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Autonomia, autonomia

 

 

 

Scuola e Didattica n°9,2003                                        di Sandro Gigliotti

 

 

 

Mao Tze Dong era solito dire che una gran confusione sotto il cielo gli sembrava buona cosa: i rivoluzionari avrebbero potuto trarne il massimo beneficio politico.

Per noi, che ambiamo invece, casomai, al più modesto appellativo di riformisti, la confusione è gran iattura, e ci preoccupa.

Il nostro Paese è di fronte ad un passaggio istituzionale quanto mai importante. Si tratta di chiudere la pluricentenaria epoca dello statalismo, e realizzare processi e meccanismi di decentramento che rendano il cittadino più vicino alle istituzioni. E’ quel che si chiama, in tutta Europa, spinta federalista. Nel mondo dell’Istruzione italiano, questa spinta ha già prodotto elementi positivi di rinnovamento, ed ha assunto la forma dell’Autonomia organizzativa, gestionale e didattica degli istituti. Sembrava, appena fino a ieri, che si trattasse di rodare il meccanismo escogitato, di finanziarlo adeguatamente, ed eventualmente di apportare gli aggiustamenti del caso. Invece, l’uno dopo l’altro, alla originaria normativa sull’Autonomia (legge istitutiva e suoi decreti attuativi) si sono aggiunti, col rischio di interrompere una naturale evoluzione e crescita di sistema, altre quattro situazioni legislative, non coordinate fra di loro, spesso contradditorie, foriere, appunto, di una confusione inimmaginabile.

Si specchiano dunque oggi,  le une nelle altre, senza quasi mai incontrarsi,  le norme che hanno modificato il titolo V della Costituzione,  quelle del re-styling dello stesso nuovo titolo V (legge La Loggia), la legge delega di riforma (Moratti), la nuova legge di modifica costituzionale ( la cosiddetta devolution) di Bossi.

Ognuna di queste affronta a modo suo e con soluzioni sbilanciate nell’uno o nell’altro verso ( da qui la gran confusione)  il problema della conciliazione di tre esigenze che a me sembrano invece avere la stessa importanza e legittimità:

1)     ridefinire il quadro dell’istruzione pur mantenendone la dimensione nazionale

2)     fornire poteri di organizzazione e di gestione alle regioni 

3)     esaltare la capacità progettuale delle singole scuole

Nessuna delle proposte sul tappeto risolve davvero  le questioni, perché o per trascuratezza, o per scelta consapevole, il baricentro di ciascuna è spostato  su un versante o sull’altro.

            Il titolo quinto della Costituzione (modificato dal precedente governo) è un guazzabuglio dal quale stare alla larga perché interpretabile in infinite maniere. In più ha troppa legislazione concorrente che permette tutto e il contrario di tutto (il rischio di 20 sistemi scolastici regionali, se le regioni danno una lettura agonistica delle loro competenze, è realissimo). Avrebbe fatto la felicità di Ponzio Pilato. Oggi  fa quella di tutti i moderni demagoghi e gattopardi.

            Il re-styling che ne fa La Loggia, per quanto ben congegnato è pur sempre un re-styling, cioè qualcosa che interviene a rattoppo di un disastro. Ragionevole, ma insufficiente.

            La delega Moratti è in mezzo al guado: parla di quote nazionali e regionali, ma, allo stesso tempo, avvalora l’Autonomia delle istituzioni scolastiche.

            Infine il tormentone devolution che assegna alle regioni tutto il potere di gestione e organizzazione sia per l’istruzione sia per la formazione (che l’attuale titolo V riconosce solo per la formazione), anche se, in cambio, fa intravedere la possibilità di restituire allo Stato il potere di dettare non solo i livelli essenziali di prestazione, ma anche le norme generali (ordinamenti, obiettivi, indicazioni nazionali per gli istituti dell’istruzione e formazione professionale ecc.)

            Che dire?  Fare appello alla ragione è ancora possibile?

Ricorderemo allora che sostituire ad un apparato nazionale piramidale tanti piccoli apparati regionali, sempre paramidali, peggiorerebbe le cose. Che le energie e le potenzialità progettuali sono vivificabili solo dove opera la scuola reale, cioè nei singoli istituti. Che l’assunzione delle responsabilità didattiche da parte degli insegnanti sarebbe una vana chimera se di nuovo si ragionasse in termini di programmi (per di più regionali) invece che di indicazioni nazionali (cfr. la sperimentazione Moratti).

 Tutto, peraltro già detto da anni. E tutto rimesso in discussione oggi. Sisifo, evidentemente, fa scuola.

            Ma è davvero un’utopia arrivare ad un sistema congegnato, più o meno, nel modo seguente, e cioè con una dimensione nazionale che si sostanzia in un quadro curricolare uniforme; con una facoltà progettuale delle scuole che possa soddisfare le diverse esigenze  del territorio e dei cittadini; con una completa potestà regionale per ciò che riguarda il segmento dell’ istruzione e formazione professionale; con una politica del personale docente che ne veda la formazione di competenza nazionale e la gestione attribuita alle regioni, tenendo presenti eventuali caratteristiche specifiche del segmento professionale?

 

 

Sandro Gigliotti

 

www.apefassociazione.it

 

sandrogigliotti@libero.it