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Sulla qualità
nella professione
Scuola e
Didattica n°1-2002
di Sandro Gigliotti
Fino a qualche anno fa, in
omaggio al “politically correct”, gli insegnanti erano definiti semplicemente lavoratori della scuola. Al più, operatori scolastici. Pochi erano gli
ostinati si affannavano a parlare di professione
e di professionisti. Poi, forse per
il timore di perdere il treno della storia (e gli iscritti) forse per profonda
convinzione (propenderei in verità per l’obtorto collo) i politicamente
corretti hanno cambiato tonalità e fatto propria la locuzione professione docente. Di conserva (al
fenomeno abbiamo assistito non senza una punta di stupore) c’è stato un
riciclaggio quasi unanime sulle tematiche della “professionalità”. E così, sul
bisogno di valorizzare la professione, di riconoscere il merito, di chiuderla
con gli appiattimenti, si è svolto un gran giro di valzer rapido e indolore,
una gigantesca autocritica, quasi da Terza Internazionale. Salvo qualche raro
residuo di inconsapevole comicità per il quale la scuola italiana dovrebbe
essere l’unico esempio planetario di “comunità di uguali”, una specie di
falansterio post litteram, non v’è organizzazione, ormai, che non si dica
votata alla qualità, alle diversificazioni, al merito. Che, si sa, sono
elementi che si tengono assieme l’un l’altro, pena l’insignificanza di ciascuno
di essi.
Potremmo essere, in fondo,
soddisfatti . Se il dibatto si è trasferito su un piano congeniale, tanto di
guadagnato: con un avversario convinto si può ben collaborare. Eppure qualcosa
non quadra.
Traggo spunto da una serie di
segnalazioni che mi sono giunte prima dell’estate da più parti, e, in
particolare, dall'Associazione Dottori di Ricerca, che protesta vivacemente
perché nel DM sulla valutazione dei titoli per l’inserimento nelle graduatorir,
anche quest’anno al Dottorato di Ricerca è stato assegnato punteggio zero, in
barba ad un parere del Consiglio di Stato, agli OdG approvati dal Parlamento
nel 2000, alla logica e al buon senso.
In virtù dei quali un titolo del genere dovrebbe essere largamente valorizzato,
e non messo in sordina. Ministero colpevole, dunque? Solo in parte, perché si
scopre che, ad onor di piena verità, il CNPI, questo vetusto organismo
controllato dagli apparati sindacali, del quale, pur facendone parte, chiedo,
da lungo tempo, la soppressione, nel gennaio 2002 ha ritenuto, guarda caso, che
non dovessero dar luogo a punteggi, titoli quali, appunto, dottorato,
specializzazioni, master, ECDL ecc. E la qualità della professione, dunque? .
Vale la pena qui ricordare anche la campagna anti
SSIS condotta dai sindacati nella scorsa primavera, dopo la decisione del
Ministro Moratti di dare punteggio visibile a quanti avessero frequentato e
superato i luoghi deputati alla "preparazione specifica"
all'insegnamento. Campagna condotta contro la qualità e in nome, ovviamente, dei privilegi di anzianità del precariato storico.
L’elenco degli elementi di fatto che contraddicono il fiume di
parole speso in nome della professionalità potrebbe non fermarsi qui, e, con
qualche ragione, si potrebbe arguire che continui imperterrita a spirare una
certa aria di gattopardi e trasformismi. Ma forse è il caso di attendere tutti,
Ministro, Aran, sindacati, alla prova più cogente, quella del contratto, che è
ormai alle porte. Seguiremo la vicenda da vicino. Va da sé che speriamo di
essere smentiti nelle nostre preoccupazioni. E che i meriti professionali
acquisiti siano, una volta tanto, premiatì attraverso strumenti normativi ed
economici adeguati, rispetto ad anzianità, avvicinamenti al coniuge,
disponibilità a supplenze, ore di sportello, e quant’altro ha contribuito a
ridurre una professione ad un quarantennale esercizio impiegatizio ripetitivo e
mortificante.