Le Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario (SSIS) sono nate
col Decreto MURST del 26 maggio 1998, che dava seguito alla Legge n. 341 del 19
novembre 1990, la quale affidava la formazione degli insegnanti alle Università,
prevedendo una Scuola di Specializzazione successiva alla laurea, di durata non
inferiore a due anni, articolata in indirizzi, con discipline finalizzate alla
formazione professionale degli insegnanti, facendo specifico riferimento alle
Scienze dell’educazione e all’approfondimento metodologico e didattico delle
aree disciplinari di riferimento, nonché ad attività di tirocinio
didattico obbligatorio.
Le
SSIS, partite con l’anno accademico 1999-2000, hanno durata biennale,
articolata in 4 semestri, per un monte ore complessivo di 1000 ore (700 di corsi
e laboratori più 300 di tirocinio pratico presso le scuole secondarie) in cui
sono compresi:
a)
gli
insegnamenti dell’Area 1 (Trasversale) – Funzione Docente (Pedagogia,
Didattica, Psicologia, Storia della scuola, Legislazione scolastica, Educazione
ambientale)
b)
gli
insegnamenti dell’Area 2 – Disciplinarietà (area disciplinare, vista nei
suoi aspetti storici, metodologici e didattici)
c)
Laboratori
didattici (Area 3)
d)
Tirocinio
(Area 4), coordinato dai Supervisori, da svolgersi nelle scuole con il supporto
di docenti della disciplina in cui ci si abilita (tutor).
Un problema “di fondo”
delle SSIS è che al loro interno il rapporto Scuola Secondaria-Università è
del tutto squilibrato a favore di quest’ultima, cosa che va assolutamente
rimossa se si vogliono porre le condizioni per un loro efficace funzionamento.
Infatti l’unica presenza
istituzionale della Scuola Secondaria nelle SSIS sono i Supervisori,
docenti di scuola secondaria vincitori di
apposito concorso per titoli ed esami, che hanno il compito di supervisione
del Tirocinio e di coordinamento del medesimo con le altre attività delle SSIS.
A parte ciò tutto il resto,
l’Area 1, l’Area 2, l’Area 3 del Laboratorio di didattica,
l’organizzazione e la gestione dei corsi, la progettazione e programmazione
delle attività, etc. è demandato all’Università. Purtroppo però, da
sempre, l’Università è il luogo della ricerca, degli specialismi e
dell’approfondimento, non delle metodologie e della ricerca didattica
“applicata”, se non in casi particolarissimi legati alle personalità di
singoli docenti.
Di norma i docenti
universitari, da sempre istituzionalmente estranei alla Scuola Secondaria e
senza alcun rapporto con essa, ne ignorano completamente realtà e
problematiche, così come le “didattiche possibili” per alunni in quella
fascia d’età e quant’altro attiene alla metodologia e prassi
dell’insegnamento secondario.
Il risultato è che le lezioni dei corsi SSIS sono in genere poco utili per la formazione di
un futuro docente di scuola secondaria, vuoi perché si tratta della
riproposizione di insegnamenti specialistici un po’ “addolciti” (che se
anche possono avere il merito di colmare lacune e omogeneizzare la formazione
culturale di chi li segue - che comunque, non va dimenticato, è un laureato che
ha già seguito corsi specialistici - lasciano però del tutto sguarnito il
fronte medodologico-didattico), vuoi perché, anche quando si tratta di lezioni
di Scienze dell’Educazione, ci si limita a tematiche del tutto generali e
astratte, mai calate nella realtà della prassi didattica e delle tematiche
della scuola secondaria, che anche per i docenti di quest’area rimane un
“oggetto misterioso”.
