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Scuola e
didattica n° 7, 2002 di Sandro Gigliotti
Nella sala strapiena della Luiss, il 30 ottobre, in occasione della nona edizione di Orientagiovani, si è respirata un’aria particolarmente coinvolgente, al cui costituirsi hanno concorso due elementi: l’affollarsi di ragazzi, attenti e interessati come poche volte ho avuto occasione di vedere, e il leit- motiv degli interventi, l’industriarsi. Quei giovani, e quel tema, sono (possono essere) la novità del nostro Paese.
Assente, nella sala, il rifiuto aprioristico dell’ impresa. Assente l’immagine di una scuola avulsa dalla società, dal suo contesto. Assente lo scontro politico fondato sull’appartenenza piuttosto che sulla diversità di vedute. Al loro posto i ragionamenti sulle cose, sui problemi, sulle loro possibili soluzioni, non condizionati da logiche di schieramento. L’obiettivo è l’aumento del tasso di orientamento da parte dell’istituzione scolastica e di quello di formazione da parte dell’ impresa, per un più stretto rapporto tra ciclo di studio e ciclo produttivo.
E così, mentre Alessandro Cavalli ( direttore del prodiano Mulino) ha sottolineato i danni della storica tendenza all’autoreferenzialità della Scuola e ha auspicato un sempre più stretto rapporto col mondo dell’economia e del lavoro, Ferdinando Adornato (Presidente della Commissione Cultura della Camera) da parte sua ha posto l’ attenzione sulla necessità di crescita del valore “responsabilità individuale” a fronte di decenni dominati dall’ idea di Stato papà che provvede a tutto. Piuttosto che lamentarsi per buio, ha ricordato Adornato citando Lao Tze, meglio accendere le candele.
Un cambio di stagione, dunque, indispensabile, ancorché difficile da conquistare. Perché decenni di ideologismi che hanno informato ogni settore della nostra vita quotidiana non sono facili da cancellare. Soprattutto nella scuola, sulla quale (e nella quale) si sono sempre esercitati i più sottili bizantinismi.
Che gli Istituti scolastici non siano aziende nel senso stretto del termine è solare, ma che dal mondo delle aziende debbano prendere esempio per evitare sprechi ed assumere modelli di gestione efficiente ed efficace operatività, sembra essere, ancora oggi, per non pochi, di difficile digestione. Che la scuola non debba assecondare passivamente i bisogni transitori del mercato è fuori discussione, ma da questo al suo totale scollamento dallo sviluppo della società ce ne passa. E’ strano (e sfiancante) dover scoprire l’acqua calda. Eppure in questo nostro Paese, sembra essere ancora necessario.
Dal ragionamento sull’industriarsi, sull’aiutarsi reciprocamente, sull’ingegnarsi, sul cercare in sé le risorse necessarie, senza pretendere che siano sempre calate dall’alto, è emersa, nell’ambito degli interventi, la nuova filosofia dell’educazione e dell’istruzione sulla quale sarebbe necessario improntare la dimensione sociale della scuola. L’opposto, insomma, di ciò che si è praticato da sempre. Perché il massimo di “protezione” è dato da una società che incentiva, non da una che disabitua alla responsabilità. Si pensi al danno che ha prodotto il “buonismo” insito nella logica dell’abolizione degli esami di riparazione, danno misurabile anche in termini economici: oggi l’università, anche per quella scelta, è costretta a secondarizzarsi. A sottoutilizzare energie, dunque, oltre che a sprecarne.
Nel prosieguo della discussione si è posta la questione della centralità di scuola, ricerca scientifica e università, soprattutto nei momenti, come quello che stiamo vivendo, di crisi. Perché è in questi settori che si costruisce il futuro di un Paese. E nella capacità di stabilire relazioni e circuiti virtuosi col mondo della produzione e col mercato del lavoro.
“ Educare, educare, educare”, è il motto di T. Blair, ancora citato, con spirito bipartisan, da Adornato. A Blair sembra dunque ben chiara, quella centralità e quelle relazioni, e per questo investe risorse e uomini. Sarà bene che il nostro Governo lo abbia ad esempio, a partire da subito.