in grado di svolgere funzioni più complesse rispetto a quelle standard.

D0v’è il legame fra valutazione (che intendo, ovviamente, in senso “formativo” più che “punitivo”) e diversificazione di funzioni? Presto detto. Affinchè la qualità degli istituti possa essere verificata, e affinché soprattutto l’iter del procedimento non sia solo affidato ad una parametrazione tutta, per così dire, extra moenia, ma si realizzi attraverso un circuito di collaborazione fattiva con le stesse scuole, sarà necessario che qualcuno, nelle scuole, sia dotato di competenze adeguate sul piano della valutazione, dell’autovalutazione di istituto e della progettazione e pianificazione didattica. Con annesse capacità di gestione di una dimensione professionale  necessariamente collegiale.

Ipotizzare curricoli differenziati, coordinare l’attività didattica, monitorarne i risultati, rapportarsi con l’Agenzia valutativa esterna (nazionale,  regionale), e poi, soprattutto, tradurre in input propositivi gli eventuali elementi rivelatisi devianti rispetto agli standard obbligatori, sono capacità, fra gli insegnanti, piuttosto rare, e, quando presenti, dovute alla buona volontà e all’autodidattismo del singolo, non certo a percorsi formativi programmati da chi ha la responsabilità della formazione del personale. Sarebbe bene, quindi, non perdere altro tempo prima di individuare la serie di nuove responsabilità che una parte di insegnanti dovrà assumersi, costruirne le abilità in luoghi specifici, e riconoscerle giuridicamente ed economicamente.

L’attivazione di un meccanismo del genere avrà dei costi economici e politici , perché sappiamo che non sono poche le resistenze a costituire “formalmente” una carriera fondata su funzioni, responsabilità e stipendi differenziati. Ma l’obiettivo della qualità è troppo importante perché sia  sacrificato a quel mix ad altissimo contenuto conservatore che è dato da interessi corporativi e totem egualitarista.