Ben rendono la situazione le parole dei rappresentanti nazionali degli studenti SSIS, pronunciate nell’autunno scorso in un convegno romano del Co.Di.S.S.I.S./CONCURED, alla presenza dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro, che riporto in trascrizione stenografica:
“Le didattiche disciplinari
sono state assegnate generalmente a dei professori universitari che sono sì
esperti nel loro campo disciplinare, ma non esperti nella didattica di quella
disciplina, com’è naturale visto che sono abituati a insegnare
all’università, a una platea di persone di 20 anni e oltre, mentre noi
dobbiamo andare a insegnare a persone di 14-19 anni, che hanno motivazioni del
tutto diverse, e quindi poco purtroppo c’è stato dato in queste lezioni, che
spesso sono state anche troppo spezzettate. Un altro problema che abbiamo
evidenziato è che c’è un peso un po’ troppo ingombrante dell’università
in queste SSIS, troppo marginale la presenza del mondo scolastico, e purtroppo
molti dei docenti universitari hanno poco presente qual è la realtà
scolastica, e pur dandoci delle grandi lezioni di pedagogia, psicologia, etc.
poco rapportano questo al mondo della scuola …”
L’Area
3, del Laboratorio didattico, dovrebbe essere un’area centrale per le SSIS, il
raccordo e lo stimolo per tutte le altre aree, l’area in cui “si fa
didattica”, si ipotizzano percorsi, si progettano unità didattiche, etc. ,
dove si mettono a frutto gli insegnamenti delle Aree 1 e 2 e quanto appreso e/o
provato nel Tirocinio. Di norma niente di tutto ciò: spesso i Laboratori
didattici sono affidati o integralmente a docenti universitari, o integralmente
a docenti di scuola secondaria (supervisori o altri insegnanti di scuola
secondaria noti in ambiente universitario), o un po’ agli uni e un po’ agli
altri, ma in ogni caso spesso manca un lavoro comune Scuola Secondaria-Università
sul fronte metodologico-didattico.
In
definitiva quindi, tranne occasionali eccezioni sempre possibili in un Paese
vario come il nostro, la norma è che le lezioni SSIS sono tenute da docenti
universitari che poco o niente sanno di scuola e didattica secondaria, col
risultato che agli specializzandi viene fornita una formazione non adeguata a
farne dei professionisti dell’istruzione secondaria, con carenze enormi nel
fondamentale settore medologico-didattico, e sovente anche sul piano
strettamente disciplinare.
Qualunque soluzione venga adottata per le SSIS (3+2, 3+1+2 o altra), la strada verso una loro piena funzionalità passa necessariamente da un rapporto paritetico al loro interno fra Scuola Secondaria e Università, che metta insieme e utilizzi al meglio le competenze metodologico-didattiche e di trasmissione dei saperi tipici della Scuola Secondaria, con i saperi specialistici, la ricerca e gli approfondimenti propri dell’Università. Un apporto libero e autonomo, ancorché concordato da posizioni di parità, di docenti qualificati di scuola secondaria è fondamentale e insostituibile per il buon funzionamento delle SSIS: sono loro infatti i depositari del “mestiere” dell’insegnare, della metodologie e delle pratiche didattiche vissute “sul campo”, tutti i giorni in prima persona, ed è velleitario pensare di formare i futuri insegnanti senza il loro fattivo contributo.
Una
possibile riorganizzazione potrebbe prevedere le 1000 ore SSIS ripartite a metà fra Scuola Secondaria e Università
(300 ore di tirocinio più 200 di corsi e laboratori per la prima, 500 ore di
corsi e laboratori per la seconda), con entrambi gli Enti che svolgono selezioni
al loro interno per individuare le persone più adatte a quanto richiesto dal
lavoro nelle SSIS, persone che poi dovranno concordare su un piano paritario
ogni questione, a cominciare dal tipo di corsi e dalla loro organizzazione.
Sarebbe auspicabile che, almeno in linea generale, tali persone non passassero a
lavorare integralmente per le SSIS, ma conservassero incarichi nei loro campi di
provenienza. Ciò per la scuola secondaria potrebbe effettuarsi mediante
l'introduzione di una nuova figura di
docente, legata sia alla scuola secondaria che all'Università, specialista
nella didattica della sua disciplina a livello secondario, e selezionata
in base alla capacità di svolgere il suo mestiere. Si parla tanto spesso di
possibilità di carriera per gli insegnanti secondari: perché non individuare
anche in questa figura uno dei possibili sviluppi, dandole riconoscimento
giuridico? Si tratterebbe di una figura che acquisisce competenze nel trasferire
la sua professionalità a professionisti in formazione, a contatto con quanto di
quanto di meglio viene dalle scuole, e che istituzionalmente mette tutto ciò a
confronto con i livelli alti della ricerca accademica, divenendo quindi un esperto in ricerca metodologico-didattica, un ricercatore didattico
che opera “sul campo”.
Questa
nuova figura di docente dovrebbe quindi conservare ore di insegnamento in classi
di scuola secondaria, ma date le difficoltà di coordinamento delle due attività
– come sempre, nelle situazioni in cui c'è una prestazione di
lavoro che si ripartisce all'interno di due sistemi organizzativi - è opportuno
prevedere anche che l’impegno possa essere per un numero di ore più ridotto
dell’attuale “semiesonero” (che spesso, attualmente, ha comportato carichi
di lavoro davvero eccessivi). Se ve ne fosse la necessità alcuni di questi
docenti potrebbero essere temporaneamente esentati da compiti di insegnamento,
perché completamente assorbiti dal loro impegno nelle SSIS, facendo però in
modo che recuperino in tempi brevi il loro rapporto con le classi.
Con questa riorganizzazione le SSIS potrebbero divenire dei centri professionalmente avanzati di ricerca didattica e formazione permanente. In esse infatti sarebbero presenti con ruoli paritari, e quindi produttivi, specialisti ad alto livello delle varie discipline (i docenti universitari), e professionisti in grado di elaborare strategie e metodi per insegnare e rendere attraenti tali discipline (i docenti di scuola secondaria), abilità che hanno una epistemologia propria e che richiedono il riferimento a un ampio spettro di fattori, a cominciare dalla riflessione sui fondamenti storici ed epistemologici delle discipline stesse e al legare assieme saperi e affettività.
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Abolire la
norma, peraltro di dubbia legittimità costituzionale, che impedisce di
continuare l'esperienza di supervisore continuativamente per più di 4 anni.
Essa infatti, escludendo dal concorso a SVT chi ne abbia i requisiti solo perché
ha già svolto la funzione per la quale vuol concorrere, è del tutto assurda, e
non pare avere alcun senso, se non quello di impedire un contributo di
"qualità" della scuola secondaria alle SSIS, che è proprio il
principale problema da risolvere nelle SSIS.
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Per ora i
Supervisori, non hanno avuto alcun riconoscimento del loro ruolo, né giuridico
né economico, eppure sono persone che hanno vinto un pubblico concorso
universitario per titoli ed esami, su argomenti, quelli della formazione
secondaria, che sono il centro del loro lavoro. E questa è indubbiamente
un’anomalia da rimuovere: è la prima volta in Italia che qualcuno vince un
concorso per un ruolo superiore e più complesso, con una professionalità
riconosciuta sia da MPI che da MURST, e non solo non prende una lira
d’aumento, ma ci rimette perché spesso deve fare decine di km per portarsi
alla SSIS, mentre prima, magari, insegnava in una scuola “sotto casa”. Fra
l’altro sarebbe opportuno che un eventuale aumento per una “più alta
professionalità” resti, come resta la professionalità, anche quando non si
espleti più la funzione di Supervisore (che la normativa attuale “stoppa”
in ogni caso dopo un quadriennio almeno per un altro quadriennio).
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Riconoscimento
del ruolo di supervisore in termini di punteggio e titolo per la carriera
scolastica (tipo concorso a Dirigente Scolastico o altro, punteggio per
partecipazione ad esami SSIS, trasferimenti, così come c’è per gli Esami di
Stato nella Scuola Secondaria, etc. )
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Costituire
un’anagrafe dei Supervisori e iscriverli all’Albo dei Formatori (fra
l’altro fra i titoli ammessi per il concorso di Supervisore, c’era quello
d’aver svolto attività di Formatore), valutandone il titolo nei concorsi
nell'ambito della formazione e dell'aggiornamento
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Maggiori
agevolazioni rispetto al carico del lavoro scolastico con riduzione delle ore di
insegnamento rispetto al semiesonero.
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Rimborso
spese di viaggio fra la sede scolastica di titolarità e la SSIS di
appartenenza.
Alfio
Pelli
Supervisore
al Tirocinio presso la SSIS Toscana, sede di Pisa